Venezia 76. L’uccello dipinto

Dall’opera di Kosinski l’odissea di un ragazzino ebreo attraverso la Polonia e il Male

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Contadini che accusano ebrei e zingari di intrighi col diavolo, donne che stuprano a morte una ninfomane dei boschi, mugnai che strappano gli occhi ai rivali in amore, guardie rosse che vendono ebrei ai tedeschi, cosacchi che attaccano villaggi con sciabole e bombe insieme alle SS, ferventi cattolici che stuprano bambini affidati loro dai preti, truppe di sterminio che sparano a chi fugge dai treni per i lager e via peggiorando. È l’odissea di un bambino ebreo,  lasciato dai genitori a una vecchia zia in una remota plaga della Polonia perché si salvi dalla guerra, che da quel momento viene inseguito dalla morte in un viaggio attraverso il Male. Pensate il peggio e ci sarà, perché il diverso è come l’uccello che il venditore di passeri copre di colore e libera nell’aria: lo stormo lo  rigetta e lo uccide in volo. L’uccello dipinto offre 168 minuti di bianco, nero, dolore e urla senza scampo per la regia di Vaclav Marhoul. È tratto dal contestato capolavoro di Jerzy Kosinski (accusato a suo tempo d’aver messo sullo stesso piano i nazi, i polacchi, i russi, e in sostanza l’umanità intera, e sospettato d’avere dei ghost writer, perché scriveva libri troppo diversi tra loro, per esempio il “mite” Oltre il giardino, da cui il film con Peter Sellers). È cinema tradizionale con cast internazionale senza censura su sesso e violenza. Per alcuni spettatori insostenibile

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