Romina Falconi. Ironica. Fragile. Libera. (intervista)

La cantautrice romana pubblica il nuovo singolo, "Buona Vita Arrivederci", e ci racconta, raccontandosi, come nasce l'idea di "Centro d'Ascolto - Reparto Biondologia", un modo del tutto nuovo di concepire l'incontro con i fan.

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Romina Falconi, talentuosa e profonda cantautrice romana dalla grande originalità espressiva, capace di costruire brani potenti e intensi nei quali un tagliente sarcasmo diventa espressione delle lacerazioni interiori facendosi così voce sincera e terapeutica di un dolore rabbioso ma mai definitivo, troppo spesso lasciato inespresso in qualche angolo dell’anima per il terrore che la nostra fragilità diventi fronte scoperto per nuovi attacchi, ha pubblicato lo scorso 15 marzo il suo secondo album, Biondologia – L’arte di passeggiare con disinvoltura sul ciglio di un abisso, che arriva quattro anni dopo l’esordio, Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, datato novembre 2015 (compendio dei tre EP prodotti nel 2014: Certi sogni si fanno, Attraverso e Un filo d’odio, appunto), e a un anno dalla raccolta In certi sogni canto nuda (Elettroplugged), rilettura in chiave acustica di alcune delle tracce del primo cd restituite nella loro essenza sonora.

Il quarto singolo estratto da Biondologia è la ormai ben nota Magari muori, surreale partnership con Taffo, la società di onoranze funebri nota per il suo social marketing caratterizzato da un irresistibile black humor: il pezzo, il cui testo è, di fatto, un invito al carpe diem su un tappeto reggaeton, ha superato il milione visualizzazioni su YouTube, diventando un vero e proprio tormentone alternativo, a ulteriore riprova che l’ironia, combinata sapientemente con talento e intelligenza, riesce a conferire una punta di levità persino al più apparentemente inscalfibile tabù.

Abbiamo chiacchierato a lungo con Romina, che si è raccontata con lo stesso sfacciato, disarmante, disarmato candore intellettuale ed emotivo con il quale scrive di sé nelle sue canzoni. Ritratto di una artista camaleontica che porta in scena tutte le screziature, i punti di rottura, gli ispessimenti e gli spigoli luminosi di una donna di cristallo (come lei stessa si definisce), orgogliosamente autentica, e perciò tanto più orgogliosamente imperfetta, sempre in divenire. Insomma, c’è il trucco, sì, ma niente inganno, ché quel trucco non oltrepassa la pelle. E tutto il resto è cuore senza veli.

LA NOSTRA INTERVISTA

Com’è entrata la musica nella tua vita?
Bella domanda… avevo quattro anni, e i miei parenti ancora oggi mi prendono in giro ricordandomi che, quando mi facevano la classica domanda tipica delle cene di Natale “cosa vuoi fare da grande?”, io rispondevo “Freddie Mercury!”. Mi aveva incendiato! Iniziavo a cantare, ma in famiglia nessuno aveva velleità artistiche, anzi, erano dei campanacci! Io, invece, stavo ferma lì per ore ad ascoltare di tutto, anche il soul e il blues. Poi, si sa, la vita ti offre delle occasioni positive anche in momenti spiacevoli: i miei si sono separati e mia mamma ha iniziato a fare diversi lavori, fino a quando un amico di famiglia che ha un ristorante la assume come cameriera e io, a dodici anni, comincio a lavorare lì come cantante per battesimi, comunioni e matrimoni, non solo qui, ma anche a Napoli, al punto che ho imparato tutto il repertorio di Gigi D’Alessio, Nino D’Angelo, Maria Nazionale. Ricordo che mi chiedevo perché gli adulti si lamentassero del mondo del lavoro, che a me sembrava così bello!  Posso dire che mi son potuta permettere una scuola di canto a 17-18 anni, quindi abbastanza tardi, e allora ho capito che la teoria è importantissima, ma la pratica lo è altrettanto: il piano bar è stato una scuola enorme per me, al punto che la mia stessa insegnante mi ha detto “anche se solo per sopravvivenza, hai già capito come non sporcare la voce”. Sono i trucchi che s’imparano per necessità quando a disposizione non hai né palco, né un pubblico vero e proprio. Quando dico questa cosa nei miei concerti, tutti ridono, ma per me è vero: mi è capitato di fare Sanremo, X Factor, le tournée coi grandi artisti, ma con un palco enorme e le luci giuste è facile fare la signora. Io a fare la signora, come stare in scena, l’ho imparato alle sagre, dove non ti si fila nessuno, manco i cani! (ride, n.d.r.). La gavetta lì per lì — soprattutto in un lavoro come questo che, ammettiamolo, non è normale — ti pesa, ma poi quando un giorno ti arriva una piccola soddisfazione, che per te però è grandissima, te la sei sudata talmente tanto che sei grata anche dei chili di fango che ti sono piovuti addosso. Ad oggi mi sento molto fortunata proprio per questo, perché i momenti più difficili (anche economicamente) ho capito che questa cosa volevo farla sul serio. E spero davvero di poter continuare a comunicare così, come sento di riuscire a fare.

