Franco Battiato, i 40 anni del “Cinghiale bianco”

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Il 10 settembre 1979 usciva, su etichetta EMI Italiana, L’era del cinghiale bianco, nono album in studio di Franco Battiato, considerato il lavoro di svolta nella discografia del cantautore catanese, nonché un tesoro sonoro e contenutistico per l’intera produzione nazionale.

Un po’ di storia, perché ogni piccola o grande rivoluzione è figlia di un contesto e delle sue dinamiche: nato nel 1945 a Ionia (CT), Battiato si trasferisce nel 1964 prima a Roma e poi a Milano. Proprio nel capoluogo lombardo ha modo di conoscere i maestri della musica e del teatro dell’epoca, da Bruno Lauzi a Paolo Poli, fino all’incontro che ne modifica le sorti professionali: quello con Giorgio Gaber, il quale, come lo stesso Franco racconta, rimane affascinato da una sua esibizione e gli chiede di andarlo a trovare. Così inizia una amicizia solida e duratura, che nel 1967 portò Gaber dapprima a proporre alla Ricordi il duo che Battiato aveva formato con il conterraneo Gregorio Alicata, e poi, una volta intrapresa la carriera da solista, a procurare al nostro un contratto con la Jolly, che ne produce i primi singoli, pienamente ascrivibili all’ambito di quella che allora era definita musica leggera.

Nel 1972, con l’album Fetus, inizia la fase della sperimentazione pura, tra elettronica psichedelica e avanguardia acustica che guarda a Oriente, con qualche incursione nel prog rock. Il riscontro da parte di pubblico e critica è tutt’altro che incoraggiante, e nel 1978 Battiato firma testi per sé e per altri artisti che ne marcano il ritorno a uno stile più classicamente cantautorale. Nel frattempo, l’artista si avvicina al sufismo (summa del misticismo islamico) e alla discipline linguistico-filosofiche arabe, e queste esperienze rappresenteranno il germe culturale che prenderà la forma compiuta dell’album nel 1979.

Lo scorso 30 aprile, La Stampa ha pubblicato uno stralcio (alquanto robusto) del volume Battiato: La voce del padrone – 1945-1982, nascita, ascesa e consacrazione del fenomeno, di Fabio Zuffanti, musicista e scrittore, nel quale vengono esaminati genesi, temi e ispirazioni di un album tanto ricco di colori sonori e filosofici da richiedere analisi che, per quanto approfondite, molto difficilmente potrebbero arrivare a disegnarne compiutamente le radici geografiche e letterarie. Riproponiamo dunque, operando una sintesi, quelli che ci sembrano gli elementi più interessanti per tracciare quantomeno confini e pilastri di un lavoro dalle infinite complessità e capacità di fascinazione.

Come dicevamo all’inizio, L’era del cinghiale bianco ha rappresentato, per Battiato, il ritorno a quello che si definisce — con un termine strabusato e spesso utilizzato con finalità denigratorie — pop, pur con le peculiarità che da sempre gli riconosciamo e che ne caratterizzano la poetica fin dagli esordi. Una scelta dovuta a molteplici fattori, e che Raul Lovisoni, musicista e collaboratore di Battiato, descrive così :«Il cambio di direzione di Franco fu da una parte un desiderio di apertura nei confronti del pubblico, dopo anni di sperimentazione dura e pura, dall’altra fu anche sicuramente un bisogno economico. Quelli dell’avanguardia erano stati anni difficili per Franco e aveva bisogno di respirare un poco anche economicamente. Non dimentichiamo comunque che in seguito, con i soldi guadagnati grazie alle canzoni, è tornato più volte nei panni del compositore “serio” con opere, messe, colone sonore, ecc. Gli introiti dei dischi commerciali gli permettevano di portare avanti il suo lavoro di compositore sperimentale, cosa che non ha mai rinnegato».

