1999, l’estate guarda agli anni ’30 con Lou Bega

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1999, un anno che chiude un’epoca, più o meno metaforicamente: ma con quali titoli di coda, a parte il fondato terrore del bug che avrebbe potuto, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, mandare in tilt l’intera rete globale? Intanto, i titoli di testa contemplano una sola parola: Euro. La moneta unica europea, infatti, adottata da undici paesi (oggi sono 19), entrerà ufficialmente in vigore solo tre anni dopo, ma il 1° gennaio 1999 esordisce nel mercato finanziario; continua la guerra nella ex Jugoslavia, e aspra è la repressione della popolazione albanese in Kosovo da parte del dittatore serbo Slobodan Milošević; in marzo, un camion che trasporta farina esplode all’ingresso francese del Traforo del Monte Bianco: il tunnel si trasforma in una prigione di fiamme, che uccide 40 persone (tra esse, 15 italiani); negli Stati Uniti — e recenti fatti d’attualità ci dimostrano, ahinoi, che anche oltreoceano si fatica ad apprendere le lezioni impartite dalla Storia —, il 20 aprile, i due studenti Eric Harris e Dylan Klebold entrano armati di pistole e fucili a pompa nella Columbine High School di Jefferson County, Colorado, e aprono il fuoco sui presenti, uccidendo 12 ragazzi e un insegnante prima di togliersi entrambi la vita (il docufilm di Michael Moore Bowling a (for) Columbine, Premio Oscar 2003 per il Miglior documentario, è ispirato proprio a questa strage); il 1° giugno nasce Napster, capostipite di tutti i sistemi di file sharing musicale, che dà inizio alle modalità contemporanee di fruizione digitale delle note; a luglio, il ciclista americano Lance Armstrong vince il primo di sette Tour de France consecutivi, vittorie tutte annullate una volta dimostrato che l’atleta faceva sistematicamente uso di doping per esaltare le proprie performance.

Sul fronte delle battaglie per i diritti, il 15 ottobre la ONG francese Médecins sans frontières (Medici senza frontiere), fondata nel 1971 e da allora attiva nella creazione di progetti di sostegno sanitario e sociale a favore delle popolazioni  e delle terre devastate da guerre e da catastrofi naturali, riceve il Premio Nobel per la Pace. A Seattle, in novembre, in occasione della Conferenza Ministeriale della Organizzazione Mondiale per il Commercio, nasce il movimento no-global, nutrito gruppo di attivisti promotori di un sistema economico più equo, che tuteli la sicurezza e i diritti dei lavoratori, che redistribuisca le ricchezze scudate nei paradisi fiscali, che non tragga profitto dallo sfruttamento minorile e dell’ambiente e ponga fine alla piaga del finanziamento indiscriminato di eserciti e terroristi. Il 17 dicembre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite fissa al 25 novembre la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Affacciandoci sul mondo del Cinema, anche nel 1999 tante sono le pellicole meritevoli di menzione. Iniziamo con Star Wars-The Phantom Menace, cronologicamente il primo episodio della saga più amata della storia, firmata George Lucas e apertasi nel 1977 con A New Hope: seconda trilogia dopo quella degli anni ’70-’80 (verrà seguita dalla terza, iniziata nel 2015 con The Force Awakens e in chiusura il 20 dicembre prossimo con The Rise of Skywalker), viene considerata la più debole secondo gli esperti, sia per quel che concerne le interpretazioni dei protagonisti, sia per la qualità del racconto; proprio in questo anno, il regista di origine indiana M. Night Shyamalan firma il suo primo successo commerciale, Il sesto senso, che fa di lui una delle più promettenti nuove stelle della Settima Arte: in perfetto equilibrio tra thriller, horror e dramma, e con un colpo di scena finale che è diventato iconico, il film porta il suo protagonista Bruce Willis a smettere per un po’ la canotta lisa dell’eroico e imperfetto John McClane di Die Hard per indossare gli abiti ben più eleganti di uno psicologo infantile empatico, intuitivo e placido. Da parte di Willis, un eccellente lavoro di recitazione per sottrazione che esalta lo straordinario talento del piccolo Haley Joel Osment, all’epoca solo undicenne e già candidato all’Oscar come Miglior attore non protagonista; nove anni dopo Pretty woman, torna la coppia Richard Gere-Julia Roberts per un’altra commedia romantica, ancora una volta diretta da Garry Marshall, cucita su misura sui vezzi interpretativi e d’attitudine dei due divi: Se scappi ti sposo è ammiccante e deliziosamente “rosa”, ma diverte e nutre sogni di idilli improbabili. Tanto basta per decretarne un successo che dura; così come dura la fascinazione esercitata da Notting Hill, con la Roberts di nuovo protagonista nei panni (quasi) di se stessa, attrice di fama mondiale che s’innamora di un libraio goffo e ironico in una Londra che splende di malinconia e dolcezza: probabilmente, a ruoli invertiti, una delle storie d’amore più “sognate” dalla generazione femminile ’79-85 (chi scrive conferma). The Blair Witch Project, horror girato con la tecnica del finto documentario, diventa in breve tempo un vero e proprio cult per i giovani, modello ispiratore per numerosi progetti cinematografici successivi; Il miglio verde, trasposizione dell’omonimo romanzo di Stephen King, mescola con sapienza favola e tragedia, dolore e umanità, e ci consegna un Tom Hanks ancora una volta impeccabile nel ruolo di un secondino che stringe un rapporto di reciproca fiducia col prigioniero dal cuore di luce Michael Clarke Duncan. Menzione speciale per American Beauty: esordio registico di Sam Mendes, che porta a casa l’Oscar — il film ne vincerà cinque —, il ritratto spietato dell’America della perversione e dell’arrivismo, della morale a multipla faccia e della maniacale ricerca della perfezione, ha un simbolo, il rosso, quello delle rose che coprono il corpo immerso nella vasca da bagno di Mena Suvari, giovanissima ossessione erotica del quarantenne protagonista, in una delle scene più imitate del cinema contemporaneo. Ci si consenta di dirlo: sospendendo il giudizio sull’uomo, che non spetta a noi emettere, Kevin Spacey è e resta uno dei migliori attori degli ultimi trent’anni… e l’Academy Award col quale viene premiato proprio per American Beauty, il secondo dopo quello ricevuto per il suo immortale Kint/Keyser Söze de I soliti sospetti, ne è la prova materiale.

