Venezia 76. The King

Un Enrico V in cui Falstaff non è solo grosso e beone...

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E stavolta, direi,  Shakespeare, almeno quello a cui il cinema ci ha abituati, non c’è. O non viene usato dallo stesso modo in cui l’hanno usato Orson Welles, Laurence Olivier e Kenneth Branagh.  Perché The King è per l’ennesima volta la storia di Hal, principe di Galles, che eredita come Enrico V il regno d’Inghilterra spaccato da Enrico IV e lo incolla con una bella vittoria contro i francesi ad Agincourt nel 1415. E certo, fino al momento del trono è un perdigiorno da taverne e bordelli con il mentore e  cattivo maestro Sir John Falstaff, ma stavolta alla resa dei conti Falstaff non è più il beone che lui rinnega ma l’uomo che intuisce che ad Agincourt la prevalenza numerica della cavalleria pesante francese diventerà un disastro su terreno bagnato, grazie anche all’uso dell’arco inglese a lunga gittata e di una strategia da fanteria (per modo di dire) leggera. Consueta battaglia tra fango e sangue e via ancora con alcuni drastici cambiamenti: questo Enrico V non è precisamente un “buono”, un sentimentale né un monarca ragazzino maneggiabile dai consiglieri. Fuori concorso,  diretto da  David Michod, interpretato da Thimotée Chamalet, prodotto da Brad Pitt  e molto scritto da Joel Edgerton che si è ritagliato su misura il ruolo di Falstaff.

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