A chi scrive di musica vengono regolarmente proposti e inviati più dischi di quanti non riesca a utilizzarne per completare il suo lavoro. Non nel mese di agosto, quando gli uffici stampa e comunicazione vanno — come la maggior parte degli italiani — in vacanza. Chi scrive, avendo tempo e voglia di recuperare quello perduto, si è messo a cercare tra gli album accantonati quelli di artisti italiani, di ogni genere e stile, di cui su queste pagine non si è parlato, ma che sarebbe stato opportuno presentare ai nostri lettori. Ecco il terzo e ultimo gruppo.

Giua

Giua
Piovesse sempre così (Incipit/Egea)
voto: 8

L’incipit è emozionante. Uragano è una canzone che resta, che sa di poesia popolare intensa e diretta, “vorrei essere per te un buon silenzio/ dentro a tutte le parole perché trovino il tempo/ vorrei essere per te vino rosso/ respirare a lungo”, racconta un amore fatto di dedizione e insieme di identità. Quasi dello stesso livello sono tutte le altre canzoni di questo bel cd, grazie a un produttore di grande spessore come Paolo Silvestri, che mette in campo una manciata di musicisti preziosi tra i quali spicca il violoncellista brasiliano Jaques Morelenbaum. E grazie soprattutto alle qualità compositive e interpretative della genovese Maria Pierantoni Giua, talento indiscusso del pop di classe attuale giunta al quarto album. La scelta della sarcastica ma prevedibile Feng Shui, che vede la partecipazione dell’attrice Carla Signoris, come brano di punta non le rende la dovuta giustizia: meglio la gaberiana Cosa penserà la gente per restare nell’ambito ironia. Ma altri pezzi serissimi conquistano al primo ascolto: Aprile, con la vita così bella perché “cambia e ti fa sobbalzare e spaventa”, la grintosa Non abbastanza, l’appassionata Più lontano di così. E non solo.

Rocco Nigro e i protagonisti del cd “Terra Pane Lavoro” ©giuseppe rutigliano

Artisti vari
Terra Pane Lavoro (Kurumuny)
Voto: 9

Apparso per la prima volta nel 2017 come allegato al volume curato da Luigi e Paolo Chiriatti Terra Rossa d’Arneo. Le occupazioni del 1949-51 nelle voci dei protagonisti e poi edito come cd, si tratta di un lavoro approfondito e ricco, curato e arrangiato dallo studioso Rocco Nigro, che propone “canti contadini d’amore e di lotta”, come recita il sottotitolo. Riproposti con attenzione filologica e strumentazione ricca — fiati, fisarmoniche, piccole percussioni, violino a sonagli, basso acustico —, i brani rappresentano “un viaggio musicale legato al mondo bracciantile e popolare del Salento, che va da fine ‘800 al movimento di occupazione delle terre del 1949-’51” proposto in ordine temporale. Lavoro rigoroso che ci porta indietro nel tempo e nella Storia a ricordare come la musica e le canzoni abbiano accompagnato la crescita delle popolazioni, con ironia e speranza, con malinconia e pazienza, dando loro un sostegno determinante nelle lotte e nella vita quotidiana. Canti di emigrazione, di protesta, di guerra, di lavoro, di impegno, d’amore. Protagoniste le voci, soliste e in coro, di un’autenticità troppo spesso dimenticata.

