Paul Bley, Gary Peacock e Paul Motian
When Will The Blues Leave
(ECM/Ducale)
Voto: 9

Una registrazione di vent’anni fa, dal vivo nell’Aula Magna dell’Università di Lugano, è la prima uscita postuma di uno dei grandi del jazz contemporaneo, il canadese Paul Bley, che, in quasi settant’anni di carriera, ha attraversato stili e generazioni sempre da protagonista, incidendo oltre 100 album e suonando in tutto il mondo.
Registrato in trio con i formidabili Gary Peacock e Paul Motian (di fatto i tre avrebbero potuto costituire un riferimento per questo tipo di formazioni se solo avessero inciso e collaborato con maggiore continuità: questo è solo il loro terzo cd insieme!), When Will The Blues Leave è un esempio carismatico di come lirismo e libera improvvisazione possano fondersi in una medesima composizione, diventando entrambi motori propulsori di un jazz raffinato e insieme complesso, articolato e insieme originale.
Dall’apertura datata fine anni ’60, ovvero i tempi dell’avanguardia free, passando per poesie sonore come Flame e Told You So e per la bizzarra title-track colemaniana, fino all’ironia solitaria di I Love You, Porgy, tutto l’album convince appieno, sorretto in particolare da una superlativa prestazione di Peacock, contrabbassista tra i maggiori di sempre.
Il pianista, nato a Montreal nel 1932, che a 17 anni poteva permettersi di assumere la coppia ritmica del grande Oscar Peterson, trasferitosi negli USA, e che, non ancora ventenne, era già in cartellone nei locali principali di New York, tra cui il mitico Birdland. È stato personaggio iperattivo, ha suonato con tutti i maggiori musicisti jazz e si è esibito da solista in diverse formazioni, anche se soprattutto in trio e in solo. Al fianco di Chet Baker, Bill Evans, Jimmy Giuffre affinò la sua intensa vena lirica; con Ornette Coleman, Don Cherry, George Russell, approfondì la sua innata voglia di sperimentazione (fu anche il primo a dare concerti con il sintetizzatore nel ‘69, ma lo lasciò quasi subito); con Lester Young, Sonny Rollins (nell’album Sonny Meets Hawk! c’è un suo formidabile assolo, che Pat Metheny, uno dei giovani lanciati da lui, dichiarò essere “il migliore di tutta la storia del jazz”), Charles Mingus, ebbe un confronto diretto con i giganti; con Charlie Haden e Paul Motian formò un trio in cui illustrò il suo stile essenziale, introverso, ricchissimo e di una melodiosità immediata.
Attraverso le stagioni dell’hard bop, del cool, del modale e soprattutto del free jazz, arrivò a distillare uno stile estremamente libero e fluido, retto da una continua pulsione creativa e una sottile vena nostalgica. Il suo, e lo si ascolta anche in When Will The Blues Leave, era un discorso totale e diretto, eppure pieno di meandri e di stratificazioni, ricco di straordinarie derive armoniche e di continui cambi di umore. Intense ballate e astrazioni immobili, piccoli ritornelli dai ritmi inattesi e distensioni emozionali di inimitabile duttilità, lieve ironia appena sorridente e atemporalità dalla logica inafferrabile quanto ferrea.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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