Nella testa di Margherita Vicario (intervista)

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Margherita Vicario

Quando incontro Margherita Vicario, lei ha appena finito un brillante opening per l’ultima data del tour di Calcutta al Locus Festival di Locorotondo, e i primi due argomenti di cui parliamo sono — molto banalmente — le cose che più mi hanno colpito di lei.
La prima è un tarlo che ho in testa da quando ho finito un corso di scrittura creativa: trovare una voce, trovare un modo di scrivere che ti renda riconoscibile. La scrittura di Margherita Vicario, unita alla voce teatrale che proviene dalle sue radici attoriali, è ormai una scrittura esclusivamente sua: quando in Romeo spara una frase in greco antico, e subito dopo dice in romanaccio “C’hai paura, eh? Ho fatto il classico”, quello è un segno distintivo di una voce molto centrata, e allo stesso tempo libera. Lei gioca molto con le parole, ha creato un suo linguaggio che oggi ti fa dire: questa è solo di Margherita Vicario. A me sembra una cosa molto più netta da Mandela in poi, lei dice che «forse da lì in poi la produzione musicale è diversa, e la cosa rende la canzone più fruibile, ma secondo me è molto coerente con le mie cose vecchie. Il pubblico che rappresenta lo zoccolo duro l’ha vista come un’evoluzione coerente, e senza spocchia io sento di avere questa voce da sempre, solo che ora la produzione è più contemporanea». Sul modo di scrivere, poi, aggiunge che «c’è più strafottenza: ci sono meno fatti miei e più quello che mi circonda, quello che c’è nel mondo, e secondo me il mondo va preso un po’ di petto».

La seconda è una cosa che penso da un po’: oggi pochi artisti italiani hanno le palle di dire quello che pensano del clima di disumanità e di odio che si autoalimenta giorno dopo giorno. Sull’unghia mi vengono in mente Apriti cielo di Mannarino o la più recente 90MIN di Salmo; ce ne saranno sicuramente delle altre, ma sono abbastanza sicuro che le mie mani basteranno a contarle. Margherita Vicario — tornando al modo di scrivere — sa scrivere delle canzoni leggere che allo stesso tempo abbiano una profondità, e soprattutto che riescono perfettamente a inquadrare quanto sia una persona attenta “agli esseri umani”, dice lei: «Mi sento cresciuta, e poi lo faccio in un modo molto leggero: se ci metti un po’ di ironia, un po’ di gioco, e anche un po’ di teatro, allora funziona. Anche il teatro è così: tu racconti una situazione, poi il punto di vista, tra le righe, ci scappa».

Tanto per rendere il concetto, per chi ancora non la conoscesse: in Mandela usa un’immagine molto forte soprattutto a Roma — quella di un indiano che negli orari di chiusura dei benzinai si piazza ai self service, e in cambio di una mancia fa benzina per te — e tra un ritornello giocoso e l’altro in cui si diverte a cantare in italiano/indiano (Buongiorno signorina ma quanto sei bela? Miscela, lascia mancia, cosa fai stasera? Ti darei un morso, sembri una mela, aggiungo canela) e ci mette una frase forte come Questa è l’Italia che odia l’indiano che mette benzina. Scrive a doppio strato: il gioco e la profondità, mescolati continuamente. È questo, ciò che rende brillante un modo di scrivere: non essere piatti, e aprire le chiavi di lettura.

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Tolte queste due curiosità, iniziamo una bella conversazione molto libera, che spesso divaga, ma che rivela molto dell’immaginario di una delle artisti emergenti migliori in circolazione. 

Paolo Sorrentino dice che crea molto grazie alla noia. Da quanto ho capito sei sul set cinque giorni a settimana, poi il week-end suoni: hai tempo per annoiarti?
In realtà sì, perché questo è un periodo molto denso, ma poi ci sono anche mesi in cui sto nel letto a guardare le farfalle; attori e musicisti non hanno tempi da ufficio, e quindi in quei momenti si creano dei momenti in cui si sente l’urgenza di raccontare delle cose.