L’idea di un album che si discostasse così marcatamente da quanto fino a quel momento realizzato incontrò, come prevedibile, una certa resistenza da parte della EMI: ricevuti e ascoltati i primi provini, infatti, la reazione da parte della casa discografica fu tutt’altro che entusiasta. Alberto Radius, che nell’album suona le chitarre, racconta: «Un giorno del 1979 arriva da me Angelo Carrara e mi parla del progetto che vede protagonista Franco. Le registrazioni effettuate nell’altro studio avevano fatto storcere il naso alla EMI, il suono era debole e i musicisti scelti non all’altezza. Bisognava lavorarci sopra per renderlo presentabile al meglio. Mi metto così all’opera intervenendo in maniera chirurgica per cercare di salvare alcune tracce delle vecchie registrazioni inserendovi nuovi interventi strumentali con Tullio De Piscopo alla batteria e Julius Farmer al basso».

Così, Radius si mette al lavoro sotto l’attenta supervisione di Battiato stesso e di Giustino Pio, violinista e arrangiatore. E, come racconta Zuffanti, il contributo del primo risulta essenziale nel processo di avvicinamento del nostro alla cosiddetta new wave italiana: Radius al tempo si stava infatti occupando della produzione dei lavori di Faust’O, all’anagrafe Fausto Rossi, artista friulano al quale si riconosce il ruolo di apripista nella contaminazione tra le sonorità di stampo anglosassone e lo stile cantautorale italiano fino a quel periodo in auge. Il nuovo impianto ritmico, lineare e “geometrico”, che Battiato dirà poi di non aver mai trovato particolarmente affascinante, risulterà poi essere la chiave di volta nella realizzazione dell’album, che troverà in quelle ispirazioni il giusto tappeto sul quale far decollare testi impegnativi e pregni; impegnativo sarà anche il lavoro dei musicisti — Roberto Colombo (PFM, Fabrizio De André) alle tastiere, Radius alla chitarra, Pio al violino, De Piscopo alle percussioni, Farmer al basso, e i pianisti Michele Fedrigotti, Danilo Lorenzini e Antonio Ballista, nonché un oboista e un’arpista — portati giocoforza ad adattarsi a una metrica meno aperta a virtuosismi: lo stesso Franco lo riconoscerà, ammettendo che «è probabile che gli ottimi musicisti coinvolti avrebbero voluto fare di più, e in questo senso si avverte una certa emotività compressa».

Il risultato finale è un concentrato di filosofia, desiderio d’esplorazione, esoterismo, critica sociale, memorie di viaggio, metafore e riferimenti letterari che, sebbene , rappresenta una ulteriore conferma della natura decisamente personale della modalità narrativa di Battiato, una narrativa che marca una distanza profonda con la stereotipica semplicità del vocabolario pop anche quando  addolcita da melodie di immediato impatto, e che in seguito, con l’inizio, nel 1993, della collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro, diventerà marchio di fabbrica dell’artista siciliano, fino a renderlo bersaglio delle stantie critiche di chi in ogni campo — ma soprattutto in quello delle arti a larga fruizione — cerca l’appiattimento perché teme i ragionamenti in salita. Interessante è anche la valutazione dell’aspetto vocale: Battiato decide di colorare il suo canto delle stesse sfumature che i testi hanno tentato di catturare, sfruttando la sua timbrica peculiare e pulita per appoggiarla su armonie tipicamente orientaleggianti, suggestionato dai suoi studi presso l’istituto di cultura Araba di Milano; ecco un’altra qualità inedita fino ad allora nel mondo della musica che rende questo album un tesoro da preservare.

Il disco non sarà un grande successo commerciale, ma varrà a presentare al pubblico un nuovo volto di Battiato, riuscito a ritagliarsi uno spazio assolutamente personale portando a compimento la non facile impresa di creare una sintesi tra alto valore intellettuale e accessibilità tramite il veicolo sonoro, così da arrivare, con il suo La voce del padrone del 1981, al tetto di oltre un milione di copie vendute, primo artista in Italia.

