Per più o meno tutto l’anno a chi scrive di musica vengono proposti e inviati più dischi di quanti non riesca a utilizzarne per completare il suo lavoro. Il mese di agosto fa eccezione: gli uffici stampa e comunicazione vanno — come la maggior parte degli italiani — in vacanza. Così chi scrive si è messo a guardare indietro per cercare tra gli album ricevuti quelli di artisti italiani di cui su queste pagine non si è parlato. Ne ha trovati diversi, di vario genere musicale, che vale la pena presentare ai nostri lettori. Ecco il secondo gruppo.

Circolo Mandolinistico San Vito dei Normanni

Circolo Mandolinistico San Vito dei Normanni
Dopobarba (Kurumuny)
voto: 9

Questo disco ha circa due anni sulle spalle, ma rimarrà attuale per sempre perché ci racconta una tradizione musicale ormai perduta, che però l’ensemble pugliese ci riporta con puntualità e rigore. Parliamo delle vecchie barberie, che, soprattutto nel Sud Italia, erano, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, il centro delle esibizioni musicali dei paesi e delle cittadine, con gli stessi artigiani e i loro garzoni a proporre con strumenti a plettro — l’Italia è il paese dei mandolini anche per questo — sia brani popolari, sia canzoni in voga nel periodo, sia arie d’opera. Il tutto rivisitato in maniera magari semplicistica ma quantomai diretta. A San Vito dei Normanni, l’ultima barberia musicale ha chiuso i battenti nel 2003, ma l’attività del Circolo Mandolinistico (fondato addirittura nel 1934), pur tra alti e bassi, ha permesso di mantenere vivo quel milieu artistico, fatto anche di confronti con l’attualità e di rapporto tra musicisti professionisti e semplici cultori. Dopobarba è eccellente, ha il profumo di quei localini dove si assiepavano clienti e curiosi per ascoltare Boccuccia di rosa o la magnifica Era de maggio, così come brani da ballo e tipiche pizziche, i caratteristici stornelli e frammenti classici, ma anche rifacimenti di colonne sonore e hit internazionali come And I love her e The house of the rising sun. Tutto è proposto con chitarre, mandole, mandolini, violoncelli, tamburelli e le voci, tra cui quella storica dell’85enne Vincenzo “Swing” Fasano. Impagabile.

Mo’ Better Swing

Mo’ Better Swing
Swinky (DK Music)
Voto: 7/8

Fare un album intero di canzoni swing in italiano oggi — avverbio temporale che va inteso come “dal 1980 in poi”—  è quanto di più complesso. Chi ci è riuscito è dovuto ricorrere all’arma dell’ironia (Sergio Caputo) oppure a quella della vocalità particolare (Nicola Arigliano, che comunque apparteneva a una generazione precedente). Gli altri, ultima la brava Simona Molinari, che ci hanno provato sono sempre inciampati sulla lunga distanza, magari dopo aver azzeccato due o tre brani eccellenti. Il quartetto milanese, diretto dagli esperti Mauro Bazzini, chitarrista, e Mario Belluscio, contrabbassista e guida della sezione ritmica, ci prova con questo secondo cd, che lo vede affiancato da una terna fiatistica e da tanti cantanti quanti sono i brani (nei live del gruppo i vocalist debbono esibirsi bendati, perché i Mo’ Better Swing non vogliono un frontman). Swinky propone un interessante aggiornamento del genere, che giustamente appare a tratti, combinato soprattutto con i fiati R&B (il titolo programmatico del cd fonde le parole swing e funky), alternato a momenti più intimi, tra cui l’unica cover, la magnifica Autunno a Milano di Piero Ciampi, altri pop, altri jive, spruzzi brasiliani e persino hip-hop. I testi sanno graffiare, utilizzando l’arma dello sfottò e del sarcasmo.