Dove hai scavato, invece, per trovare le parole delle tue prime canzoni?
In realtà, e questa cosa ce l’ho sempre avuta, sentivo che ognuno di noi ha un mondo dentro, molto spesso sommerso. Io mi sento molto rappresentata dai cantautori teatrali —”Bella stronza” di Masini, “Bella senz’anima” di Cocciante —, son cresciuta con gli ABBA, con i Queen, la mia cantante preferita nel mondo è Maria Nazionale, mi piaceva e mi piace tutta la comunicazione fatta ad hoc, che ti sta bene addosso come un vestito… e a forza di cantare i pezzi degli altri, un giorno mi sono detta “provo a scrivere a modo mio”. E come tutti i primi tentativi, erano robe che se le riguardo ora mi viene da ridere. Ma poi ho capito che l’unico pensiero che mi permette di lasciarmi andare è scrivere come se nessuno dovesse sentirla, quella canzone. Sai perché mi piacciono di più le prime opere di un cantautore?  Perché sono più sofferte, si sente il senso di frustrazione di chi al primo disco ci è arrivato quasi per miracolo. Però generalmente, nel pop, c’è questa abitudine di scrivere pensando già a come il pubblico recepirà quel disco. Secondo me, se facessi questo, se mi mettessi a pensare a come il pubblico potrebbe reagire a un mio pezzo, non riuscirei a scrivere nemmeno una parola. Io ho bisogno di maltrattarmi un po’, di ripetermi che quelle parole non usciranno dalla mia cucina. E allora tiri fuori il meglio e il peggio di te, lo lasci decantare come se fosse un vinello, e quando lo risento mi faccio molto consigliare dagli amici, perché sono veramente di cristallo nella vita, non sono mai sicura di me. Anche questo, col tempo, ho capito che forse è la mia benzina: fino a che mi sento da modificare, non a posto al 100%, cercherò sempre di migliorarmi. Mi sono resa conto che chi è sempre troppo sicuro di sé non evolverà mai, e questa frustrazione che nella mia vita ho combattuto tanto, forse è proprio ciò che mi spinge a osare, a crescere. Per quanto quella degli insicuri non sia una vita facile, sono le lezioni che non vogliamo né ricevere, né imparare, quelle che ci formano di più. Poi, la cosa bella del mio quartiere, che è Torpignattara, il Bronx di Roma, ci sono mille cose che non vanno, ma come in tutti i quartieri popolari nessuno viene lasciato da solo. Quando la condizione umana è più complicata, è difficile che si ghettizzi o si bullizzi qualcuno. E io questo sentimento volevo riportarlo anche nei miei pezzi: il mio scopo, soprattutto in “Biondologia”, era quello di non far sentire solo nessuno. La felicità isola, perciò io voglio essere la prima a tirare fuori la magagna, così chi mi ascolta può dire “allora non devo sentirmi uno stronzo per aver provato rabbia, risentimento, o perché c’ho avuto l’ex farabutto”. Volevo portare un po’ del mio quartiere là fuori, un quartiere del quale mi sono sempre lamentata, ma di cui ho sentito la mancanza quando me ne sono allontanata. La mancanza di quell’umanità e delle piccole luci che ti regala.