COVER E TRACKLIST:

LATO A:
L’era del cinghiale bianco
Magic shop
Strade dell’Est
Luna indiana

LATO B:
Il Re del Mondo
Pasqua etiope
Stranizza d’Amuri

La cover dell’album è stata realizzata da da Francesco Messina, grafico e storico amico dell’artista, e ne rappresenta visivamente il pentagramma narrativo ed emotivo: come descrive Zuffanti nel suo volume, sono infatti raffigurati simboli esoterici di differente provenienza, e l’unica figura umana, appena visibile, è una suonatrice di organo a canne sulla quale si proietta un intenso fascio di luce. Il retro, invece, vede protagonista la versione bambina dell’artista, già alle prese con la sua passione, incarnata da una piccola chitarra. Messina, di comune accordo con Battiato, del retro redige anche la lunga nota introduttiva, che incuriosisce e affascina pennellando con parole accuratamente selezionate un ritratto abbozzato, ma piuttosto rappresentativo, del contenuto, e si conclude così: «È ormai chiaro che conviene sempre vestirsi nel modo più adatto, e perché no, conviene vestire bene anche la propria musica. Non si può mostrare ciò che si è, si mostra solo ciò che gli altri possono vedere» .

La title track raccontata dall’autore: «Secondo gli studiosi di esoterismo, nella tradizione celtica e in quella primitiva il Cinghiale bianco rappresentava il potere spirituale mentre l’Orsa Maggiore raffigurava il potere temporale. Il Cinghiale bianco, simbolo di un ciclo positivo in cui la conoscenza prescindeva dalla deduzione, venne spodestato per ribellione dal potere temporale per cui, sempre secondo le teorie esoteriste, noi stiamo vivendo il Kali-yuga, che è il ciclo più basso dell’universo. Nella canzone si respira un’aria che chiamerei di regressione futura, di regressione iperrealista. Nonostante nella canzone riporti un’atmosfera di cultura che mi appartiene moltissimo, io dico che spero che ritorni l’Era del Cinghiale bianco perché rappresenta una situazione superiore ai piaceri della vita, perché appartiene a una zona spirituale in cui non esiste il concetto di “invisibile”. L’era del cinghiale bianco è l’era della conoscenza immediata. Scendere in strada e vedere le cose per quello che sono e non come altri vogliono fartele vedere».

Il Re del Mondo, pezzo di apertura del lato B, il più articolato, raccontato da Zuffanti: esperto di esoterismo e simbolismo, il filosofo francese Renè Guénon pubblica nel 1927 il seminale volume Il “Re Del Mondo”. L’opera prende spunto da un libro di Ferdinand Ossendowski intitolato “Bestie, Uomini e Dei” nel quale si racconta di un viaggio nell’Asia centrale dove l’autore afferma di essere venuto in contatto con un centro iniziatico misterioso, situato in un mondo sotterraneo le cui ramificazioni si estendono ovunque. Il capo supremo di questo centro è chiamato “Re del Mondo”. Partendo da questo trattato, Guénon tesse tutta una serie di fitte trame avvicinando e confrontando miti di diverse civiltà (il Graal, Atlantide, ecc.) che portano tutti alla stessa conclusione: Il “Re del Mondo” conosce i pensieri, le intenzioni e le idee di ogni abitante del pianeta. Se questi piacciono a dio, il Re del Mondo li favorirà col suo aiuto invisibile, se viceversa dispiacciono il Re provocherà il loro fallimento. Ci si interroga, in poche parole, sull’assenza di libero arbitrio nell’uomo, le cui sorti sarebbero nelle mani di energie a lui sconosciute che agiscono determinandone il destino.
Il Re Del Mondo è il centro focale de L’era Del Cinghiale Bianco, nonché uno dei momenti più alti della poetica di Battiato. Una canzone che si evolve in poche e significative strofe dotate di immagini che sono vere ferite nell’anima. Una su tutte: «E sulle biciclette verso casa, la vita ci sfiorò», con questo senso di sublime malinconia, in una tetra atmosfera di guerra, mentre tutto il mondo cade verso la rovina, un barlume di gioia fotografata al tramonto. Il resto del testo insite su un’alternanza di visioni belliche con toccanti frammenti di esistenza («Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi»), sull’inutilità dei conflitti quando c’è qualcosa sopra noi che tesse la tela delle nostre vite. La bellezza dei «vestiti bianchi a ruota» dei derviches tourneurs (dervisci roteanti, citati di nuovo in “Voglio vederti danzare”, contenuta nell’album “L’arca di Noè” del 1982, n.d.a.) — i danzatori sufi che girano su se stessi cadendo in una stato di profonda trance — insieme alle moderne metro giapponesi dotate di macchine per l’ossigeno. L’inutilità di tutto quello che crediamo sia utile, con il paradosso del conoscere a tutti i costi l’inglese quando la fine del mondo si sta avvicinando. E in tutto ciò, l’ammonimento: per quanto felici o infelici si possa essere, tutto è comunque nelle mani di una potenza superiore che «ci tiene prigioniero il cuore».