DISCHI E TORMENTONI

Capitolo Musica. Prima di addentrarci nella segnalazione degli album più interessanti dell’anno, ci appare doveroso parlare del singolo italiano più venduto, non per i suoi risultati commerciali, ma per il suo valore simbolico: Il mio nome è mai più, firmato Ligabue, Jovanotti e Piero Pelù, nasce in risposta alla tragedia della guerra nella ex Jugoslavia e all’intervento NATO sul territorio, causa di ulteriori perdite tra i civili innocenti. Pubblicata il 17 giugno, vende più di 350mila copie, e tutti gli introiti vengono ceduti a Emergency, la ONG fondata dal medico Gino Strada, per la realizzazione di progetti umanitari nelle terre jugoslave martoriate, in Afghanistan, Cambogia e Sierra Leone. Nel solco di questa nobile iniziativa si ascrive la scelta dei due vincitori del Festival di Sanremo 2018, Ermal Meta e Fabrizio Moro, di devolvere integralmente i diritti d’autore della loro Non mi avete fatto niente alla stessa associazione.

Il 1999 è senza dubbio l’anno di Io non so parlar d’amore, trionfale ritorno discografico di Adriano Celentano, di nuovo interprete unico dei propri pezzi dopo il successo dell’album con Mina: 12 canzoni scritte quasi tutte con Gianni Bella e Mogol, Io non so parlar d’amore permane nella Top 50 della classifica FIMI per 101 settimane e supera i due milioni di copie vendute in Italia, alle quali si somma il milione venduto in Europa. Ligabue e Jovanotti tornano protagonisti anche in questa disamina relativa ai dischi: i loro rispettivi cd, Miss mondo e Lorenzo 1999-Capo Horn, sono fra i primi dieci nella chart annuale e vengono entrambi certificati platino. Un raggio di sole, dall’album di Cherubini, porta anche a casa la vittoria del Festivalbar.

Sul fronte internazionale, citiamo due gruppi apparentemente agli antipodi per stile e target: i Red Hot Chili Peppers con Californication, e i Backstreet Boys con Millennium: i primi vendono più di quindici milioni di copie con quello che viene considerato il migliore album della loro carriera, e conquistano un posto nella Top 500 di Rolling Stone, classifica dei migliori dischi della storia, oltre a un Grammy Award per il miglior pezzo rock con Scar tissue; i secondi esordiscono al primo posto della Hot 100 di Billboard con più di un milione di copie vendute in una sola settimana (superando negli anni i 12 milioni totali), conquistano 5 nomination ai Grammy e fissano per sempre nel tempo hit commerciali che di quel Millennium che sta per chiudersi saranno tra i ricordi sonori più simbolici: I want it that way, Larger than life, Show me the meaning of being lonely

Arriviamo così all’estate, che si fa anch’essa bella per i saluti finali degli anni ’90: Quanto tempo e ancora di Biagio Antonacci, Camminando camminando di Anna Oxa e Cheyenne, Snow on the Sahara di Anggun, l’irresistibile Blue (da ba dee) degli Eiffel 65, Mi piaci di Alex Britti, Girasole di Giorgia, Unforgivable sinner di Lene Marlin, Supercafone di Piotta, Narcotic dei Liquido, …Baby one more time di Britney Spears, Il mio corpo che cambia dei Litfiba, Bailamos di Enrique Iglesias, e tantissime altre. Per gli adolescenti di allora, una sfilata d’alta sartoria di testi e note che portano in sé ogni singola sfumatura di colore degli amati Nineties, dalle più vivide e quasi stereotipiche, alle venature di contrasto celate in accordi e discografie nei confronti dei quali il tempo non è stato generoso, e che val però la pena riscoprire per la loro capacità di riassumere una storia complessa in un breve, ma suggestivo racconto. Come ogni finale che si rispetti.

A simboleggiare quella stagione di ricordi indelebili, abbiamo scelto Mambo No.5 di Lou Bega: atmosfere jazz che strizzano l’occhio all’America dei club e contaminazioni latine, il singolo del cantante tedesco di origini è esso stesso un bignami degli anni ’90.  Premiato al Festivalbar come Artista rivelazione, Bega crea il suo pezzo più noto rieditando la melodia originale, incisa dal musicista cubano Pérez Prado nel 1949 (il che causerà anche un lungo contenzioso legale con la sua famiglia, poi risoltosi con un accordo tra le parti), e scrivendo su di essa un testo furbo e catchy: il risultato è un clamoroso successo non solo in Europa, con la conquista della vetta della classifica in diversi paesi (Italia inclusa), ma anche in Australia (quadruplo platino), in Canada e negli Stati Uniti, dove Bega raggiunge la terza posizione nella Hot 100 di Billboard.

Sta arrivando il Duemila. Sarà meglio andare. Ma prima, un ultimo ballo scatenato:

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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