Quindi scrivi più nel caos o nei momenti di pausa?
Assolutamente sotto pressione; se so che entro domani dobbiamo consegnare allora parto. Poi ci sono canzoni che scrivi in venti minuti e altre in due ore, ma generalmente sento molto l’adrenalina delle deadline.

Allora al classico eri la ragazza che faceva la nottata a recuperare sei filosofi per l’interrogazione del giorno dopo.
In realtà no, ero attentissima a scuola, non facevo niente il pomeriggio.

Argomento influenze: lo stile con cui scriviamo penso sia molto figlio della cultura che mastichiamo, dei libri, dei film. Ci sono dei libri, dei film che ti hanno proprio aperto dei mondi? Quelli che finisci, e dici: ho qualcosa in più di prima.
Sono cresciuta con Saramago, l’ho letto tantissimo, e mi piace tantissimo che in Cecità non ci sia la punteggiatura, lo spettatore deve essere attivo.
Vado molto a teatro, e ci sono tanti spettacoli che mi hanno cambiato al punto da farmi capire a cosa serve l’arte. C’è uno spettacolo che si chiama Love Kamikaze, in cui un israeliano si innamora di una palestinese; è una storia d’amore con tutto un contorno, ma la curiosità che mi è venuta dopo per quella cosa mi è venuta per come hanno creato i personaggi. Saramago mi piace tanto per come reinterpreta la storia, Caino è il mio suo libro preferito insieme al Vangelo secondo Gesù Cristo.
Poi a proposito di questo mi piace tantissimo Jesus Christ Superstar, un musical molto laico. Sono assolutamente atea, ma io la trovo una cosa pazzesca.

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Giochiamo: un regista con cui vorresti girare (Margherita è anche attrice) e un cantante che vorresti affiancare. Vale anche sparare alto, tanto per sognare.
Fa un film ogni dieci anni, ma sarebbe bello entrare in contatto con Baz Lurhmann che ora sta per far uscire una cosa su Elvis Presley; per la musica a me piace molto come scrive Daniele Silvestri, non mi delude mai. Poi lui è molto sornione, molto teatrale, e soprattutto è sul pezzo.

So che hai fatto scherma per tanti anni: la disciplina che si instaura con lo sport ti torna utile nel lavoro oggi?
Non molto, sono la persona più indisciplinata del mondo. Lo sport mi ha aiutato perché anche lo sport è teatro per me: c’è un pubblico e ci sono i personaggi. Fare scherma da piccola mi piaceva perché evoca delle cose medievali, e dello sport mi piace molto l’aspetto teatrale; così come dello stadio mi piace quell’aspetto delle 60.000 persone che sono lì insieme, e sembra un concerto di Vasco.

Sento spesso che ti paragonano a Levante, secondo me erroneamente; ma se c’è una cosa che ricordi di Levante, sento i tuoi ultimi lavori e mi sembra molto simile al momento in cui lei stava per fare uscire Abbi cura di te e da lì ha fatto il botto. Fai tutti gli scongiuri del caso, ma hai la sensazione che la direzione presa con le ultime tre canzoni stia facendo crescere un po’ di hype attorno a te?  A me sembri una mina vagante a tanto così dall’esplosione.
(Fa gli scongiuri). Il paragone con Levante deriva molto dal fatto che lei sia l’unica esponente femminile del momento. Io lo spero comunque, Levante è molto determinata e la stimo molto per questo; magari i primi tempi non le davano una lira, e poi lei se li è mangiati tutti. Dovrei avere metà della sua disciplina (ride n.d.r). A me il lavoro dell’etichetta sta servendo molto, la cura che mettono nelle cose, per farti un esempio anche i video giocano davvero un ruolo molto importante.

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Marco Fornaro
Ho 21 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.

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