Una luminosa mattina d’agosto un artista vestito di bianco entra in banca, si reca all’unico sportello dell’istituto deserto e chiede cortesemente di poter accedere ad uno sparuto finanziamento che gli permetta di produrre la propria nuova opera.

Il commesso, un trentenne finemente tatuato, indossa occhiali di osso, ha le tempie rasate e una folta barba. Questi guarda interessato l’artista bianco, chiedendogli per prima cosa amabilmente in cosa consistano le sue fortune. L’artista risponde che le sue fortune, intese come risultati raggiunti, sono molte e soddisfacenti, mentre intese come beni materiali sono ormai ben poca cosa, altrimenti non si rivolgerebbe ad un negozio di danaro per poter finanziare una nuova opera. Al che l’impiegato barbuto e gradevolmente tatuato è costretto a rivolgersi pigramente all’unico superiore presente per ottenere conferma a quanto è già di sua conoscenza. Dopo un breve scambio appena oltre un separè in vetro con un sessantenne calvo e abbronzato, torna e la sua risposta è questa:

– ci dispiace, finanziamo solo sul capitale già esistente.

– non è forse un negozio di danaro, questo? – chiede sorpreso l’artista.

– lo è in effetti, in un certo senso.

– in quale senso.

 – nel senso che qui noi concediamo soldi solo a chi li porta.

– capisco. quindi voi non possedete soldi da prestare a chi ne necessiti per una qualche propria ragione.

– in un certo senso.

– in quale.

– nel senso che noi li gestiamo e trattiamo, e ne concediamo solo a chi è in grado di dimostrare di avere soldi a sufficienza perché si possa poi noi ottenerne altri.

– capisco.

– bene.

– bene. quello che mi rimane oscuro è però il senso del vostro lavoro.

– in che senso le rimane oscuro.

– nel senso che se il mio lavoro è gestire soldi e non faccio poi nulla perché altri volendo possano averne come finanziamento di ciò che ritengano importante, ma opero solo con il denaro medesimo di chi viene a chiederne, allora il mio lavoro non esiste.

– lei mi confonde. io le sto soltanto dicendo che noi possiamo fornire denaro a chi ne ha a sufficienza per potercelo restituire, qualora la ragione per la quale ne necessiti non dovesse andare a buon termine e non dovesse produrre a sua volta denaro.

– capisco. quindi il vostro non è un negozio di danaro nel senso in cui si intende un negozio, ovvero un’attività di scambio profittevole da entrambe le parti che si accordino su uno scopo, bensì un’attività di gestione del denaro altrui al solo scopo di generare altro denaro. ma non comprendo quale sia lo scambio.

– continuo a trovare confuso il suo ragionamento. 

– strano che lei trovi confuso il ragionamento di chi le ripete ciò che lei ha appena detto, e cioè che lei non concede denaro in fede di un qualche fortunato gesto altrui che possa produrre un augurato ritorno in denaro, bensì facendo leva sul denaro già posseduto da chi si rivolge a lei.

– beh, a parte il fatto che io di mio non posseggo proprio nulla, ma semmai è questo istituto a possedere qualcosa, compresa la gestione e la direzione prima e ultima delle mie operazioni.

– lei quindi non svolge nulla.

– in che senso.

– lei ha appena detto che non ha alcun ruolo attivo, ma si limita a mettere in atto i propositi e le decisioni di chi detiene la proprietà di questo istituto.

– esatto.

– quindi lei non ha un lavoro suo.

– mi perdoni, io le sto dedicando tempo ad uno sportello, quindi è questo il mio lavoro.

– il suo lavoro è dunque dirmi che lei non può e non deve fare nulla in virtù del fatto che la proprietà dell’istituto che le fornisce questa postazione intende concedere denaro soltanto a chi già possiede denaro.

– non mi pare.

– sarebbe invece evidente, se vogliamo dire le cose come stanno e come lei stesso ha appena riferito.

– è lei che prosegue a confondere i termini di questa discussione.

