Paolo Jannacci, “Canterò”… ma con leggerezza (intervista)

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© Simone Galbiati

La musica si adatta con duttilità al tempo nel quale viene creata, ma lascia ampio spazio a chi alle trasformazioni ispiratrici, tecniche e commerciali dettate dal tempo si sottrae, e cerca se stesso tra le note e l’artigianato dei maestri di un passato mai passato. Nel caso dell’artista del quale ci accingiamo a parlare, è un cercar se stesso quantomai autentico, dato che di sé quell’illustrissima storia è parte: Paolo Jannacci, figlio dell’indimenticabile Enzo, ha pubblicato il 4 ottobre, su etichetta Ala Bianca Records/Warner, il suo primo album da autore e interprete di brani inediti, dal significativo titolo Canterò: 10 tracce, 7 originali e tre cover — E allora… concerto (dall’omonimo LP, 1981) e Fotoricordo… il mare (da Ci vuole orecchio, 1980), entrambi firmati dal suo geniale papà, e Com’è difficile, di Luigi Tenco —, e collaborazioni di tutto rispetto: Michele Serra (nella title track), Claudio Bisio (Mi piace), J-Ax (Troppo vintage), Danti (Mi piace, L’unica cosa che so fare).

Premere play significa entrare in una sala musica e cabaret anni ’60 in smoking e sneakers: luce che sfida il grigio, chiacchiere e strimpellate, ironia e nuvole di fumo, carezze di piano e inattesi scatti ritmici ospitano discreti, moderni e insieme vintage, i personaggi d’ogni racconto sonoro, spesso incarnazioni dello stesso autore, ma in fondo anche di noi, diversamente giovanissimi figli di un’epoca che ci chiede di restare coi piedi ben ancorati a un presente a scorrimento veloce, ma che non ci rimprovera troppo se osiamo, di tanto in tanto, regalare sguardi addolciti a uno ieri nel quale la musica si trasformava spesso in dizionario fantasia-mondo, alta e però popolare, libera voce di artisti dalla potente caratura intellettuale che della cultura non facevano uno scranno dal quale lanciare anatemi, ma piuttosto un punto di osservazione un po’ più elevato che permettesse loro d’avere una visione onnicomprensiva dell’umanità e delle sue irregolari venature di bellezza e crudezza, così da raccontarle con sincera empatia.

Jannacci cammina, perfettamente a suo agio, tra intimismo e estro, tra velata malinconia e tagliente leggerezza, e lo fa plasmando il suo jazz con sopraffina maestria, così che vesta su misura umori e colori. Ogni pezzo di questo album è tassello essenziale di un raffinatissimo mosaico di teatro e poesia, ma particolarmente affascinante è la rilettura in chiave rock di E allora… concerto, concepita da papà Enzo come una intensa lettera di rabbia e trasformata da Paolo in un grido di dolore in crescendo, ruvido e disperato come la solitudine di tanti giovani emarginati da una società che, incapace di comprendere e perdonare errori figli di una incolpevole fragilità e di un destino impietoso, troppo di frequente pare si diletti a esserlo altrettanto.

Pluripremiato musicista (ha all’attivo sei album jazz ed è stato protagonista, nelle vesti di polistrumentista e arrangiatore, di tutte le produzioni del suo papà dal 1994 al 2013), compositore per cinema, televisione e teatro, nonché attore e autore del volume Aspettando al semaforo. L’unica biografia di Enzo Jannacci che racconti qualcosa di vero, Paolo fa dunque il suo ingresso nel mondo del cantautorato con un disco dalla sopraffina qualità tecnica e ricco di calda emotività, che presenta così: «Questo è il mio primo disco da cantante solista ed oltre a volervi bene e cercare quindi di realizzare un disco come potrebbe farlo il top producer mondiale, ho ascoltato tutti gli amici che mi vogliono bene e che hanno idee diametricalmente opposte, diverse… così… ti perdi… e non finisci mai. Ho provato a mettere in sintonia tre generazioni diverse, quella di mio padre, la mia (dei Silvestri, Gazzè…) e quella di oggi dei ragazzi legati all’indie pop. A questo punto, vi posso dire che sono soddisfatto. Ho dato il massimo e vi dedico questo album e questo pezzo di vita con tutto il mio cuore». Diversi saranno gli appuntamenti live: di seguito, vi presentiamo il calendario, ancora in via di definizione.

