Venezia 76. La Veritè

Deneuve diva su un set e in un libro di memorie si confronta con la vita, la figlia e la recitazione

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La Verité di Hirokazu Kore-eda ha aperto il il Concorso di Venezia 76. Una diva del cinema francese (Deneuve) ha scritto le sue memorie (La Verité, appunto). La figlia (Binoche) che attrice non fu (ma che ci pensò, che sta con un attore americano e che ha una bambina che vorrebbe fare l’attrice) torna da New York per festeggiarla, l’accompagna su un nuovo set e scopre che nelle memorie dei famosi non si scrive proprio la verità, ma quello che il pubblico vorrebbe leggere. La mamma diva che con la verità e con la recitazione ha un rapporto sarcastico e affilato recita su un set dove si confronta con la storia di una madre astronauta che per effetto della relatività einsteiniana invecchia meno delle figlie fino a sembrare più giovane di loro (quella storia esiste davvero). E si confronta oltre che con la figlia con una diva in ascesa che le ricorda tanto qualcuno che ebbe una parte profonda nella sua storia d’attrice. Tripla riflessione su tre specchi, un’acrobazia delicata nelle mani del giapponese Hirokazu Kore-eda che di solito, quando opera, è netto come un chirurgo e leggero come un poeta. E qui? Stavolta è solo un maestro giapponese che si mimetizza in un film francese fino a farne un film francese. È un difetto? Se amate l’autore sembra un difetto. Ovviamente tutti dicono quant’è brava la Deneuve.

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