– allora le farò un’ultima domanda, poi la lascerò proseguire a non fare nulla, anche perché questo fare nulla vi costringe ad un gran numero di pratiche da svolgere, a quanto vedo. dunque, la domanda è questa: se io domattina, poniamo, venissi da lei di buon ora con una bella somma di danaro contante da versare, diciamo con un milione di euro, lei accetterebbe il mio denaro?

– certamente. lei venga con un milione di euro e sarà il benvenuto.

– farebbe, immagino, delle indagini per scoprire come mai io di punto in bianco possa detenere la somma di un milione di euro. 

– infatti, ci sono procedure di sicurezza.

– certo, la sicurezza è importante. bene, dopo averle depositato in cassa un milione di euro, supponiamo che io torni il giorno dopo sempre all’apertura e le chieda di passarmi la somma di un milione e mezzo di euro. così, in contanti. lei che fa?

– io mi rivolgo ai miei superiori per prassi, ma sono abbastanza certo che non le daremo mai in contanti una somma così eccedente rispetto a ciò che già è di sua proprietà.

– capisco. e supponiamo allora che il giorno dopo aver versato un milione di euro io torni e chieda sull’unghia di riavere il mio milione di euro, lei che fa?

– mi rivolgo ai miei superiori, ma sono abbastanza certo di doverle dire che subito un milione di euro non potremo erogarlo.

– no?

– no di certo.

– ma se li avevo versati io stesso il giorno prima.

– sì, ma dal momento in cui lei versa i suoi soldi, questi cessano di essere cosa concreta e si trasformano in valore nominale.

– il mio milione?

– sì, un milione o anche due o tre o mille milioni. qui diventano valore nominale.

– cioè non esistono più in concreto.

– esatto.

– cioè, non è che voi avete una cassetta più o meno grande in cui riponete il mio milione e quando io vengo a chiedervi se me ne date un po’ o anche se me lo ridate tutto, poi voi andate nella cassetta, ci guardate dentro e mi restituite i soldi in base a quanti ne rimangono.

– no di certo! altrimenti quante cassette dovremmo avere, secondo lei. è più logico e pratico che il denaro diventi un valore astratto.

– quindi se io vengo a chiedere diecimila euro, quelli sono soldi veri, ma se io verso un milione di euro veri qui diventano all’istante un concetto.

– in un certo senso.

– capisco. ma quello che continuo a non capire è il senso del suo lavoro.

– cioè?

– le faccio un esempio: sa qual è il mio lavoro?

– no, ma mi pare di capire che lei lavora con la testa. 

– in un certo senso: sono musicista. ora, siccome il mio lavoro consiste nell’ideare e poi comporre e all’occorrenza eseguire brani musicali, supponiamo che lei venga ad un mio concerto, e una volta giunto sul posto io le dica che per avere una canzone deve già possederne più di una, di suo, diciamo, meglio ancora se ne produce a sua volta, altrimenti io non potrò concederle l’esecuzione di alcuna delle mie. lei facilmente potrebbe obiettare che se avesse saputo produrre in proprio della buona musica, non sarebbe certo venuto a cercare che gliela proponessi io. io potrei risponderle di poter sfortunatamente considerare di concedere musica solo a chi ne detenga a sufficienza a propria volta e dunque non sia così a digiuno di musica al punto da dover venire a cercarla da me. al che lei potrebbe benissimo rispondermi che per questa via non si avrebbero più persone in grado di pensare e produrre musica, giacché i pochi privilegiati se la terrebbero per sé, senza poter influenzare, stimolare o ispirare altri, né esserne ispirati, concedendo al più un minimo scambio in musica solo a persone già dotate dell’arte musicale. lei ne sarebbe soddisfatto? non mi pare. supponiamo infatti che la sua vita per essere migliore necessitasse di tanto in tanto di divagare sul sentimento e sul significato, e che avesse capito che la musica, o meglio certa musica, avesse su di lei il potere di farle comprendere meglio se stesso ed il mondo, sarebbe forse contento di apprendere che in mancanza di capacità musicali e pur in possesso di tanta sensibilità non si potesse ricevere alcun sostegno dall’arte musicale?