LE DATE FINORA CONFERMATE:

4 novembre – Milano, JazzMI, Teatro dell’Arte
19 dicembre – Torino, Cap10100
6 gennaio 2020 – Roma, Parco della Musica, Teatro Studio
9 gennaio – Cervignano del Friuli (UD), Teatro Pasolini

 

IL VIDEO DI MI PIACE E GLI INSTORE

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Lo scorso 26 settembre è stato pubblicato su YouTube il video di Mi piace, featuring con Claudio Bisio (anche coautore), compagno di scena e d’invenzioni estemporanee per tre edizioni di Zelig (dal 2010 al 2012): in pieno stile Jannacci, una deliziosa passeggiata tra vizi e virtù di un uomo semplice in un mondo un po’ distratto, un po’ innamorato, con il contrappunto sonoro di fiati e incursioni nonsense che trasformano la chiacchierata con se stesso in un comico botta e risposta con un amico impertinente.

Dopo la presentazione alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, a Milano, il 4 ottobre, sono previsti altri tre instore:

8 ottobre – FIRENZE, Feltrinelli Piazza della Repubblica
9 ottobre – GENOVA, Feltrinelli Via Ceccardi
11 ottobre – ROMA, Feltrinelli Via Appia Nuova

LA NOSTRA INTERVISTA

Abbiamo raggiunto telefonicamente Paolo per farci raccontare genesi e peculiarità del suo primo lavoro discografico da autore e interprete, e il risultato è stato un piacevolissimo viaggiare tra affettuosi ricordi e lezioni d’amore per l’Arte, senza mai dimenticare l’importanza di un sorriso di levità, quel castigat ridendo mores marchio di fabbrica… e di famiglia.

Non ti chiederò come ti sei avvicinato alla musica, perché immagino tu l’abbia respirata ancor prima di venire al mondo. Ma quando hai capito che sarebbe diventata la tua professione?
Mi ricordo che ero al liceo e già collaboravo con mio papà, sebbene per piccole cose… del resto, avevo quindici anni. Poi, verso i 17, mi è venuta questa folgorazione e mi son detto “la mia vita sarà quella di lavorare con la musica”. Mi son deciso, e da lì ho cominciato a pensarci seriamente, a impegnarmi in un modo meno ludico e più professionale.

Perché il jazz come genere di elezione?
Intanto perché tutti i miei maestri venivano dal jazz: Paolo Tomelleri, per esempio, mi ha insegnato tanto, anche rudimenti armonici e teorici, ed è a mio parere un nostro patrimonio culturale. Poi, anche al mio papà piaceva il jazz, l’aveva suonato, e così mi sono appassionato anch’io, scoprendo che si tratta di un genere che ha una marcia in più, e il tipo di approccio, di studio, d’intenzione, è un po’ più alto rispetto a quello di altri generi che potevano essere inizialmente più accattivanti, ma che in seguito tendono a rivelarsi più “sterili”, ecco.

Il jazz viene spesso guardato dai profani, come uno stile la cui comprensione risulta molto ardua. E invece, in mani sapienti come quelle di musicisti come te, assume una affascinante immediatezza.
Guarda, quando ti approcci a un brano strumentale e non ne capisci bene il significato, il senso, o non ti entusiasma più di tanto, vuol dire che quel brano non è pensato per l’ascoltatore, ma egoisticamente, solo per chi lo sta suonando. Io non ho mai pensato a scrivere per me stesso, mi son sempre posto nei panni dell’ascoltatore e ho sempre cercato di creare delle cose che potessero interessare, che potessero emozionare, creare uno spirito di partecipazione. È sempre stato il mio obiettivo, quello di ottenere il massimo dalle linee melodiche. Ma non dico nulla di strano, perché se tu ascolti dei grandi, come per esempio Oscar Peterson, non ti annoi mai, che sia un pezzo originale o una cover. Quindi, questo sentimento che si prova a volte, la sensazione che il jazz annoi o non si capisca, è dovuta al fatto che il brano è troppo pensato dal punto di vista del musicista. Tutto qua.

