Masters, per riascoltare le canzoni di un genio della musica chiamato Lucio Battisti

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Masters

Che Lucio Battisti fosse uno avanti anni luce lo sappiamo da sempre. Eppure ogni volta che capita di riascoltare le sue canzoni non si può resistere dall’esclamare l’ennesimo “Oh!” di ammirazione. Succede anche per Masters – Vol. 2, in uscita domani, un bel cofanetto di 4 Cd + booklet di 40 pagine (oppure in versione, per chi ama il vinile, di triplo LP) contenente 45 brani rimasterizzati a 24 bit/192 khz partendo dai nastri originali.

Quanto Lucio fosse curioso e quanta voglia avesse di sperimentare lo ricorda Gaetano Ria, tecnico del suono che con Battisti lavorò in svariate occasioni: «Lucio restava in sala dall’inizio alla fine, facendo domande e informandosi in continuazione su tutto. Invece Mogol non veniva mai in sala. Registravamo delle basi con il testo cantato in finto inglese, con l’aggiunta di alcune parole in italiano che Lucio chiedeva di mantenere, e Mogol scriveva i testi. Per le registrazioni di Umanamente uomo: Il sogno, Mogol comparve in studio una sola volta, alla fine. Ascoltò le canzoni mixate da Lucio e il suo commento fu laconico: “Una schifezza”. Al che Lucio prese la bobina e la gettò nel cestino della spazzatura. Io rifeci il mixaggio ripartendo da zero: ne uscì fuori il prodotto che tutti conosciamo…».

«Come allievo», conclude Ria, «Battisti era fantastico: desiderava soltanto imparare, scoprire sempre qualcosa di nuovo. Parlavamo tantissimo di musica. Io per formazione ero più orientato verso gli americani, lui verso gli inglesi. Però una volta venne da me e mi disse che era sconvolto dalla bravura dei Talking Heads, dalla loro originalità. Un’altra volta invece mi chiese di scoprire come era stata incisa Shock the Monkey di Peter Gabriel: era attentissimo a tutte le novità. Quando gli dissi che l’avevano incisa utilizzando un Fairlight, un sintetizzatore che era stato messo in commercio da poco, mi chiese di acquistarne uno per lui. Quando gli fu consegnato, si chiuse in casa per due o tre settimane perché voleva imparare a usarlo».

Alla realizzazione di Masters hanno dato il loro contributo anche altri personaggi che hanno lavorato a lungo con Battisti. Tra gli altri, Alberto Radius e Mario Lavezzi, e anche nei loro ricordi la figura di Lucio Battisti emerge immersa in un alone non di leggenda, ma di grande ammirazione. Racconta Radius: «Lui voleva essere sempre il primo, e quando qualcuno, per caso o per bravura, lo anticipava ci rimaneva male. Ricordo per esempio quando uscì Il mondo in Mi settimadi Celentano, canzone basata su un solo accordo: Lucio ci rimase male perché quell’idea avrebbe voluto sperimentarla lui».

Poi aggiunge: «Era anche un perfezionista, però non un maniaco. Per lui la voce era lo strumento che esprimeva il sentimento. Ecco perché quando ci rendevamo conto, riascoltando i nastri, che in alcune parti magari era stato un po’ calante, a volte magari diceva che gli andava bene cosi perché comunque gli sembrava che quella specifica interpretazione era riuscita a trasmettere emozione: quello che giustamente contava per lui era la capacità di emozionare».

Racconta Mario Lavezzi: «Era una persona piena di interessi. Ovviamente al primo posto c’era la musica, ma aveva mille altre passioni. Per esempio il windsurf: a farlo innamorare di questo sport fu Adriano Pappalardo. Ed era un fotografo provetto: aveva comprato tutto il necessario per allestire una vera a propria camera oscura in casa».

«Parlando di musica», dice ancora Lavezzi, «noto che spesso la gente si stupisce per la svolta che fece con gli ultimi album della sua carriera, quelli più sperimentali, il cosiddetto “periodo Panella”. Invece secondo me non c’è niente da stupirsi perché, come è già stato detto, Lucio è sempre stato uno sperimentatore. Prendiamo Anima latina, che è del 1974: in quel periodo il genere di riferimento era il progressive, con gruppi come PFM, Banco, Area, Osanna, e lui realizzò un album assolutamente sperimentale, con la voce lontanissima, quasi nascosta, e soluzioni strumentali molto avanti per quegli anni. Ecco perché album come La sposa occidentale o Hegel non devono stupire, o perlomeno devono essere considerati a pieno titolo come lavori “di” Battisti e non un corpo estraneo».

Per chiudere, occorre registrare un filo di amarezza nelle parole di Radius e Lavezzi quando parlano di come viene gestita l’eredità artistica di Lucio Battisti. Dice Lavezzi: «Mi pare che da parte della famiglia, più che onorarne la memoria, ci sia un tentativo di farlo dimenticare. Le altre famiglie, quella di Gaber, quella di De André, fanno tutto ciò che è in loro potere per tenere vivo il ricordo dei loro cari. Qui invece c’è un comportamento che a mio parere va oltre la logica».

«Qualche anno fa», racconta Radius, «realizzai un progetto con Ricky Portera intitolato …una sera con Lucio: consisteva nella rilettura di alcuni brani dei due grandi Lucio, Dalla e Battisti. Ebbene, la moglie di Battisti voleva denunciarmi… Poi per fortuna la questione finì lì».

Anche per questo motivo operazioni come quella di Masters, oltre che alle casse della Sony, fanno bene pure alla musica, quella con la “M” maiuscola: ricordare e diffondere il più possibile le canzoni di Lucio Battisti è qualcosa che equivale a un dovere civico.

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino) e "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi". Ultimo libro uscito: "Massimo Riva vive!", scritto con Claudia Riva.

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