– lei lavora con la testa, ora è chiaro, ma io non afferro il senso di questo esempio in rapporto al nostro discorso.

– è un esempio goffo, e me ne scuso. volevo significare questo: se l’artista tenesse solo per sé le idee, presto la maggior parte delle persone dotate di interiorità ma prive di ideazione musicale sarebbero in affanno, necessitando, e molto, di avere un confronto che possa inumidire loro gli animi che si inaridiscono non poco con il solo esercizio di una vita quotidiana, versata unicamente su cose concrete e utili. si avrebbero così due mondi: da una parte quello sempre più ristretto e interiormente ricco di chi produce pensiero musicale, e l’altro, sempre più ampio e arido, composto da chi non possa accedere ad alcun nutrimento interiore. le piace questa prospettiva?

-a chi piacerebbe. io poi amo la musica.

– allora vada a dire ai suoi superiori che se questo istituto non concede fondi a chi ne necessita per operazioni valide, il suo compito è nullo, così come nullo è di conseguenza il lavoro che le fanno credere di svolgere. tuttavia, aspetti, mi correggo subito, anticipando quella che sarà la replica dei suoi superiori nonché proprietari di questo istituto: questo istituto, il loro istituto in cui lei impiega il suo tempo, lavora eccome, ma solo per accumulo di ricchezza a favore di sé e di chi già ne detiene, arginando il più possibile chi invece ambisce perseguire scopi meno meschinamente personali, e contribuire al nutrimento interiore di sé e degli altri. questo, può dirlo ai suoi superiori, ha prodotto le enormi disparità che possiamo vedere ovunque: una minuscola porzione di umanità ingrassa a dismisura e senza senso, mentre il rimanente dell’umana genie non ha di che vivere. ne conviene?

– messa così non fa una piega, ma io che c’entro? non sono io che non le concedo una mano.

– lei svolge un lavoro nullo per un istituto che finge di concedere denaro, ma in verità gestisce il denaro altrui per propri tornaconti, perpetuando solo l’accumulo fine a se stesso e favorendo le disparità. l’istituto potrebbe chiamarsi in altro modo e occuparsi di altro, ma sarebbe la stessa identica cosa. potrebbe essere un governo guidato in modo insensibile o una cordata di organizzazioni aventi come scopo unicamente il proprio ampliamento, nella più completa indifferenza per gli effetti devastanti prodotti sull’ambiente e sulla maggioranza dei viventi. dalla sua postazione lei disbosca l’amazzonia, affama, schiavizza, sfrutta e poi rifiuta l’africa, produce schifo che avvelena cieli e mari e riduce la fascia d’ozono, mette ovest contro est e nord contro sud. il suo non è un lavoro, ma un delitto reso possibile dalle conseguenze di un modo suicida di pensare le cose.

– che dovrei fare, far saltare tutto solo perché a lei non viene accordato un aiuto per la sua nuova opera? e chi la vorrebbe la sua opera, chi ci dice che produrrebbe lavoro per altri, ad esempio?

– nessuno può dirlo, sia chiaro. e su questo punto sarebbe opportuno essere subito d’accordo. la mia opera, come tutte le opere di pensiero, sarebbe probabilmente poco utile nell’immediato, non darebbe facilmente lavoro a lei, ed è facile che nessuno potrebbe costruirvi alcunché di redditizio. ma l’inutile apparente al quale rinunciamo così spesso, ci contiene per intero, e la mia vita, come anche la sua, è più facilmente raccolta ed espressa in quel niente sensibile, che in tutto il danaro reale o virtuale che si sia mai potuto o si potrà produrre.

– lei parla come mio padre. faceva il pittore ed ha sofferto fame per tutta la vita. non fosse che mi pare di risentire lui, mi sentirei già offeso. mi dica che dovrei fare.

– vada via, se ne vada, onori suo padre in questo modo e saluti i suoi superiori con la fotografia della foresta pluviale per la quale dovrebbe come noi tutti lavorare, e cominci a vivere.

– e cosa dirò a casa. ci saranno bollette da pagare, un figlio in arrivo da mantenere.

