Growin’ Up. Un libro che racconta tutti i concerti italiani di Bruce Springsteen

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Grrowing' Up
Bruce Springsteen a San Siro il 3 luglio 2016 ©Riccardo Medana

Il volume è imponente: oltre 500 pagine fitte fitte, piene di aneddoti e considerazioni critiche. Si intitola Growin’ Up – Siamo cresciuti insieme, lo pubblica Arcana e lo ha scritto Daniele Benvenuti, giornalista professionista che vanta 30 anni di attività, oltre ad una passione sfrenata per la musica: tutta quella “buona”, ma quella di Bruce Springsteen in particolare. Infatti questo volume racconta in modo dettagliato tutti i concerti che Bruce ha fatto in Italia, terra alla quale è particolarmente legato anche a causa delle sue origini.

Growin' Up

Di Growin’ Up, di cui ovviamente consigliamo la lettura, abbiamo parlato col suo autore. Ecco le sue parole…

Perché pubblicare un libro come questo?
Il libro costituisce una tappa importante nell’ambito di un progetto sviluppato nell’arco di oltre 35 anni di studio approfondito, approdato una prima volta a livello editoriale già nel 2012 con la pubblicazione di All the way home (il primo volume italiano dedicato all’analisi specifica di tutti i concerti di un artista straniero nel nostro Paese), ora aggiornato e perfezionato con questo Growin’ Up. Un progetto che giungerà a conclusione a cavallo tra il 2020 e il 2021 con un terzo volume in grado di racchiudere tutto ciò che, per mere esigenze di spazio (le pagine, solo in questo caso, sono già oltre 500…), ha dovuto essere forzatamente escluso da quest’ultimo libro, ma comunque in grado di ‘vivere’ un’esistenza propria.

Qual è stata la parte più difficile da scrivere?
Direi ‘nessuna e tutte’ visto che, per deformazione professionale e caratteristiche personali, sono abituato da sempre (fin dagli inizi di un’attività giornalistica iniziata già ai tempi delle scuole superiori, di poco successiva all’inizio dello studio e dell’applicazione personali nel settore della popular music) a crearmi elaborati archivi, basati soprattutto su appunti ed esperienze dirette. Sia in campo artistico che in campo sportivo, il secondo versante sul quale sono particolarmente attivo a livello lavorativo ed editoriale. Al massimo, sostituirei l’aggettivo ‘difficile’ con ‘impegnativo’ giacché, nell’ottica della precisione e del massimo approfondimento possibile, ho cercato di non ‘rilassarmi’ mai durante la stesura, cercando sempre il pelo nell’uovo ai fini della meticolosità e della completezza.

Quanti concerti hai visto?
Se intendiamo in senso generale, considerando anche e soprattutto concerti considerati a torto come ‘minori’ a causa di affluenze magari ridottissime o della relativa popolarità degli artisti coinvolti (rispetto gli assembramenti da decine di migliaia di spettatori, ormai diventati soprattutto occasione di fatuo presenzialismo e di partecipazione acritica), potrei azzardare una cifra tra i 1.300 e i 1.400 show in tre diversi continenti. Ovviamente, gig da bar, set da piazza, mini festival e showcase privati compresi. Se ci riferiamo al solo Springsteen, invece, direi una cifra compresa tra le 110 e le 130 presenze. Di quelli presenti nel volume, per chiudere, ho presenziato di persona a 44 show su 47.

Qual è il ricordo più entusiasmante che conservi?
In senso generale, il tour acustico in prestigiosi teatri del 1996-1997 quando, finalmente, Springsteen e la sua arte ritornarono per la prima volta dopo tanti anni a un livello più intimo, consentendo al pubblico di godere pienamente, sia sotto il profilo acustico che sotto quello visivo (condizioni necessarie e imprescindibili per definire un concerto realmente tale), di show che richiedevano anche alla platea (per quanto necessariamente selezionata dagli scarsi posti disponibili) concentrazione, rispetto e preparazione.
In senso specifico, proprio dovendo scegliere e limitandomi ovviamente all’Italia, direi l’esecuzione elettrica di Incident on 57th Street del 28 novembre 2007 ad Assago.

