Il signor Diavolo

Avati torna all'horror nostrano contadino anni Cinquanta

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Il signor Diavolo
di Pupi Avati
con Filippo Franchini, Gabriel Lo Giudice, Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Chiara Caselli, Andrea Roncatio, Cesare Cremonini, Massimo Bonetti.

Voto: fa paura

Un bambino in costume da melodramma si china su una culla e… Folgorante. Ancor prima del titolo. Quindi vediamo un  funzionario che da piccolo aveva paura del buio inviato nel profondo Veneto a evitare che un processo a carico di un minorenne che ha ucciso un coetaneo credendolo il diavolo coinvolga preti e suore con grave nocumento per i voti della Democrazia Cristiana. È il 1952. Lo chiede De Gasperi in persona. Geniale. Pupi Avati rientra nel suo universo horror quaranta anni dopo La casa delle finestre che ridono: un’Italia contadina rivestita della festa, campagne desertiche del Nord Est, interni spogli, odore di ministeri, di sacrestie, di cripte, di segreti orrendi, di superstizione  abbracciata stretta alla religione. Il giovane assassino avrebbe ucciso proprio il mostro che ha fatto la cosa indicibile all’inizio del film: il mostro è definito da un prete un “bambino sfortunato”, ma ha denti da maiale selvatico perché, dice la gente, la madre avrebbe copulato con un verro. In effetti la madre del mostro è mostruosa (anche in bravura, Chiara Caselli): contadina rifatta signora, serva/padrona, look da femme fatale di paese con calze smagliate e merletti neri, tutta dialetto e soldi, e minacce di far saltare le maggioranze elettorali democristiane. E poi ancora: ragazzini con un occhio a pseudo Saraghine felliniane e un altro al diavolo (che -raccomanda un sagrestano viscido- va chiamato il signor Diavolo perché è potente), suorine grottesche, preti sconvolti, ostie calpestate o date in pasto ai maiali per parlare con i morti e segreti a catena che portano il nostro funzionario in una discesa quasi burocratica agli inferi. C’è davvero tanto, per convincere e per confondere, ma si esce ubriachi di citazioni di cinema in bianco e nero (qui a colori più che desaturati), moda, costume e politiche di un’Italia che in apparenza non c’è più. Antropologia o demonologia? Forse il sogno segreto di Avati è rivelare che la saga di Don Camillo era un modo per dire all’Italia contadina che il diavolo, probabilmente, giocava in tutte e due le squadre? Non finirà qui…

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