The Sweet Life Society

The Sweet Life Society
Manifesto! (Black Seed)
Voto: 8

Funky futuribile, propulsivo ed energetico, miscela fratturata di electro, dub, hip-hop, latin, dubstep, persino swing, quello della band di Giulietta Passera, che proponeva a inizio primavera questo secondo cd, dopo il debutto Antique beats della scorsa stagione. Aperto dal poderoso singolo Better than that, lanciato con una campagna di marketing aggressivo sui muri di Torino, la loro città, passa dall’urban con passaggi raggamuffin di Parlano d’amor all’ispanico Astrocumbia, sorretto da una base drum‘n’bass (e dal supporto dei Cacao Mental di Kit Ramos), dal tipico rappare di Sopravvivo al funky elettronico Spread love, dallo spaziale dub di Not a game in cui si incrociano le voci di Moreno “Emenél” Turi — anima onnipresente del progetto insieme agli altri due produttori Gabriele Concas e Matteo Marini —  e di Yendry, la cantante dei Materianera, al sincopato e arabeggiante drum‘n’bass di Ya Mayla, cantato dalla siriana Mirna Kassis e sorretto dai fiati della band palestinese Al Raseef, dalla elettronica Hystory teaches e i suoi sapori orientali alla conclusiva Keep the words true, dai ritmi reggae e i fiati in parata. Il tutto su testi impegnati ad affrontare problematiche sociali ed esistenziali, con un taglio convincente quanto chiaro.

Enrico Intra

Enrico Intra
Gregoriani & Spirituals (AlfaMusic/Egea)
Voto: 8/9

Ha 83 anni, il pianista e direttore d’orchestra milanese Enrico Intra, ma possiede la lucida voglia di sperimentare di un debuttante e la maturità imbevuta di talento e, perché no, di furbizia del musicista all’apice della carriera. Personaggio carismatico del nostro jazz — ha affiancato Milt Jackson, Chet Baker e Gerry Mulligan, per dirne tre delle centinaia —, ha sempre attraversato anche infiniti altri territori musicali, dal cabaret del Derby Club al pop di Francesco Guccini e Giuni Russo, dal Festival di Sanremo alla classica. In questo prezioso album si confronta con la musica corale di origine devozionale, affiancando canti Gregoriani & Spirituals in un’operazione intellettuale e colta, ma che suona immediatamente godibile. Agli spiritual tradizionali Wade in the water e Sometimes I feel like a motherless child (proposto dalla sola voce, splendida, di Joyce Elaine Yuille) e Amazing Grace e al gospel per bambini This little light of mine, Intra somma una serie di sue composizioni, che del clima medievale europeo (proponendolo in inglese invece che in latino) e di quello neroamericano di inizio ‘900 riprendono la forza comunicativa ed emozionale, miscelandola a certo jazz aleatorio contemporaneo e al solido blues. Con un sestetto che si frammenta in diverse formazioni, a cominciare dalla sola arpa di Marcella Carboni di Per Elena per poi continuare con il classico trio piano-contrabbasso-batteria e terminare con le combinazioni in cui è determinante l’organo liturgico di Stefano Proietti. Al tutto fa da chiusa la sorpresa finale, tutta sarda, affidata alla voce solista di Gavino Murgia e ai controcanti dei tre Tenore Gòine di Nuoro, il cui titolo Intrannias, ovvero “inganni”, dice molto sulla sua diversità e insieme sulla sua congruità emotiva con l’intero progetto.

Sambene

Sambene
Sentieri partigiani (FonoBisanzio)
Voto: 7/8

Ballate cantautorali folk a tema per i Sambene, band marchigiana che nasce su ispirazione dei Gang. E i fratelli Marino e Sandro Severini sono presenti a narrare la storia del comandante partigiano Nené Acciaio. Probabilmente la più riuscita tra le dieci canzoni-biografia dedicate a combattenti per la libertà contro il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale, che sono quasi tutti caduti nella regione del Centroitalia, senza una lacrima sul viso degli eroi”, e di cui il ricco booklet riporta l’autentica storia. Schierati politicamente — “viva l’Italia, viva il comunismo”, cantano in Elvio e Ivan —  senza se e senza ma e con gli eccessi di retorica che tale scelta comporta, i brani sanno convincere per il sound rigorosamente acustico e da festa paesana, per gli espliciti riferimenti a cantautori come Guccini (citato in Nunzia, staffetta contadina che vive ancora: “come tutti gli eroi era giovane e bella”) e De André, per la vivace forza espressiva cui contribuisce attivamente anche il violino del produttore Michele Gazich e per i riferimenti continui all’attualità con cui sempre bisogna confrontarsi. Inutile aggiungere che il brano di chiusura è Bella ciao, l’inno partigiano per eccellenza, riproposto in versione esclusivamente vocale.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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