Quarant’anni fa, le alternative per un artista che volesse far conoscere la concretizzazione discografica o cinematografica del proprio talento erano due: la TV, o la carta stampata. E la seconda di certo esercitava un appeal maggiore, perché forse legata a un’idea più pura dell’informazione, rispetto a un media che fin da allora veniva guardato con sospetto per la sua tendenza ad alterare la sostanza dei fatti e ad abbigliarla con costumi visivi e verbali che arrivassero a colpire con precisione e immediatezza occhi e pancia dell’ascoltatore medio. Dell’epoca d’uscita de L’era del cinghiale bianco resta perciò come una delle pochissime testimonianze video la breve intervista di Battiato con Pippo Baudo, nel corso di una Domenica In del 1980. Che, ci sia consentito dire, se si considera l’irritante superficialità delle domande e dell’atteggiamento dell’intervistatore, quel sospetto di cui sopra lo trasforma in inconfutabile certezza. Con buona pace del SuperPippo nazionale.

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L’EDIZIONE DEL QUARANTENNALE

Lo scorso 19 luglio è stata pubblicata una(ri)edizione da collezione de L’era del cinghiale bianco, con contenuti originali che ne impreziosiscono ulteriormente il valore: il CD, in formato digipack, contiene 16 tracce con 9 bonus track e Battiato stesso, in occasione di questo 40° anniversario, ha scelto dal suo archivio tre demo version mai pubblicate prima per i brani Il Re del Mondo, Stranizza D’Amuri e Strade dell’Est. Nel CD sono inoltre presenti 2 versioni in lingua straniera, La era del jabalí blanco (in spagnolo) e The King of the World (in inglese) oltre a 4 brani dal vivo: Il Re del Mondo (Teatro Nazionale Iracheno di Baghdad, 1992), Strade dell’Est (Arena Romana di Padova, 1994), Stranizza D’Amuri (Teatro dell’Archivolto di Genova, 1994) e L’era del cinghiale bianco (Teatro Lirico di Milano, Dicembre 1988). Quest’ultimo brano venne anche inserito in Giubbe rosse, primo album dal vivo di Franco Battiato, uscito nel 1989. L’LP mantiene la track-listing originale, e il vinile è in versione 180g colorato bianco, edizione limitata rimasterizzata e numerata.

TRACKLIST:

L’era del cinghiale bianco
Magic shop
Strade dell’Est
Luna indiana
Il re del mondo
Pasqua etiope
Stranizza d’amuri
Strade dell’Est (Demo Version)
Il re del mondo (Demo Version)
Stranizza d’amuri (Demo Version)
La era del jabalí blanco (da Nomadas)
The King of the World (da Echoes of Sufi Dances)
Stranizza d’amuri (live) (da Unprotected)
Strade dell’Est (live) (da Unprotected)
Il re del mondo (live) (da Concerto di Baghdad)
L’era del cinghiale bianco (live) (da Giubbe rosse)

Come vi abbiamo già raccontato, uscirà il prossimo 18 ottobre — ed è disponibile in pre-order dal 29 agosto — Torneremo ancora: edito in formato CD  e doppio LP su etichetta Sony Music Legacy, conterrà la title track, inedita, e quattordici tra i più grandi successi di Battiato, incisi live due anni fa nel corso di una tournée con la Royal Philharmonic Concert Orchestra diretta dal Maestro Carlo Guaitoli. 

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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