Michele Rabbia e Gianluca Petrella guidano la nuova ondata di trii jazz italiani

Con il norvegese Eivind Aarset formano un piccolo ensemble apprezzato non solo in Europa. Insieme al loro Lost River presentiamo i nuovi lavori di Francesco Zampini, Carlo Mezzanotte, Jacopo Salieri e Leonardo Radicchi. Rigorosamente in trio.

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"Midnight Jazz" by So4G

Che ci sia una continua, positiva evoluzione del jazz italiano, è ormai una convinzione generalizzata. Dopo l’arresto, contestuale a un certo aggrovigliamento generale attorno al mainstream più divulgativo subito dopo il passaggio del secolo, i giovani talenti di casa nostra dediti al suono afroamericano hanno sviluppato linee espressive sempre più cariche di fantasia e di ricerca, di approfondimento e di sviluppo. Merito anche dell’attenzione del pubblico e della dedizione di etichette coraggiose e benemerite, in primis Alfa Music e Auand, che hanno offerto disponibilità e studi di registrazione, trasformandosi in autentiche fucine del jazz italiano. E merito di alcuni “bravissimi”, che di fatto sono diventati il riferimento trascinante dei nuovi.

Michele Rabbia – Eivind Aarset – Gianluca Petrella

Tra questi ultimi figurano certamente il batterista Michele Rabbia e il trombonista Gianluca Petrella, musicisti che sanno essere protagonisti in proprio e in gruppo, capaci di evolute raffinatezze propulsive il primo, e di raffinate “voci” discorsive l’altro.

Michele Rabbia – Gianluca Petrella – Eivind Aarset
Lost River (ECM/Ducale)
voto: 9

Insieme al chitarrista norvegese Eivind Aarset, altro personaggio multiforme che si muove anche nei territori variegati della ambient e della contemporanea, dell’elettronica e dell’avanguardia, formano un trio jazz dalle connotazioni estremamente labili, etereo come un volo di gabbiani sulle fredde scogliere del nord e luminoso come un’aurora boreale. Il loro cd Lost River, primo della fertile collaborazione, li vede — con l’abituale supporto delle elettroniche, autentico strumento in più, da parte di tutti e tre — aggirarsi lungo i percorsi del jazz scandinavo alla Bugge Wesseltoft, ma con un’intensa vena narrativa e liquida, che passa da momenti di sogno a tratti, rari, da incubo dissonante, come nell’infernale Styx.
Registrato nel gennaio 2018, questo cd ha visto la luce da poche settimane perché, nell’anno del cinquantenario, Manfred Eicher, produttore e boss della prestigiosa label ECM, non solo non vuole sbagliare un colpo nelle sue uscite (cosa che, già di solito, avviene men che raramente), ma si sta impegnando a proporre una serie di piccoli capolavori che resteranno impressi nelle orecchie e nella mente degli ascoltatori a lungo. Come farà questo algido “fiume perduto”.

Francesco Zampini – Walter Paoli – Lello Pareti

Francesco Zampini Trio
Early Perspectives (Alfa Projects/Egea)
voto: 7/8

In Italia sono pochissimi quelli che seguono le orme di Rabbia e Petrella, ma sono numerosi quelli che si cimentano in un jazz più ortodosso e più vicino alla lezione neroamericana. Alcuni hanno pubblicato di recente un album.
Cominciamo con un altro chitarrista, Francesco Zampini, che debutta con Early Perspectives affiancato da una collaudata e raffinata coppia ritmica, formata da Walter Paoli e Lello Pareti. Più maturo e concluso di un primo affacciarsi al professionismo, il disco propone anche un compositore elegante, che ama Joe Pass e si avvale di un «timing evoluto, un aspetto armonico mediato dai pianisti e un linguaggio melodico complesso e contemporaneo», come dice il suo maestro Umberto Fiorentino. 26 anni, nato a Roma, diplomato al Conservatorio di Firenze e a quello olandese dell’Aia (città dove vive), possiede già un piglio personale e disinvolto: cancellate alcune indecisioni, il suo incisivo appeal melodico gli aprirà una strada importante.

Carlo Mezzanotte – Alessandro Marzi – Stefano Battaglia

Carlo Mezzanotte Trio
In A Quiet Room (Alfa Music/Egea)
voto: 7/8

Al contrario, il trio del pianista Carlo Mezzanotte vede un veterano come titolare, accompagnato da due ritmi giovani e promettenti: Stefano Battaglia (il contrabbassista è solo omonimo del pianista milanese) e Alessandro Marzi. Personaggio sempre un po’ sottostimato dalla critica, nonostante la lunga carriera, che vanta collaborazioni illustri in ambito jazzistico — da Mike Melillo a Lester Bowie, da Al DiMeola a Javier Girotto — e frequentazioni rock, etniche, elettroniche, classiche, oltre a composizioni per il teatro, ci propone un album immediato e diretto, che sceglie la piacevolezza di “una certa semplificazione delle strutture e la ricerca di una relativa accessibilità”. E che scorre via nitido e cristallino come lo zampillio di un ruscello primaverile tra le solide rocce Enrico Pieranunzi (omaggiato in Enricolors) e Dave Grusin.

Jacopo Salieri – Fausto Negrelli – Nicola Govoni

Salieri Govoni Negrelli Trio
Steps (Alfa Projects/Egea)
voto: 8

Altro trio “classico” quello del pianista Jacopo Salieri e del contrabbassista Nicola Govoni, compositori di tutti i brani, e del batterista Fausto Negrelli. Il loro secondo album è veramente interessante e prospetticamente di gran classe, anche se ancora per alcuni tratti scolastico (aggettivo dall’erronea connotazione negativa: in realtà, indica chi sviluppa al meglio la lezione ricevuta a scuola). Salieri e i suoi sono eleganti e precisi, amano seguire percorsi noti con un talento discorsivo e coinvolgente, sviluppano un melodismo immediato e dinamico che richiama a volte visioni di esuberante puntinismo (Hot box, Along the river), altre di suggestiva emozionalità (Windy, Steps), altre ancora di lirico descrittivismo (Cartagena, Seven). Con un riferimento preciso: Kenny Barron.

Leonardo Radicchi Arcadia Trio

Leonardo Radicchi Arcadia Trio
Don’t Call It Justice (Alfa Projects/Egea)
voto: 8

E finiamo questa veloce carrellata con il bel lavoro di un trio guidato dal sassofonista Leonardo Radicchi e sorretto dai ritmi Ferdinando Romano e Giovanni Paolo Liguori. L’unico cui contribuiscono degli ospiti, in due brani: nella suadente Salim of Lash, il clarinettista Marco Colonna, presente anche in Utopia insieme a un vibrante quartetto di ottoni. Una musica che “ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani”, quella del leader e compositore di tutti i brani (a eccezione del paradigmatico Peace di Horace Silver), perché “il mondo è un posto complesso e ci serve una musica in grado di raccontarlo”. Brani che vogliono narrare storie di impegno sociale e lo fanno con un sound brillante e variegato, che solo in rari tratti richiama il free politico di Archie Shepp come ci si poteva attendere, e si sviluppa in forma attualissima, tra melodie caustiche oppure giocose, tra solo intensi, blues volubili e scenari interiori.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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