Da musicista puro hai compiuto un salto: quello di trovare le tue parole e di diventare cantautore. Qual è stata la spinta?
L’esigenza dell’immediatezza della forma comunicativa: il canto, insieme all’elemento percussivo, rappresenta in effetti la via più diretta per una efficace comunicazione musicale. Ma, più che altro, avevo voglia di provare a cantare brani del mio papà che da tempo non si facevano: sai, avendo avuto la fortuna di suonare per lui e curarne gli arrangiamenti, abbiamo vissuto questa storia insieme e quando l’esperienza si è fermata, ho sentito il bisogno di riascoltarli. Allora ho cominciato a riappropriarmi di determinate cose che in quel periodo mi mancavano, e da lì è cominciata tutta una preparazione, anche molto lunga, al canto, perché non mi è mai piaciuta la mia voce. Poi, pian piano, ho invece notato che c’erano dei miglioramenti, ai quali ha contribuito anche il tributo a mio padre che porto avanti da tempo con i miei musicisti, che emoziona e diverte sia noi che il pubblico, e così ho iniziato a creare dei miei brani personali, costruendoli e incontrando persone, per poi arrivare a raccogliere tutto, esperienze e consigli, in questo primo album.

Da cosa ti sei lasciato ispirare?
Le cose più interessanti sono sempre le storie, quelle minute, quotidiane, solo apparentemente insignificanti, ma che magari celano un significato che per molti è importante: la bellezza sta proprio nell’essere in grado di centrare una storia di tutti i giorni con un cuore profondo. Non sempre ci si riesce, e infatti a volte in questo album parlo non dico dei massimi sistemi, madel mio sentimento rispetto alla musica. Il brano “Alla ricerca di qualcosa” parla proprio di me, di come sono io in questo momento, quindi molto di questo album è anche una riflessione mio, un pormi con sincerità di fronte all’ascoltatore.

Analizzandone i testi, ho notato che ricorre spesso il bianco e nero, simbolo della nostalgia per un passato forse più autentico. Se ti chiedessi di citarmi un ricordo “in bianco e nero” del tuo passato che ancora oggi ti emoziona, quale sarebbe?
Ce n’è uno in particolare, legato al mio papà, che ho rivisto anni fa: credo fosse nel ’65 e lui presenta “Sfiorisci bel fiore”, dicendo che in tanti pensavano si trattasse di un canto popolare anonimo da lui riletto, e la cosa lo rendeva molto orgoglioso, perché in realtà si trattava di un pezzo assolutamente inedito. Questo momento in bianco e nero mi fa particolarmente tenerezza.

Questo tuo ricordo mi suggerisce un’altra domanda: come appariva, ai tuoi occhi di ragazzino, quel mondo caleidoscopico di arte e artisti?
Pura magia: io vivevo il mondo musicale come un universo fantastico, e quando papà mi portava nello studio di registrazione, basta, il resto sembrava non avesse più senso, perché era tutto lì. La musica mi ha rapito.

Tornando ai testi dell’album, quel “bianco e nero” sembra rappresentare anche la metafora di un ritorno all’accettazione di fragilità e difetti.
Sì, la componente intimista è forte. Mi sono sentito molto preso da questa fonte emozionale: avevo proprio bisogno di raccontare determinati stati d’animo che non potevo farmi scivolare addosso, e li ho fissati in storie che mi riguardano.

Veniamo alle collaborazioni. Michele Serra, Bisio, J-Ax: qual è il vostro terreno comune, al di là dell’amicizia che vi lega?
La sensibilità nell’osservare il mondo e la capacità di raccontarlo: Michele è un grande intellettuale e un finissimo umorista, Claudio lo stesso, se ci pensi, e Ax ormai può fare quasi il sociologo! (ride, n.d.r.) Tutti loro possiedono un grande talento nell’interagire con il sociale e nel capire quello che sta intorno a tutti noi, raccontandolo in un modo bello, coerente, interessante e affascinante.