– non le paghi.

– avrò tagli alle utenze, non avrò più acqua calda né riscaldamento. sarà una vita vergognosa, priva di dignità.

– solo perché per lei dignità è poggiare su comode stampelle.

– non troverò più un lavoro come questo.

– e sia. dimostri a se stesso e agli altri di non averne poi bisogno. quando buona parte della popolazione della sua città avrà fatto a meno di versare sangue facile a compagnie che erogano il nulla, come fa questo istituto, e questa posizione verrà assunta dalla città vicina e poi da numerose altre città sparse ovunque, i proprietari degli istituti bancari, di comunicazione, delle compagnie telefoniche, energetiche, finanziarie, verranno a cercare gli utenti di un tempo, scendendo a patti. e così via, a salire e a diramarsi ovunque e dovunque. il denaro diverrà per tutti ciò che è, un mero valore astratto, scemeranno le differenze sociali. e quando verrà da me, il mio concerto varrà quello che vale, non quello che costa. e finalmente lei con me, come me e come tutti-tutti, potremo ricordarci che vivere è un’esperienza diversa da quella che abbiamo creduto. perché vivere è solo scambiare e comunicare, ricercare ed esperire.

 È solo a questo punto che, sollecitato dal dirigente dello sportello accanto,  un gigante calvo e con mitra a tracolla viene placidamente ad accostarsi all’artista indicandogli le porte blindate dell’uscita, e accompagnandolo quieto verso quelle.

– non farti più vedere, amico, a meno che tu non abbia da portare quel milione.

– ma io sono tornato per restare – dice l’artista bianco – e insieme a me molti amici distribuiti nel tempo.

– senti, – dice la guardia – non voglio essere scortese con te, quindi non costringermi a fare il mio mestiere. forse ti ho visto in televisione o stampato da qualche parte, e mi sto domandando da quando sei entrato chi sei.

– sono John Lennon – dice a quel punto lo spettro di Lennon, – e ho portato con me molta gente. – e la guardia giurata non ha finito di dire “sì” con un ghigno di disappunto, che apertesi le porte, in una maestosa processione di luci, si dipana un cordone di vite vissute, fino ad allagare la strada battuta dal sole. L’uomo armato sente un malessere diffuso scorrergli nel sangue e togliergli il respiro, sfila il mitra e il giubbetto antiproiettile, li appoggia a terra e cerca di alzare entrambe le mani mentre un rigagnolo di urina si forma mestamente ai suoi piedi. Davanti ai suoi occhi bruciati da un’energia senza confine, in una sfilata bianca più bianca del sole di agosto, si profilano le sagome di Gandhi, Einstein e Krishna Murti, di Rumi e Giordano Bruno, e John e Robert Kennedy, e Galileo accanto a Tesla, e Maria Magdalena, Marie Curie, Luther King, Jung, Tenco, Schopenhauer, Platone, Campana e Pasolini, Teresa d’Avila, Pitagora e Steiner, Socrate, Majorana, e troppi, troppi altri per essere distinti, sino al termine della processione, dove a capo di una seconda e ancor più lunga processione di bianchissimi profili infantili, femminili, maschili, giovani e maturi, si può distinguere pure in tanto chiarore la maglietta rossa di Aylan Curdi, piccolo profugo siriano restituito annegato dal mare turco. 

 Lo spettro di Lennon si volta, fa ombra con la mano per guardare attraverso i vetri all’interno dell’istituto, e poco prima che il turbine diafano se lo riprenda, fa appena in tempo a vedere che il commesso tatuato ha abbandonato la sua postazione. Forse era la sua pausa, pensa Lennon nel vortice che lo coglie insieme alla sua corte candida, che seguita da uno sciame di api svapora a guisa di cerchio, andando a formare nell’aria calda miriadi di cristalli geometrici, a riprodurre la vagina-stella universale senza centro e senza fine.

 Forse il bancario doveva solo riprendersi dal contatto sopportato, ma tanto a me quanto al maestro che me lo ha suggerito, piace pensare che questo finale lo scriviate voi. Dentro.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onorato Musicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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