Riccardo Galardini Trio

Riccardo Galardini Trio
L’isola colorata (AlfaMusic/Egea)
Voto: 8

Un disco di jazz intenso e personale, elegante ed espressivo, quello del chitarrista toscano, che debuttava sul finire dello scorso anno proponendo una varietà di brani da lui scritti tra il 1981 e il 1985, cui sommava Plumbago del 2009, dai colori latineggianti, 44Cats del 2017, una sorta di omaggio al maestro Jim Hall, e una riuscita cover blues della Imagine lennoniana. Riccardo Galardini, cui fanno da spalla discreta ma propulsiva Giacomo Rossi al contrabbasso e Paolo Corsi alla batteria, dimostra un talento compositivo che avrebbe potuto avere esiti ben più importanti in ambito jazzistico se ne avesse percorse le strade — certo più impervie — invece di dedicarsi ad accompagnare Ivano Fossati e a comporre colonne sonore (sono una trentina quelle al suo attivo, tra le quali Io Chiara e lo scuro, grande successo di Francesco Nuti, da cui riprende l’elettrica Blues for Diego e la ballad For Andrea). Brani “colorati” a tinte più o meno sfumate tutti: dall’iniziale title track alla samba-fusion Cover poster, dalla vibrante e funky Max Blues alla multiforme Trip one, il cui nome è ricordo del gruppo con cui suonava il chitarrista nei primi anni ’80, dalla bossa Marcel al valzer For Tomaso.

Emanuele Belloni

Emanuele Belloni
Tutto sbagliato (Squilibri)
Voto: 8/9

Un concept album alla maniera della canzone d’autore anni ’80, con un clima musicale alla Gianmaria Testa, con un booklet elegante, ricco di foto e di testi. Il secondo lavoro del romano Emanuele Belloni (il precedente E sei arrivata tu era stato apprezzato alle Targhe Tenco), uscito sul finire del 2018, mischia “odori, sapori, tensione, prospettive: alla fine chi, nelle Gendarmerie, scappa davvero? Il passacarte dalla sua vita monotona o l’avvenente ragazza che lui butta in cella? È questo — continua il cantautore — il filo rosso del racconto, perché nel cd i personaggi diventano protagonisti: il portantino che distribuisce il cibo nelle celle, il boss che nella partitella gioca libero davanti al portiere perché nessuno osa toccarlo. E ancora i fratelli Anglin che scappano da Alcatraz nel 1962, organizzando la fuga durante le ore di canto e così via. E alla fine chi sei tu? Quello che resta o quello che scappa? Qual è il tuo spazio all’interno di questo mondo? Già, qual è in un microcosmo di sofferenza e assenza che è specchio del macrocosmo di ogni giorno dove ognuno di noi è oggi, complici i diversi social, più personaggio che persona? Belloni ci fa pensare attraverso storie paradigmatiche (suoi tutti i testi, ad eccezione della poesia di Nâzim Hikmet Il più bello dei mari) e, grazie alla varietà eclettica delle musiche e agli arrangiamenti ricchi senza essere invasivi, si fa ascoltare con grande piacere e attenzione.

Maurizio Petrelli

Maurizio Petrelli
Scatole di vetro (AlfaMusic/Egea)
Voto: 8

Potrebbe essere lui, Maurizio Petrelli, se fosse italiano invece che inglese, il protagonista di Crooner, l’ultimo romanzo tradotto in italiano, e ambientato in una crepuscolare Venezia, del premio Nobel 2017 per la letteratura Kazuo Ishiguro, giapponese naturalizzato britannico, autore del capolavoro Quel che resta del giorno. Sicuramente meno malinconico e desolato del Tony Gardner del racconto, il nostro è non a caso un fan del grande Nicola Arigliano, di cui propone qui un succoso medley e la Colpevole del Sanremo 2005, in un duetto virtuale con il cantante scomparso nel 2010. Personaggio che sa essere ironico oppure profondo, attento all’attualità e all’introspezione, che possiede una disinvolta capacità narrativa, che aggiorna con intelligenza la lezione del Leo Chiosso più personale nella stesura dei testi e che non dimentica quanto debba al jazz questo genere intimista e lieve, ma insieme convincente e ammaliatore. La malinconica Non posso dire con l’avvolgente flicorno di Franco Piana in evidenza, la funkeggiante e autobiografica Faccia da schiaffi con l’Hammond di Stefano Sabatini e la garbata parata da big band di Se sapessi con il pregevole solo di Vincenzo Presta al sax gli inediti migliori.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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