Da parte tua, quindi, mi sembra evidente non ci sia alcuna preclusione nei confronti di universi artistici o sonori differenti.
È assolutamente così: non ho alcun tipo di preclusione. La musica è bella tutta se fatta con rispetto e con il cuore. Quindi, quando si lavora in questa direzione, da parte mia c’è sempre la massima attenzione. Poi, chiaramente, ognuno di noi ha il proprio stile, una propria direzione più marcata, ma io solitamente ascolto tutto e mi piace avere a che fare con belle persone che possono dare molto a un progetto comune. Prendi anche questo ex ragazzino, Daniele Lazzarin in arte Danti: ci siamo conosciuti nel 2015, abbiamo iniziato a collaborare e son venute fuori un sacco di cose belle. Lui è uno che crea solarità, e non a caso è diventato uno degli autori di punta del panorama musicale italiano: chi va da lui si sente pieno di energia perché lui trasferisce energia, solarità, e innovazioni della parola e del pensiero.

In base a quale intenzione hai selezionato le cover presenti nell’album?
Erano i brani che avevo nelle ossa: i due pezzi di mio papà volevo farli da tempo e sono quelli con i quali son cresciuto, che ascoltavo quando avevo quattro, cinque anni. Un po’ glielo dovevo, un po’ volevo farlo per me, per il piacere di risentirli e di attualizzarli. Quello di Tenco è stato invece il primo brano che ho interpretato quando ho iniziato a cimentarmi col canto, il primo che ho dedicato a mio padre, e il brano che ho gli ho sentito spesso suonare piano e voce nel momento del concerto nel quale gli lasciavamo il palco e lo ascoltavamo da dietro le quinte, entusiasmandoci tantissimo.

Quando ti trovi a rileggere in una chiave nuova i brani di tuo padre, quale elemento ci tieni a preservare più di ogni altro?
La freschezza, il divertimento e l’ironia, perché sono quei moti di spirito che ci permettono di andare avanti con fierezza, di vedere il mondo con positività e di superare gli ostacoli. Questo è anche ciò che dicevamo con lui quando ne parlavamo.

Nel proporre il tuo omaggio a lui, mi hai detto che riscontri sempre grande affetto da parte del pubblico: la bellezza, dunque, continua ad affascinare anche in questo periodo nel quale è facile lasciarsi distrarre da altro?
 Assolutamente sì: la bellezza è fondamentale, perché è un punto nevralgico dell’Arte, e quindi ti dà la possibilità di dare un valore aggiunto. Ci può essere un pensiero profondo, molto logico, ma dev’essere espresso in maniera elegante, come anche in matematica o in filosofia. Non si può dirlo brutalmente.

Nel tuo modo di interpretare è ben presente quella teatralità che del tuo papà era uno dei marchi di fabbrica: ritieni aiuti a veicolare il messaggio del pezzo?
Certo, non ne potrei fare a meno, è davvero il marchio di fabbrica. Per me è fondamentale aggiungere divertimento e un po’ di “stupidera”. Diciamocelo chiaramente: si tratta di canzonette, non è che stiamo parlando di uno scritto di Heidegger! (ride, n.d.r.) Ma al di là della canzonetta, il fatto di poter gestire l’interpretazione con teatralità e con divertimento, sempre nel rispetto del concetto che desideri esprimere, ti dà la possibilità di farti ascoltare con più interesse, con più gioia.

Arrivando alle sonorità, mi ha colpito la presenza di un scheletro jazz anche nei brani la cui “muscolatura” è invece di genere diverso.
Sì, esatto: ne parlavo anche con mio padre tempo fa, e lui mi diceva che i musicisti migliori vengono dal jazz, perché si trovano a costruire se stessi e a costruire un universo sonoro, a studiarlo. Il jazz ti porta a riflettere profondamente sulla tua soggettività, e poi a esteriorizzarla: si tratta di un esercizio molto difficile e importante. Nell’arrangiamento, questo faticoso lavoro viene poi fuori, ovviamente: hai molte più frecce al tuo arco, sia emotivo che tecnico.

