Si sa: a chi si occupa di musica, ne scrive oppure la sceglie per le scalette radio o per la programmazione TV vengono proposti e inviati più dischi di quanti non riesca a utilizzarne per completare il suo lavoro. Questo succede per più o meno tutto l’anno ad eccezione del mese di agosto, quando gli uffici stampa e comunicazione vanno — come la maggior parte degli italiani — in vacanza. Così, chi scrive si è messo a guardare indietro per cercare tra gli album ricevuti quelli di artisti italiani di cui su queste pagine non si è parlato. Ne ha trovati diversi, di vario genere musicale, che vale la pena presentare ai nostri lettori. Ecco il primo gruppo.

Osvaldo Ardenghi

Osvaldo Ardenghi
Leggero vento (SO/IRD)
voto: 8

Il cantautore bergamasco è arrivato a questo quarto album da solista sul finire del 2018, forte di una storia musicale — iniziata nei primi anni ’80 — che l’ha visto attivo protagonista come membro degli apprezzati Rusties, con i quali ha inciso nove album. La distillata produzione a suo nome mostra l’amore del nostro per il cabaret (ha collaborato spesso con Enzo Jannacci, che omaggia nello spettacolo teatrale Grazie maestro, ha partecipato a trasmissioni TV con Cochi e Renato, ha recitato tributi a Giorgio Gaber), ma soprattutto la sua capacità di organizzare canzoni che prendono frammenti e influenze da blues, rock, R&B, reggae, swing, leggera, con un’abilità convincente sia per quel che riguarda gli arrangiamenti (c’è anche una sezione fiati con il “mitico” Paolo Tomelleri al clarinetto), sia per quel che riguarda l’incastro con testi che fanno pensare. A partire dal biglietto da visita Mi sento un po’ strano, Ardenghi parla di ecologia e immigrazione, rapporti umani e musica “emozione della notte”, erotismo del ballo e invasione dell’elettronica, sempre con intelligenza e con il sorriso sulle labbra.

Duo Bottasso con Simone Sims Longo

Duo Bottasso e Simone Sims Longo
Biserta e altre storie (Visage Music)
Voto: 8

Ho ripreso in mano questo cd dopo la sua proclamazione quale “miglior album italiano di musica world 2018” (categoria giovani under 35) al prestigioso premio Loano, della cui giuria faccio parte fin dalla prima edizione. Confesso di non aver votato per i fratelli Simone e Nicolò e per Sims Longo perché il cd a un primo ascolto appare più come un lavoro “di servizio” — si tratta per la gran parte della colonna sonora del bel documentario Biserta. Storie a spirale — piuttosto che un’opera dal programmatico senso compiuto. Riascoltandolo ora, mi accorgo di aver avuto torto, di averne sottovalutato l’intensità poetica e di non averne colto immediatamente la ricca tessitura musicale, piena di sottile forza tutta mediterranea, nonostante l’esiguità della strumentazione (organetto, violino, tromba, tar ed elettroniche varie). Certo qualche momento fragile c’è, qualche concessione di troppo al descrittivo pure, ma i tre ragazzi, con l’aiuto emozionante di un coro di voci bianche qua e là, riescono a raggiungere vertici significativi, sanno immergerci nel clima sospeso e misterioso, accorato e drammatico, suggestivo e contraddittorio della Tunisia di oggi.

Maurizio D’Alessandro e Massimiliano Caporale

Italy meets Cuba
Vivaldi And Other Follies (AlfaMusic/Egea)
Voto: 7/8

Progetto una tantum messo in piedi dall’Ambasciata Italiana a Cuba nel 2016: la registrazione è dal vivo nella Basilica Minore del Convento S. Francesco di Assisi de L’Avana in occasione dell’inaugurazione della XIX settimana della Cultura Italiana nell’isola, il 21 novembre. Bene ha fatto l’etichetta AlfaMusic ha registrarlo e a proporlo un paio d’anni dopo anche al nostro pubblico, perché quell’incontro tra il clarinettista classico Maurizio D’Alessandro, il pianista e direttore Massimiliano Caporale, l’Orchestra Cubana Camerata Romeu (16 archi, tutti suonati da donne) e una coppia ritmica locale ha prodotto un frutto succoso. Si tratta della — ennesima, certo — rielaborazione delle Quattro stagioni vivaldiane, capolavoro infinito del barocco veneziano, con l’aggiunta di una pressoché coeva “Toccata in la maggiore” di Pietro Domenico Paradisi e della intro del soundtrack morriconiano di The Mission. Il risultato, ricco di metamorfosi e combinazioni, offre un riuscito sviluppo di idee convincenti e di accostamenti timbrici molto efficaci.

L’Orage

L’Orage
Medioevo digitale (Ph.D./Discoteca laziale)
Voto: 9

Sono sempre più bravi quelli della band guidata dal cantante/chitarrista Albert Visconti e dai fantastici polistrumentisti Rémy e Vincent Poliface, che ha pubblicato a metà primavera questo eccellente cd, seguito del già promettente Macchina del tempo di tre anni fa. Anche il titolo e i testi si riferiscono alle problematiche quotidiane che viviamo confrontandoci con una Rete che, come affermano gli studiosi di sociologia, “ha favorito lo sviluppo di una società neofeudale, dove una ristretta oligarchia fa razzia della ricchezza prodotta dentro e fuori Internet e ci trasforma in servi della gleba digitali” e dove, come cantano i L’Orage, “c’è sempre l’impressione di un eccesso di finzione”. L’unica salvezza, dicono i ragazzi valdostani, è fare riferimento alla tradizione e agli insegnamenti del passato, coniugandoli con la forza e la ricchezza della musica di oggi. Così questo disco ci parla di temi attualissimi come il cambiamento climatico, le migrazioni, l’involuzione culturale italiana (magari partendo dal Giordano Bruno protagonista del singolo Canto d’addio), sia con la festosa volontà del castigat ridendo mores dei padri latini, sia con l’immediatezza comunicativa di un folk-rock sempre più potente, i cui riferimenti vanno cercati, mutatis mutandis, nella grande stagione eighties anglosassone dei Big Country e dei Waterboys.

Mauro Ottolini

Mauro Ottolini
Sea Shell (Azzurra Music)
Voto: 8

“Un’opera realizzata senza usare strumenti musicali. Fatta di suoni ottenuti esclusivamente da conchiglie, mescolati a suoni ancestrali, come voci e percussioni, e della natura, come il canto del mare e delle cicale, il vento, voci di balene, le pietre sonore, e poi barattoli, bicchieri di plastica, giocattoli sonori, strumenti aborigeni… Un contributo di amore e di civiltà verso l’uomo e la natura, un atto di devozione verso l’universo marino e i problemi che lo mettono in pericolo, come l’inquinamento”. Basterebbero queste parole di presentazione del protagonista per descrivere un album sui generis che ha negli strumentali, inevitabilmente, l’afflato emozionale dei lavori tra jazz e new age del trombonista Steve Turre, specialista per eccellenza nel suonare le conchiglie, con l’aggiunta dell’inestimabile perizia percussionistica del sardo Gavino Murgia, delle atmosfere ancestrali dell’aborigeno Rhys Waite con il suo didgeridoo e della vocalità di Vanessa Tagliabue Yorke (protagonista della danza sudamericana “La Reina de las Conchas”) e del suo coro di voci bianche “Le Zucchine”, che scandiscono l’inno conclusivo What can I do for Mother Earth. E in cui non potrebbe non essere presente Vinicio Capossela con la sua filastrocca La madonna delle conchiglie.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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