A proposito dei modelli ai quali guardavi con fascinazione all’inizio del tuo percorso, quali sono quelli ai quali hai rubato qualcosa, fosse anche un certo modo di stare sul palco?
Quando ho scritto “Biondologia”, volevo incappare in qualcosa che fosse completamente diverso da me e dal lavoro che faccio, perché ispirarsi ai grandi nomi del tuo stesso ramo è semplice, ma un po’ rischiosetto! (ride, n.d.r.) Il mio modello di riferimento per tutto l’album è Massimo Troisi. L’ho scelto apposta perché in lui rivedo un’umanità e una voglia di tirare fuori anche il peggio di sé, ma con ironia, che ho amato tanto. Lui rendeva umano anche ciò che, soprattutto ai tempi suoi, non si poteva dire: cose scorrette, ma mostrando lui per primo i suoi difetti. Conosco a memoria i suoi film. Massimo aveva capito che, a livello umano, l’unico modo per far sentire qualcuno a casa anche nelle brutture dei propri difetti era imparare a riderci su dicendo però la spietata verità. Lo stesso vale per il grottesco di Lina Wertmüller: tutti i miti ai quali mi ispiro quando scrivo le canzoni sono lontani anni luce da cantanti e cantautori, sennò rischierei davvero di fare la copia della copia della copia. Invece se prendo come riferimento, che so, “Travolti da un insolito destino” con la Wertmüller che fa dire a Giannini “bottana industriale che mi lasci solo”, io cerco di prendere quell’animo lì, il coraggio che la regista ha dimostrato, e di metterlo in una canzone, di farlo mio. Troppo spesso ultimamente si cerca di seguire a tutti i costi le mode, nello scrivere le canzoni… ma poi capita che un pezzo troppo legato alla moda del momento, troppo paraculo, quando lo riascolti dopo un anno ti sembra una schifezza. Prendiamo invece un altro esempio: io mi ricordo che”Sei bellissima”: quando uscì, praticamente non ha venduto niente… e adesso la si ascolta dappertutto. Io credo nell’immortalità delle opere: siamo nell’epoca di Facebook e YouTube, ma quando vedo Lello Arena con Troisi, ancora rido come se fosse la prima volta, perché loro non hanno seguito la moda, anzi, sono andati talmente tanto controcorrente che hanno rischiato di schiantarsi. Allora quando scrivo mi chiedo sempre: cosa farebbe Troisi, cosa farebbe la Wertmüller? Due mondi completamente lontani dal mio, che impediscono qualsiasi emulazione, ma che possono ispirarmi.

Mi sembri una persona che, chiaramente, mal digerisce costrizioni e imposizioni: come hai vissuto l’avventura di X Factor, dove tutto è attentamente studiato?
Guarda, quella è una spina nel fianco: purtroppo la storia non si fa con i “se”, e sarebbe anche uno spreco di energie, però io ho imparato che, se hai le idee molto chiare, non conviene partecipare a un talent. A prescindere da giudici e tipo di talent, si tratta sempre di un programma televisivo gestito da autori televisivi. Ci sono dodici concorrenti? I pezzi gigioni non possono darli a tutti e dodici. Allora ci sarà il tipo rock, il tipo strano, quello che piace alle ragazze… se sai già in che direzione vuoi andare, ti senti un pesce fuor d’acqua. Se invece hai solo velleità artistiche, ti piace cantare ma non sai ancora cosa ti stai bene addosso, allora ben venga. Non voglio assolutamente demonizzarlo: dico solo che se hai le idee chiare, rischi di rimetterci, perché non si può costruire una carriera solida in un mese o due. Non a caso, quelli che dopo dieci anni ancora hanno successo, tipo Mengoni, sono pochissimi. E non è nemmeno scontato che se vinci diventi famoso: prendi Michele Bravi, che io stimo tantissimo, e che pur avendo vinto, ha fatto tantissima fatica nel trovare la sua identità. Credo mandino un messaggio che non è giustissimo, facendo credere che in due settimane un brutto anatroccolo possa diventare un cigno. Non è così: la carriera di un cantautore è fatta di semine incredibili e di raccolte che non sai mai quando avverranno. Le rinunce sono tantissime. Lo scopo vero non dev’essere mai diventare famosi, ma solo vivere dignitosamente facendo il mestiere che ami. Invece si sta sdoganando questa cosa che la fama è più importante delle lezioni che ricevi… ma il viaggio più bello che puoi fare è proprio la semina, il coltivare, l’aspettare, il dire di no o di sì. La frustrazione che tutti oggi vogliono evitare come la peste è l’unica cosa che ti tiene vivo: il giorno in cui sei convinto di aver fatto il botto e poi non lo fai, ti arriva una tranvata pesantissima.

