Il direttore Dino Betti guida la sua orchestra jazz di 22 elementi con bonomia e pacatezza. Nessuna pedana, gira per il palcoscenico occupato totalmente dai musicisti, evitando il groviglio dei cavi, le spie, gli spartiti e gli strumenti poggiati a terra per essere utilizzati in seguito. Sorride compiaciuto all’uno, sollecita con un suggerimento nell’orecchio l’altro, sottolinea con un gesto l’enfasi di un terzo, frena con un tocco sul braccio quello che, a occhi chiusi, si lascia prendere dallo scorrere del proprio assolo.
La musica scivola libera e increspata come un mare forza 3, con un’immagine di potenza contenuta ma pronta a liberarsi, con un dai e vai continuo di immagini quasi visive e di soluzioni armoniche inattese, con un combinarsi di rimandi appena suggeriti e di distensioni brillanti.
Ma, poche battute dopo l’inizio del quarto brano, il viso del direttore appare sconcertato, le sue mani si muovono ma la musica segue un percorso differente. Il sassofonista contralto si alza e inizia lui a dirigere. Incredibile. Mai visto su un palco. Un ammutinamento in piena regola.

Dino Betti

Dieci, venti secondi di smarrimento generale, finché tutti quanti afferrano la nuova melodia: l’orchestra sollecita il pubblico e insieme, in coro, strumenti e voci, intonano “happy birthday to you, happy birthday Dino”. Già, perché il giorno del concerto è lo stesso del compleanno del direttore e compositore di tutti i brani in repertorio, Dino Betti Van der Noot, che spegne 83 candeline.
“Grazie Dino per dimostrarci ogni volta quanto la musica riesca a mantenere giovani”, si scusa il formidabile altista Sandro Cerino, che è stato il conduttore della sorpresa. Lungo e sentito applauso generale e tutto riprende con ancora più scioltezza e piacevolezza, con ancora più brio e lucentezza, nonostante qua e là si avverta che una mezza giornata di prove in più avrebbe appianato ogni spigolatura e ogni incertezza.
La presentazione in concerto dell’eccellente album Two Ships In The Night a firma del bandleader italo-lussemburghese è stata un evento raro nel panorama jazzistico italiano, sia per la presenza di un gran numero di ottimi solisti, spesso titolari di album in proprio da leader, come i sassofonisti Sandro Cerino e Giulio Visibelli, il trombettista Alberto Mandarini, l’arpista Vincenzo Zitello, il violinista Emanuele Parrini, il percussionista Tiziano Tononi, al cui cospetto gli altri comunque non sfiguravano affatto (in grande spolvero il pianista Nicolò Cattaneo, compagno di scuola del figlio del Nostro, e l’altro percussionista Federico Sanesi), sia per la reiterata qualità dei brani proposti, con quelli nuovissimi che brillavano di luce propria a fianco di alcuni tra i pezzi storici di Betti.
«Cerco di raccontare delle storie, dice Dino Betti. Storie, che, poi, ogni ascoltatore potrà interpretare e vivere come gli viene più istintivo, perché le emozioni sono sempre qualcosa di assolutamente personale. E, fra l’altro, chiedo regolarmente ai musicisti miei compagni d’avventura di raccontare, attraverso le loro improvvisazioni, delle storie coerenti ma complementari alla musica che ho scritto. Senza di loro, senza il loro apporto creativo, il loro andare oltre, questa musica non sarebbe quello che è».
Una musica di gran pregio, un jazz che non ha paura di rischiare e di mettersi in gioco, un fluire costruito di idee e sguardi, di temi e stili, un linguaggio che è sintesi di una molteplicità di linguaggi e di esperienze.

Incredibile come di questi tempi magri sia sempre più dei musicisti attempati la voglia di rischiare e di mettersi in gioco, di tentare inattese prove di coraggio e improvvisi colpi di reni originali. Come fa Betti nelle sue composizioni, ogni volta capaci di suonare liriche e insieme sghembe, distese e insieme frastagliate, intense e insieme spigolose, consolatorie e insieme velenose.
Composizioni che seguono percorsi zigzaganti, si interrompono quasi e riprendono da dove non erano, che il “cantare” dei solisti spiazza verso panorami obliqui e punti di vista diagonali, che dall’insieme fanno sprizzare scintille simili a irresistibili voci di sirene. Una costruzione architettonica alla Gaudì, sempre inattesa e sorprendente e nello stesso tempo sempre perfettamente funzionale e incomparabilmente decorativa.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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