Senhit: “L’Italia e Bologna sono casa mia”

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foto di Julian Hargreaves

Bella, intelligente, diretta e con una grande amore per la musica e per l’Italia, in particolare la sua Bologna, dove è nata e cresciuta, e che non lascerebbe mai: se dovessimo descrivere con poche parole la cantante di origine eritrea Senhit, queste direbbero già molto di lei. Risata contagiosa, vago accento bolognese e tanta passione l’hanno resa una delle artiste più internazionali del nostro panorama italiano, e proprio in questi giorni ha lanciato un’altra piccola grande sfida, soprattutto a se stessa: un singolo tutto in italiano, Dark room, remixato da Max Brigante, al cui video ha lavorato un corpo di ballo d’eccezione guidato da Luca Tommassini.

Abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con lei, che si è raccontata a cuore aperto sulla musica, ma anche sul suo amore per l’Italia, in cui non si è mai sentita straniera.

Mi affascina molto il fatto che tu sia riuscita mescolare tutto ciò che ti contraddistingue e quello che sei, e questo credo influisca molto sulla tua musica.
Sì. Infatti sono sempre stata caratterialmente una spugna, sia a livello artistico che a livello umano. Quindi, mischiando determinate culture, quella dei miei- l’Eritrea- e la mia, cioè la mia natura, dove sono nata, quindi Bologna, l’Italia, l’Europa, secondo me ne è venuta fuori una bella combo, anche musicalmente.

Quanto sei riuscita ad inserire della tua cultura di origine eritrea?
Secondo me c’è un bell’80%, sicuramente supera la metà. Perché c’è tanto sangue, tanta passione, tanto desiderio, tanta energia, e questo ha senza dubbio delle origini lontane lontane, che credo possano provenire dal sangue africano. Poi ovviamente c’è tanto carattere, ognuno nasce con la propria identità, però sicuramente questa cosa si rispecchia anche sulle sonorità, sulla passione viva che ancora arde per questo mestiere.

Poi credo che Bologna, dal punto di vista artistico e non solo, abbia potuto offrirti tanto.
Tantissimo. Bologna è ancora tanto accogliente per il lato artistico. Poi ci sono un mare di mostri sacri che sono partiti da Bologna (Bersani, gli Stadio…), quindi mi sento ancora molto privilegiata e protetta in questa città. Soprattutto pensando al periodo storico che stiamo attraversando, Bologna rimane ancora una piccola oasi felice. Discuto spesso di questo, perché c’è questa parte d’Italia che tutti sappiamo, a volte fin troppo pompata secondo me, perché i giornali si divertono a esagerare (credo sia anche il loro compito purtroppo),  ma c’è anche tanto altro, tanta umanità. L’Italia rimane ancora un Paese umano, e nel mio piccolo Bologna è una città davvero grande e accogliente, per quanto riguarda l’immigrazione e il “diverso”. E non mi riferisco solo al colore della pelle, ma al sesso, alla religione, rimane ancora una città molto aperta. Ho viaggiato tanto per lavoro e viaggio tanto ancora adesso, perché di carattere sono sempre stata curiosa. Però poi devo tornare a casa, e casa per me è Bologna. Ho avuto il privilegio di lavorare e vivere a New York, in Inghilterra, in Germania, però io sento che questa è casa mia. Poi io lavoro in un ambiente in cui il mio team è di base a Milano a Roma, e spesso mi è stato offerto di traslocare ma no, assolutamente no.

Prima facevi riferimento al periodo storico che stiamo vivendo. Tu credi che la musica possa avere un’influenza positiva sugli animi delle persone?
Sicuramente è un bel veicolo di positività, che non significa leggerezza o superficialità, ma che attraverso questo dono si possano dire tante cose. Sai, abbiamo un microfono in mano, è bello poter cantare ma è anche bello potersi esprimere e poter dare un messaggio. Sono molto contenta perché molti miei colleghi artisti hanno chiaro in testa che in questo momento difficilissimo bisogna far sentire le proprie voci. E fortunatamente sono stra positive all’umano, che credo si sia un po’ dimenticato. Perché prima dell’italiano, c’è l’umano, c’è l’individuo. Quindi bisogna dirselo tante volte, e anche forte. La musica è una grande terapia, lo è sempre stata in qualsiasi periodo storico, una grande forza.

