Yuman: “Naked Thoughts”, autentica sincerità (intervista)

Il giovane cantautore dalla già inconfondibile vocalità pubblica il suo primo album, che ne rivela il raro talento e il desiderio di rappresentare una proposta sonora originale nel nostro panorama musicale nazionale. Lo abbiamo intervistato per voi.

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Sguardi d’Inghilterra e States nella musica italiana. Niente di raro? Forse, ma dipende dalla direzione nella quale quegli sguardi puntano, e da cosa, poi, catturano: sono tanti, da sempre, i tentativi di creare ibridi tra mondi sonori naturalmente differenti e spesso difficilmente compatibili. Gli esiti? Vari, e non sempre lusinghieri. Il rap e la trap made in Italy, tanto per citare un (negativo) esempio simbolico, attingono a piene mani da quelle terre lontane non solo geograficamente, sforzandosi di adattare ritmi e racconti radicati in un’altra storia alla nostra storia e finendo talvolta per produrre, soprattutto negli ultimi anni, scadenti imitazioni di prodotti artistici dall’alto contenuto identitario. Ma questo non vale per tutti. Yuman, ventitreenne cantautore italiano di origini capoverdiane che ha pubblicato lo scorso 27 settembre, su etichetta Universal, il suo primo album, Naked Thoughts, ha infatti trovato la propria fedeltà espressiva nell’universo linguistico e culturale anglosassone adattando intenzioni e moti emotivi alle armonie che lo caratterizzano, anziché costringere queste ultime in schemi che sono loro estranei e che, perciò, a quelle intenzioni e a quei moti sottraggono peso e sincerità.

Prima di aggiungere qualche considerazione sui contenuti del lavoro discografico, lasciamo che sia lui stesso a raccontarsi nell’intervista che ci ha concesso qualche settimana fa.

LA NOSTRA INTERVISTA

Come ti sei avvicinato alla musica?
Mi sono avvicinato alla musica sicuramente grazie ai miei genitori, che mi hanno sempre fatto fare ascolti. La musica è sempre stata presente, è sempre stata una parte importante della mia vita. Poi, ho iniziato a vederla come una professione da cinque o sei anni a questa parte... ma per me stesso canto da sempre.

La scelta di farne la tua professione come è maturata?
Perché avevo le visioni! (ride, n.d.r.) Davvero, non riuscivo a pensare ad altro, e allora ho capito che forse dovevo farlo.

E quali sono stati gli ascolti che ti hanno accompagnato quando a queste “visioni” hai iniziato a dare forma?
Guarda, ti confesso che io, da una certa età in poi, ho smesso di ascoltare radio e mi sono concentrato solo su performance live, cover, pezzi miei da rifare, quindi ho sempre variato molto. Mi piacciono vari generi… anzi, direi che mi piace tutto.

Il cantare in inglese nasce dal trovare in questa lingua una maggiore duttilità melodica o si tratta solo di una preferenza stilistica?
Mi permette di raccontare meglio perché, di fatto, l’inglese è più semplice dell’italiano, e ti dà la possibilità di esprimere dei concetti senza dover essere per forza troppo poetici e senza dover tenere conto di tutta la letteratura a disposizione, ma anche perché i suoni si prestano meglio… o questo è ciò che pensavo prima: ora vedo che l’italiano sta prendendo delle forme diverse, diventando molto più malleabile.

Quindi contempli la possibilità, in futuro, di scrivere anche pezzi in italiano?
Magari non prossimamente, o comunque non per me, però sì, non posso escluderlo.

Hai avuto modo di lavorare come musicista sia in Inghilterra che in Germania: cos’hai portato a casa, di quell’esperienza?
Ho sicuramente portato a casa la certezza che all’estero la musica è quasi un culto, e questa cosa mi ha veramente ispirato. Mi piacerebbe portarmela dietro sempre anche qui, perché mi sembra un modo per estraniarsi da tutto, per elevarsi. Lì la musica non è un hobby, ma un lavoro, un’arte.

Venendo all’album, su cosa hai maggiormente concentrato la tua attenzione in fase di ispirazione?
Ciò che ho scritto è un mix di storie mie, di storie non mie ma di persone che mi stanno accanto, e di racconti che creo per arrivare a esprimere un concetto. Quindi, anche dal punto di vista testuale mi sono sempre lasciato libero da paletti, da regole da dover seguire.

Qual è, dunque, il filo conduttore tematico?
Il titolo: sono tutti pensieri messi a nudo. Penso e pensavo, in fase di scrittura, a un miliardo di cose, ed ecco perché tutto il disco è molto vario. Non mi fossilizzo mai su un genere o un’emozione.

Hai detto che, dal punto di vista sonoro, inevitabilmente ti lasci condizionare da quelli che sono i tuoi punti di riferimento.
Sì, assolutamente: credo che sia inevitabile, per un musicista, che ciò che scriva sia un mix di tutto ciò che ha immagazzinato nel tempo e che, nel momento del bisogno, esce fuori da solo, istintivamente. Penso sia però importante essere originali, non prendere troppo alla lettera quei riferimenti: è giusto iniziare imitando qualcuno, seguendone le orme, ma poi devi staccarti, provare a creare qualcosa di tuo. Trovare la tua voce.

