Bruce Springsteen, i 70 anni di un’icona impareggiabile

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Ieri mattina, un grandissimo fotografo americano, Frank Stefanko, colui che negli ultimi 40 anni  ha ripreso Bruce Springsteen più e meglio di (quasi) tutti gli altri, si chiedeva sulla sua pagina Facebook, se Springsteen, avvicinandosi ai suoi 70 anni, avesse idea di quanto sarebbe arrivato lontano e di quante vite avrebbe toccato con la sua musica e con la sua vita. Beh, io non lo so se Bruce ci abbia mai pensato, ma so per certo che la mia, di vita, l’ha toccata, accompagnata, cambiata, salvata. Sono agnostica, non ho idoli, non inseguo miti, non credo nei miracoli. Ma Bruce Springsteen è quanto di più vicino a una divinità io abbia conosciuto nel corso della mia vita, senza sembrare blasfema né tanto meno mancare di rispetto a qualcuno. Bruce Springsteen è  prima di tutto un grandissimo musicista. Poi un grandissimo uomo. Ma nel corso degli anni, per me è diventato un’icona da tenere sempre a mente e vicino al cuore.

Springsteen ha toccato la mia vita per la prima volta nel 1981 quando un amico mi regalò per il mio compleanno The Wild The Innocent And The E Street Shuffle. All’epoca, io amavo Jackson Browne e la musica della West Coast, De Gregori e i cantautori italiani, ma quando venne fuori dallo stereo New York City Serenade, capii che mi si stava aprendo un altro mondo davanti. Se a 24 anni sei in grado di scrivere un capolavoro di quel tipo, significa che sei veramente una persona speciale. Quando poi lo vidi dal vivo per la prima volta, il 21 giugno del 1985 a Milano, ebbi la conferma che non solo Bruce era speciale, ma che era (ed è rimasto) assolutamente unico. Quale altro artista poteva suonare, cantare e rimanere sul palco con quella forza, quell’energia, quella potenza per più di 4 ore? Io non avevo mai visto nulla (e nessuno) di simile. Leggendo i testi delle sue canzoni, realizzai che non erano affatto banali, anzi raccontavano quell’America disperata e depressa che non ci facevano vedere nei telefilm come Happy Days, ma che era molto più reale e concreta. Era un’America dura che però ti offriva sempre una seconda possibilità e una redenzione che passavano irrimediabilmente dal sogno e dalla messa in discussione di se stessi. Quale altro “cantante” allora sapeva dirti queste cose? Quale altro artista prendeva i temi fondanti e fondamentali della letteratura USA e li trasponeva in musica? Quale altro musicista ti faceva stancare fisicamente a un suo concerto fino al punto di augurarti quasi che finisse? Nessuno.  Da allora, Springsteen ha sempre accompagnato la mia vita. Nei momenti di gioia e in quelli di dolore. È stato l’argomento della mia tesi di laurea, cambiando irrimediabilmente le mie prospettive lavorative: se fino a quel momento avevo scelto di laurearmi in Lingue per girare il mondo in cerca di storie da pubblicare su qualche giornale, o di una scuola dove insegnare, da quel giorno ho capito che la musica sarebbe stato il mio lavoro e che Bruce Springsteen sarebbe stato il mio punto fermo.

Lontano anni luce dalla iconografia della rockstar perennemente strafatta, protagonista di orge e feste esagerate, completamente distaccata dai problemi del mondo e della vita di tutti i giorni, Springsteen non solo incarna la normalità del quotidiano, ma è l’uomo comune ammantato di un talento infinito e incommensurabile. Springsteen non è la rockstar che vive in una torre d’avorio e che si ostina a rifiutare il passaggio del tempo, Springsteen è la persona che incontri nei bar e sulle spiagge del New Jersey e che ti racconta della sua depressione e del rapporto difficile con un padre fallito. Springsteen non è la celebrità  che passa da una donna all’altra, di età sempre più bassa in proporzione all’aumento della propria, ma è il marito e compagno fedele che ti rimane accanto nonostante la facilità e l’ampiezza di scelta. Springsteen non è il padre assente e distaccato, Springsteen è nella vita dei suoi figli. Springsteen non finge di essere qualcos’altro, Springsteen è quello che racconta nelle sue canzoni e proprio questa perfetta aderenza tra lui e i personaggi che popolano le sue storie, lo rende molto più credibile e vicino a noi, di qualsiasi altro personaggio del mondo dello spettacolo. Quando ti parla della sua depressione sembra che ti voglia prendere per mano e dirti “guarda, sono disperato perfino io, ma ce la puoi fare”; è l’amico su cui contare nel momento del bisogno, l’uomo sulla cui spalla ti vorresti addormentare quando hai paura di non farcela, la persona con cui vorresti trascorrere il resto dei tuoi giorni, il compagno con cui vorresti bere una birra a fine giornata per cazzeggiare e ridere con lui (e la sua risata è assolutamente contagiosa e irresistibile). Bruce Springsteen nel corso di questi anni ci ha fatto trascorrere alcune delle serate più belle della nostra vita: ci ha fatto godere, gioire, ballare, divertire, emozionare, innamorare, viaggiare, sudare, sospirare, aspettare, sperare, gelare, capire,  piangere, urlare, cantare. Ma soprattutto, ci ha fatto sognare!  Per questo i suoi 70 anni di oggi non sono il simbolo di una vecchiaia incipiente, ma la realtà  di un artista che continua a raccontare la sua America, la sua idea di mondo, la sua vita, la sua intensità, la sua passione, la sua anima.

Quindi… Buon compleanno Bruce, with all the madness in my soul!

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

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