Venezia 76. Martin Eden

Il romanzo di Jack London nello stile inconfondibile di Pietro Marcello

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Prendete Martin Eden, che era un po’ il ritratto di Jack London da cucciolo,  il marinaio autodidatta che si innamora di una figlia della buona borghesia di San Francisco e sfida il mondo, la scuola, la politica, il capitalismo e le classi sociali per diventare uno scrittore. Riambientatelo a Napoli. Quando? Difficile a dirsi: alcuni abiti e fogge potrebbero essere primo 900, ma in alcune case c’è la tv in bianco e nero, in altre quella a colori che trasmette animazioni in inglese, per strada le auto sono anni Sessanta e Settanta e il mondo attorno a Martin è un mix distonico, sporco, implausibile ma più vero, spesso affascinante di frammenti da documentari, film, superotto, foto e ambienti recuperati dove convivono treni leggeri e industria pesante, carghi rugginosi e vascelli alberati, interni sontuosi e muri spogli di intonaco, realtà e frammenti onirici. Il Martin Eden di Pietro Marcello, uno dei tre italiani in Concorso, si presenta come un mix  di vero e falso, di docu e fiction, la cui bellezza è nel rifiuto della forma canonica del film e dei confini tra codici a cui l’autore ci aveva già abituato con La bocca del lupo e Bella e perduta. Nei panni del furibondo giramondo  Luca Marinelli

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