E la tua voce, il tuo tratto distintivo, si può dire sia la sincerità?
Sicuramente sono tutti brani sincerissimi: dietro non ci sono strategie, né nulla di pensato. Ci siamo solo noi che abbiamo lavorato molto, molto, molto, in modo pesante, a volte veramente distruttivo, ma alla fine la fatica ti rende giustizia, almeno un po’. Credo d’essere riuscito a esprimere fedelmente i miei pensieri, ma trovo anche che non ci sia mai fine al miglioramento. Si può ottenere sempre di più.

Lo si chiede sempre, ai giovani artisti: lungo la strada che ti ha portato a questo esordio discografico hai trovato ostacoli che ti hanno scoraggiato?
Sì, tantissimi, a partire dal semplice cantare in inglese: andando avanti, mi sono reso conto del fatto che l’inglese è pieno di pronunce, che non puoi mischiare pronunce diverse perché sarebbe un po’ come mischiare dei dialetti e quindi devi cercare di essere coerente, e che l’inglese che abbiamo studiato a scuola è in realtà inesistente, perciò ti trovi in un mare aperto e devi ricominciare daccapo con la dizione, sulla quale ho dovuto lavorare tanto.

Perché Somebody to love come cover?
“Somebody to love” l’ho scelta soprattutto per la tematica, perché credo sia proprio il momento storico adatto per questo tipo di messaggio, e poi perché volevamo omaggiare Woodstock, l’emblema della libertà, dell’essere selvaggi, e volevamo farlo con una band che fosse ancora in vita, quindi i Jefferson Airplane erano perfetti.

Da esordiente, intravedi spiragli per chi voglia proporre un progetto musicale che abbia una sua originalità?
Non ne sono così certo, anche perché mi pare di poter dire che le certezze stiano progressivamente diminuendo, ultimamente. Cambia tutto in un secondo. Per quanto mi riguarda, semplicemente, chiudo gli occhi e vado avanti, senza pormi il problema. Chi mi ama, mi segua. 

Stai già guardando a nuovi orizzonti creativi da esplorare?
Lascio sempre che sia la vita a ispirarmi e l’orizzonte lo vedo ancora molto lontano: c’è sempre tanta strada da fare e non so dove questo percorso mi porterà. Per me sarà comunque fondamentale mantenere quella sincerità e quella libertà delle quali parlavamo prima, e poi vorrei fare qualcosa di diverso, di vero, che non si pieghi alle mode. Provarci, almeno.

Il timore che una proposta come la tua finisca per confondersi nel magma di suoni che ci arrivano dall’estero per ti sfiora?
Un po’ sì, e un po’ la prendo come una sfida: credo si debba rischiare, e se non l’ha fatto nessun altro, allora sono disposto a essere il primo. E magari, mi auguro di riuscire a indicare anch’io una strada diversa.

Adesso sei concentrato solo sui live e sulla promozione o stai elaborando idee?
Sono sincero: sono già con la testa sul secondo album, ma devo sforzarmi di restare focalizzato su questo! (ride, n.d.r.)

IL VIDEO DI TWELVE E NAKED THOUGHTS

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Non c’è un giorno che non ascolti della musica, ed è un’azione che faccio da sempre, ancor prima di capire che fosse parte di me, dice Yuman nelle note di presentazione di Naked Thoughts. E così, da subito decide di mettersi in marcia perché tutte quelle ispirazioni respirate divetino ossigeno per la sua corsa professionale, una corsa che non ammette confini spaziali: nel 2015 si sposta infatti tra Londra e Berlino, dove suona come busker. Poi torna a Roma, e l’incontro con il produttore e discografico Alberto Quartana di Leave Music si traduce nel primo, concreto passo nel mondo della discografia: affiancato da Francesco Cataldo nell’attività di produzione artistica, il 9 novembre 2018 Yuman pubblica Twelve, primo singolo mixato da Chris Lord Alge, che in breve tempo cattura l’attenzione delle radio nazionali entrando in alta rotazione FM su RTL 102.5, Radio Deejay, Radio Rai, e raggiunge la vetta di alcune delle playlist Spotify più seguite (es Viral 50 Italy, Viral 50 Swiss). All’inizio di quest’anno, poi, YouTube inserisce il giovane cantautore tra i 10 artisti più promettenti del 2019 nella classifica “Il suono del 2019”. I suoi modelli sono tantissimi, come tante sono le influenze, e lui stesso li cita: Stevie Wonder, Jackson Five, Queen, Dire Straits, Aerosmith, Terence Trent D’Arby, AC-DC, Manu Chao, Gypsy Kings, Paolo Nutini, Tupac, Anderson Paak, il metal meno “heavy”. Molteplici stagioni sonore, tutte presenti nella timbrica, nelle note e nei testi di un artista la cui personalità, sebbene in via di maturazione, mostra già connotati definiti e affascinanti.

Quanto all’album, le tracce di Naked Thoughts sono effettivamente il viaggio in un cuore nudo, che lamenta la propria solitudine e si aggrappa con forza all’amore: riflessivo e malinconico, tenacemente franco, il cantautore non connota però le sue parole di un’asciutta staticità melodica, ma le colora e ne sostiene il volo con un groove multisfaccettato e caldo, facendo di questo disco un pamphlet musicale decisamente inedito, per classe e qualità tecnica, rispetto a ciò a cui, in questo Paese, stiamo finendo — con dorate eccezioni, beninteso — pigramente per abituarci. E perciò, un disco al quale prestare molta attenzione. Ché si sa, dalle eccezioni possono nascere nuove, sorprendenti regole…

Per interagire con Yuman, vi rimandiamo alla sua pagina Facebook ufficiale.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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