Il libro racconta i concerti in terra italiana (47 concerti in 13 città con 27 diverse location). Però i primi tre di cui parli, dell’81, si sono svolti a Zurigo, Monaco di Baviera e Lione. Come mai?
Come spiego nella mia lunga ‘Premessa’ del volume, parentesi che consiglio di leggere con attenzione prima di proseguire (poiché consente di affrontare in maniera adeguata i capitoli successivi), le tre date in questione andate in scena in terra straniera vanno considerate come autentiche ‘sorellastre’ di tutte quelle tricolori al 100%, iniziate soltanto il successivo 21 giugno 1985. E ciò, non solo per l’altissimo numero di ‘pionieri’ italiani che, nel 1981, avevano puntato verso la Svizzera, la Germania e la Francia (a seconda della location raggiungibile con maggiore facilità dalla regione di provenienza), ma anche per il fatto che, ancora per quella e per un altro paio di stagioni ulteriori, determinati eventi live erano assolutamente impossibili da portare e organizzare nel nostro Paese. Sia per volontà di artisti e management stranieri (ancora scettici e preoccupati alla luce di alcuni ‘fattacci’ avvenuti nel passato allora più recente, anch’essi citati nel volume), sia per una situazione interna che, nonostante la vasta ‘domanda’, aveva bisogno ancora di qualche semestre di assestamento prima di potersi rivelare ricettiva e affidabile a 360°.

Ci sono molti contributi importanti. Tra gli altri di Elliott Murphy, Willie Nile, Graziano Romani e Mel Previte. Come li hai ottenuti? E c’è qualcuno che avresti voluto ma non è stato possibile raggiungere, oppure ha detto no?
Devo dire che, a questo proposito, mi ritengo ‘meritatamente fortunato’, ma anche ‘oculatamente equilibrato’. Nel senso che, fin dall’inizio, avevo scelto di chiedere un contributo diretto e affettuoso ‘solo ed esclusivamente’ ad artisti o studiosi che non solo stimavo e stimo molto ma, soprattutto, ai quali mi legava e mi lega tuttora un sincero rapporto di amicizia. Niente ‘nomi’ in quanto tali, dunque, da sbandierare semplicemente in copertina come biglietto da visita speculativo o specchietti per le allodole. Ma, invece, figure di una certa importanza qualitativa e dalla limpida e assodata attività musicale/professionale; ‘tipi’ decisamente ‘preparati’ sull’argomento specifico e con un pedigree perfetto per arricchire con il loro prestigio personale e la loro sincerità un lavoro come il mio che non ha mai cercato, proprio come la loro produzione autografa, effimera gloria attraverso strizzatine d’occhio al pubblico più coinvolto, esaltazione agiografica dell’artista o intollerabili sconfinamenti nel gossip e nella vita privata. Per completare la risposta, aggiungo che sia nel 2012 che, ancor più in questo 2019, nonostante alcuni contatti diretti piuttosto solidi e radicati con alcuni musicisti della ESB e altri componenti della crew, proprio per i motivi di cui sopra l’idea di chiederne un improbabile supporto non mi ha infatti mai neppure sfiorato.