Arriviamo alla tua musica. Mi colpisce molto il modo nel quale racconti te stessa: di solito si canta della donna che ama, della donna che chiede di essere amata e della donna che rivendica il diritto di scegliere se amare. La donna che mette in guardia gli uomini dai rischi di amarla è decisamente inconsueta…
Sì, a un certo punto ho detto “io non sono fatta per l’amore”, non nel senso più universale, ma proprio relativamente al concetto di relazione. A volte sono un disastro, e ammettere questa cosa lì per lì è molto dura, ma poi accetti che si tratta della tua natura. Tuttora devo imparare ancora molto e per predisposizione tendo molto ad attribuirmi la responsabilità della fine di una storia. Guardarsi dentro in questo senso comporta molta fatica e molto dolore, ma non essendomi mai sentita sicura di me, il terreno è fertilissimo: chi non si ama, non è che faccia fatica ad ammettere che ama in una maniera sbagliata. Quando hai visto il peggio di te e i tuoi mostri interiori ancora ti danno fastidio, non c’è nulla là fuori che possa spaventarti di più, non c’è giudice peggiore di te stesso. 

Per quanto riguarda il linguaggio dei tuoi testi, fin dall’inizio hai scelto di essere anche aspra, di non indorare la pillola, di arrivare dritta al cuore delle emozioni che provavi, positive o negative.
Esatto: brutale dall’inizio alla fine, perché la vita è brutale. Le lezioni le impari così. Torniamo alla fine di una storia d’amore, che è un ingranaggio familiare a tutti: quando succede, c’è chi dice “ho imparato” qualcosa… sì, vabbè, ma ci ho rimesso tutto. Ed è meglio dirlo subito. La verità è che se ami, non puoi non rischiare, e sentire il triplo ogni sensazione. Penso a Jane Eyre: lei aveva il dilemma tra l’essere dignitosa e l’essere felice. Ecco, io preferisco essere felice: la dignità nelle mie canzoni non mi avrà mai. Preferisco sembrare una poveraccia, ma che ti faccia vedere il peggio di sé senza nascondersi, tutte quelle microfratture che ti aiutano, col tempo, ad aggiustare il tiro, a capire chi sei e di cosa hai bisogno. Se ci fai caso, quelli che sbottano vomitandoti in faccia tutto ciò che hanno in testa sono anche i primi che, dopo un po’, riescono a perdonare. Trattenere dentro certe cose con lo scopo di non fare brutta figura, di non sembrare deboli, ti fa crescere dentro un mostro enorme.

Biondologia arriva a quattro anni di distanza dal tuo primo album: in fase di scrittura, com’è cambiato il tuo sguardo?
Lo sguardo è cambiato tantissimo. Il primo album era quasi un regalo che mi volevo fare dopo tanta gavetta, perché nonostante avessi fatto molte esperienze, non era ancora uscito niente che mi rappresentasse discograficamente. Avevo fatto Sanremo quasi dieci anni prima, mi ero dovuta sudare tutto anche per casini contrattuali, quindi tutto si è spostato più avanti, e quel disco era una sorta di regalo di Natale, ma camminavo sulle uova: il linguaggio era ovviamente crudo, e siccome volevo fare pop, tutti gli addetti ai lavori mi dicevano “ma che, sei matta?”. Un po’ perché insicura, un po’ perché tendo ad ascoltare gli altri, ho dato quindi tutta me stessa, ma cercavo ancora di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, pur rifiutando sempre il buonismo, che odio. Quando poi mi sono arrivate, attraverso i social, lettere davvero strappalacrime su storie simili alle mie, ho iniziato a pensare che non boicottare quel tipo di cattiveria dovesse essere la mia firma, qualcosa su cui spingere. Quindi quei quattro anni sono serviti sia per mettere insieme i soldi per fare il disco come lo dicevo io — se ci fai caso, il primo è più povero anche in termini di mixaggio —, e poi per scrivere questo disco come se fosse stato l’ultimo. Ho scritto qualcosa come 48-49 canzoni, ho costretto i miei amici che si occupano di comunicazione ad ascoltarli tutti, e ho chiesto il loro aiuto nello scegliere i temi che potessero interessare di più. Proprio perché non avevo niente da perdere, volevo sembrare una che va dall’analista e che tira fuori il peggio di sé per guarire, non per fare bella figura. Parlare di getto, come se quel dolore mi fosse appena caduto addosso, senza imporre una morale o una lezione. Come dicevamo all’inizio, scrivere come se nessuno dovesse ascoltarmi.