Qual è la musica che per te è terapia?
Sono un po’ eclettica, sai, mi piace andare a correre la mattina, quindi ascolto di tutto con cuffiette altrimenti sclero. Adesso sono concentrata su “Dark room” perché sono in promozione, quindi me la sto facendo mia. Forse l’unica musica che non ascolto è quella metal, semplicemente perché faccio fatica a capirla. Però per il resto ascolto tutto.

Parlando di Dark room, ti sei anche avvalsa delle coreografie di Luca Tommassini per costruire il video del brano. Com’è nata?
“Dark room” è nata dopo una lunga ricerca. Vengo dall’internazionale, ho sempre cantato in lingua inglese. Sempre capitanata dalla Panini, che nonostante crisi di case discografiche e altro, ha deciso di sposare il progetto Senhit e dell’italiano, con tanti rischi. Con la lingua inglese, chiaramente, riesci ad essere più trasversale, a calcare diversi mercati. Partendo dall’italiano questo diventa più difficile soprattutto in questo momento. Invece secondo me era adesso il momento, mi sentivo pronta a cantare nella mia lingua, avevo un progetto in testa sempre molto energico e grintoso, mantenendo il piedino fuori sull’internazionale, dandomi quindi delle possibilità  di traduzioni in inglese o spagnolo. Quindi la scelta di Luca è stata spontanea, perché lui è così, è italiano ma è ha un flavour internazionale. E poi direi che la canzone si prestava molto. Una Dark room vera e propria, perché io fino all’ultimo non sapevo nulla del video. Luca, dopo avermi incontrato e aver ascoltato il brano, mi ha detto: “Fidati, sento una bellissima energia e alchimia, e verrà fuori una cosa spaventosa”. E così è stato. Mi ha guardata e proposto quello che poi è questo cambio look, come la frangia, i colori acidi ma fluo, l’idea di farmi ballare (perché sapeva la mia esperienza nei musical) anche se non sono una ballerina ovviamente. Mi ha chiesto carta bianca, è un pazzo stacanovista (ride n.d.r), super professionale, esigente fino allo sfinimento, ma è stato bravissimo e io mi sono divertita tantissimo. Quando abbiamo finito, alle 2 di notte, ero ancora carica a molla che volevo andare avanti. Quindi sono stata molto, molto contenta di lavorare con Luca.

Le tue esperienze artistiche all’estero cosa ti hanno lasciato?
La consapevolezza che in Italia ci sono tante risorse quanto all’estero. Ci sono queste menti che scappano fuori perché, è vero, hanno più possibilità, ma ci sono dei talenti pazzeschi che sono frenati dai dinosauri, gli artistoidi in scena da una vita. Quindi sì, la consapevolezza che tornando a casa si possano fare altrettante cose, in maniera e con dei tempi diversi, ma si può. Purtroppo l’Italia rimane sempre un pochino vintage, ed è capitanata da un Governo che è davvero molto indietro.

Nel corso della tua carriera, hai mai avuto difficoltà in quanto donna a trovare un tuo posto artisticamente?
Io sono quella fuori dal coro, una privilegiata. Sono sempre stata benedetta, ho sempre lavorato con persone con le quali volevo lavorare, che mi hanno fatto sentire l’artista che sono adesso e che mi hanno ascoltato. Anche con i musical, che sono stati la mia prima esperienza, ho ottenuto dei ruoli da protagonista fenomenali, fino al contratto che mi lega con la Panini che mi concesso di lavorare con artisti che mi hanno arricchita artisticamente e umanamente, come Gaetano Curreri. Non ho mai avuto grandi difficoltà, forse perché nel team con cui lavoro ci sono parecchie donne e questa cosa ha fatto forza, gruppo. Sarà che hanno tutti un’impronta internazionale, quindi il mio colore di pelle non conta. Sapevo avrei corso dei rischi tornando a lavorare in Italia, in cui purtroppo la meritocrazia non vige, però secondo me bisogna continuare a perseverare, perché qualcosa si è mosso. Con molta difficoltà, e con tutte le problematiche che ci sono per le donne ma in ogni mestiere, non solo quello artistico. Ma riusciremo ad abbattere anche questo muro.

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