Hai composto per il cinema, per la TV e per il teatro: come cambia, dal punto di vista di un musicista, il modo di raccontare per ciascuno di questi media?
A seconda del tipo di tematica, e di media, sì, si lavora molto diversamente: io ho comunque una mia cifra stilistica, e quella non può cambiare più di tanto, però in base al committente, in base a dove va a fine ciò che costruisco, so esattamente come bisogna impacchettarla. O almeno, ci provo. (ride, n.d.r.)

E tra tutti questi universi artistici, qual è quello che senti più vicino, più tuo?
Forse il cinema: anche se è molto difficile, e ci sono tante problematiche, quando costruisco una colonna sonora sento una carica espressiva molto forte.

Da appassionata cinefila, a questo punto non posso non approfondire: come ti approcci alla sceneggiatura e ai personaggi, quando devi comporre?
Allora, io sono uno che parte molto dalla visualizzazione delle immagini: mi piace riuscire a tradurre ognuna di esse in un suono. Se ci riesco, già parto avvantaggiato, con una robusta impostazione di base. Dopodiché, passo alla costruzione dei temi per ciascun personaggio e ciascuna situazione. Una volta, si procedeva sempre così, con uno sguardo di ampio respiro. Adesso lo si fa solo con i grandi film, purtroppo. Diciamo che lo avverti subito, che tipo di personaggio è e di cosa si tratta, e di solito ti viene anche subito l’idea di un tema musicale adatto, anche solo i primi dieci minuti, perché finisci per studiarlo nel dettaglio proprio come un cinefilo. Non so se John Williams con Luke Skywalker ha fatto tutta l’esegesi, quando sapeva di lui solo che era un apprendista Jedi…

Anche perché la storia e l’evoluzione dei personaggi della saga presumibilmente non erano ancora ben delineate nemmeno nella mente dello stesso George Lucas…
Esatto! Quindi a volte, quando hai pochi elementi, devi andare semplicemente di pathos. (ride, n.d.r.) Devi agganciarti alla psicologia, agli stati d’animo che riesci a individuare, al ruolo che il personaggio andrà a ricoprire nel racconto, sfruttando al massimo ciò che hai a disposizione.

Tra i tanti, importanti incontri nel corso della tua carriera, ce n’è stato uno che ti ha permesso di scoprire qualcosa di inaspettato su questo mondo professionale?
Un po’ tutti, guarda: ogni artista che ho conosciuto mi ha regalato un insegnamento prezioso, da Dario Fo a Massimo Ranieri. Di quest’ultimo, per esempio, mi hanno impressionato la presenza scenica, il modo di studiare l’intonazione, l’abilità anche nel recitare, nel muoversi davanti alla telecamera. Ho suonato per lui grazie a Mauro Pagani, e ho imparato tanto osservandolo dal vivo.

Il tuo album si chiama “Canterò”: cosa significa per te, oggi, cantare?
È ancora il vecchio significato del poter raccontare, del poter tramandare a qualcun altro una storia, un insegnamento più o meno importante. Semplicemente questo.

In quale direzione stai volgendo il tuo sguardo, in termini di ricerca e di studio?
Nella direzione del jazz contemporaneo, sicuramente: il genere sta evolvendo ogni giorno in qualcosa di interessantissimo, di personale, e apre anche un mondo filosofico. Ci tengo molto ad approfondirlo.

Un’ultima domanda: qual è l’insegnamento del tuo papà che consideri essenziale, che ti è più caro?
Quello che dicevamo all’inizio:  il porsi in maniera irriverente, leggera, ma comunque sempre rispettosa, nei confronti di ogni forma musicale se fatta con dignità. Ecco, per me è l’indicazione più preziosa.

Per interagire con Paolo e restare aggiornati sulle date live, vi segnaliamo la pagina Instagram ufficiale dell’artista.

 

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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