Il contributo di Graziano Romani si intitola “L’Italia è importante per Bruce, Bruce è importante per l’Italia”. Fai una sintesi del contenuto?
Graziano, oltre a essere un’eccellenza artistica italiana che va ben oltre le sue ben note qualità vocali e il talento compositivo espresso in oltre venti album (a partire dalla leadership dei seminali Rocking Chairs), è a sua volta anche un autentico studioso e un attento osservatore con capacità multidisciplinari ormai ben espresse anche a livello editoriale.Ho estrapolato quella frase specifica dal suo appassionato contributo perché, con quelle parole, ha perfettamente condensato le radici e quindi i frutti, coltivati e fatti maturare nell’arco di oltre sei lustri, di un legame affettivo tra Bruce e l’Italia che va ben oltre le radici campane del ramo familiare materno e che si evidenzia anche nel titolo che ho scelto per il libro,abbinando un’azzeccata battuta dell’artista (pronunciata durante uno show milanese) al titolo di un brano altrettanto formativo e dai contenuti ideali per accompagnare questa evoluzione a doppio senso nell’arco dei decenni.

A Claudio Trotta hai dedicato la bellezza di 12 pagine. Perché?
Tengo a sottolineare che le pagine alle quali ti riferisci sono costituite da una serie di interviste, ovviamente inedite, fatte a Trotta nell’arco degli anni. Anzi, credo addirittura di aver stimolato in lui alcuni ricordi che, proprio di recente, ha anche inserito nella sua interessante e vendutissima autobiografia. Tuttavia, grazie alla sua disponibilità e alla sua memoria certosina (oltre alle sue battaglie come quelle attuali contro la piaga del secondary ticketing o a vantaggio di un movimento prezioso come Slow Music, battaglie che appoggio pienamente, ma anche a quelle meno note ma altrettanto preziose per garantire al pubblico contesti storici e naturali inediti per i concerti, prezzi idonei e ‘limpidi’ dell’acqua durante i grandi eventi, l’assenza di ‘pit’ a prezzi maggiorati e persino il ‘completamento temporale’ di ogni show, senza essere costretto ad oscurare i suoi artisti come accaduto altrove…), ho potuto entrare ancor più nel dettaglio di alcune situazioni specifiche e di problematiche tecniche, spesso ignorate dalle cronache. Del resto, in un modo o nell’altro, Trotta ha fatto parte della ‘famiglia organizzativa’ legata a Bruce fin dalla prima data italiana della ESB e, quando in seguito ha rilevato in prima persona l’eredità di Franco Mamone, lo ha fatto con il pieno gradimento dell’artista e del suo management (anzi, addirittura su loro esplicita richiesta) per un legame di fiducia e amicizia reciproche che gli anni hanno reso sempre più solido, nonostante i prevedibili tentativi di ingerenza da parte della concorrenza.E, aggiungo, non è perciò neppure un caso se anche i mini tour italiani dei singoli componenti della band, salvo una recente eccezione, sono stati sempre passati attraverso la Barley Arts di Trotta che, da sincero appassionato qual è, ha affiancato vari E Streeters (da Little Steven e Clarence Clemons fino a Max Weinberg e al giovane Jake Clemons) più per amicizia e passione personale che per mero calcolo imprenditoriale, considerata anche la purtroppo prevedibile (ma non certo giustificabile) scarsa affluenza del pubblico italiano ai loro show.

Prendiamo la palla di cristallo: secondo te quando rivedremo Bruce Springsteen in Italia?
Io mi giocherei con tranquillità il 2020. Un ultimo giro di giostra con la E Street Band che, purtroppo, non potrà che andare in scena nella dispersività degli stadi o degli spazi sconfinati per ovvi motivi di massiccia ‘richiesta’ di biglietti. Salvo incidenti di percorso, inoltre, prima arriverà comunque un nuovo album più o meno full band. Oltre a un probabile cofanetto celebrativo extra tour.Personalmente, auspico degli show finalmente più intimi ed essenziali, indipendentemente dalle location; meno prove di stoica resistenza fisica e più esperienze di coinvolgimento reale da folksinger e storyteller, più essenziale e crudo anche sul palcoscenico, per platee disposte all’ascolto davanti a un artista Over 70 che ha tutto il diritto di sviluppare la sua creatività poetica e sonora nella direzione a lui più consona e gradita.

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino) e "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi". Ultimo libro uscito: "Massimo Riva vive!", scritto con Claudia Riva.

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