Venezia 76. The Burnt Orange Heresy

Arte e delitto per il film di chiusura

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I critici sono i margini che danno la direzione al fiume dell’arte, che altrimenti sarebbe una palude piena di mosche. Attenti alle mosche, che torneranno spesso durante il film e nei quadri (segno di contaminazione dell’anima…). Il critico Claes Bang quando spiega questo teorema ha in mente un ruolo particolare soprattutto per sé: pilotare l’arte fino a renderla lucrosa a qualunque costo. Sete di denaro? Non solo: volontà di potenza. Al punto che il nostro pur di fare uno scoop su una rivista specializzata intervistando un fantomatico  pittore che non dipinge (Donald Sutherland) e compiacere il collezionista Mick Jagger, è disposto a falsificare il corso stesso della vita dell’artista e a perdere l’anima in un crescendo spesso poco credibile di nefandezze. The Burnt Orange Heresy (Un’eresia arancione bruciato) è il fantasioso titolo di un quadro che diventa unico prima ancora d’essere dipinto. Fuori concorso, regia di Giuseppe Capotondi. Come certa critica anche il film si parla un po’ addosso.

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