Venezia 76. A Herdade (La tenuta)

Portoghese, sterminato: vanità di vanità o telenovela?

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Come definire l’andamento di A Herdade del portoghese Tiapo Guedes? Sono 160 minuti in concorso che seguono la vita di un bambino da quando il durissimo padre possidente gli chiede di osservare il fratello impiccato a un albero del campo per capire che tutto avrà una fine a quando, molti anni dopo, dopo aver ereditato la tenuta, il bambino divenuto adulto, padre e padrone (duro ma giusto, a sentire i suoi contadini) torna proprio sotto quell’albero a meditare sugli effetti della sua condotta di vita, la sua opposizione ai governi di destra e poi di sinistra a cui faceva sempre gola la sterminata proprietà, agli effetti imprevisti dei suoi amori di sultano dei campi, ai suoi sentimenti privati tutto sommato infelici (sì, anche i ricchi piangono). Ci sono due opzioni: prenderlo per una lezione su come tutta la ricchezza del mondo  alla fine sia vanità, o pensare all’evoluzione di una telenovela per massaie malinconiche in chiave seriosa.

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