Notavo che il primo album si apre con Mantide e si chiude con Un filo d’odio, entrambi sulla falsariga del “non amatemi, non vi conviene”, mentre Biondologia si apre con Poesia Nera, stesso tema, ma si chiude con Buona Vita Arrivederci, che invece esprime il desiderio di riappropriarti del tuo diritto a essere fragile e a essere amata per ciò che sei: è così?
Hai capito perfettamente che c’è stata un’evoluzione, ma anche una presa di coscienza del fatto che son fatta così. Voglio migliorare, sicuramente, farò fatica a togliermi di dosso questa insicurezza, però a un certo arriva un momento nel quale ti dici “ma mica mi posso autoflagellare!”, e quindi rivendichi il diritto di fallire, di sbagliare, ma di farlo con tutta l’onestà del mondo, come capita a tutti. È bello lasciarsi sorprendere dalla vita, e lo è anche cominciare a ridere dei propri difetti, ché sennò non se ne esce più. E poi sono figlia di una mamma che ha proprio il black humor congenito, non ce la fa proprio a non ridere di quasi tutto, e ci ha insegnato a prenderci sempre in giro. L’ironia mi ha salvato un sacco di volte, ma non è facile far capire che non si ride per leggerezza, per superficialità, ma per sopravvivere.

Scrivi Amo tutto, specie il buio delle persone: cosa cerchi, in quella assenza di luce?
Ricordo mia nonna: a oggi, mi mancano soprattutto i suoi difetti. Tendiamo troppo a nasconderli perché viviamo in una società nella quale sei obbligato a fare bella figura, così siamo molto più preoccupati di quello che pensano di noi , che di quello che veramente vogliamo. Quando ho scritto “Magari muori”, mi sono ispirata a una inchiesta che avevano fatto, e che poi è diventata virale, sulle persone in punto di morte e su cosa rimpiangevano di non aver fatto: le due risposte più comuni erano dire ti amo a qualcuno e vivere una vita che fosse giusta per loro. Siamo talmente abituati a dare più peso alle parole degli altri che ai nostri desideri, che il buio che abbiamo dentro diventa ancora più buio, perché chiusa la porta di casa, rimaniamo con quelle paure che non possiamo permetterci di tirare fuori mai. Tutti che vogliono sembrare forti e perfetti, perché la debolezza è qualcosa di cui vergognarsi, e che, per questo, si sentono in dovere di dire la propria su tutto, dalla guerra, all’omofobia, ai diritti delle donne, spesso sparando cazzate enormi, pur di dimostrare che sono impegnati e attenti ai problemi del mondo. Io delle persone amo soprattutto i punti d’ombra, e amo il genere umano per i suoi difetti più oscenamente evidenti, dolore, ansie, paura, che poi sono quelli che ci uniscono. Una vita non è felice se non hai timori: un individuo può dichiararsi felice se è in armonia con quello che desidera, con il suo destino, e lotta per realizzare i suoi sogni, perché tutto ci può essere tolto, tranne ciò che sappiamo fare. E non serve fare i paraculi, perché un domani non ci si ricorderà di noi per ciò che abbiamo fatto, ma per come abbiamo fatto sentire gli altri.

La frase è solo brutta la giornata, mica l’esistenza, denota questa tua indole fondamentalmente ottimistica.
Sempre. Ho sempre pensato che la mia posizione di svantaggio, la povertà vissuta da piccola, mi avessero indurito un po’, ma a oggi benedico tutto, perché ho capito che la vita è sempre pronta a darti lezioni, e prima arrivano, meglio è. Nessuno può scampare a un tremolio, a una relazione difficile; prima o poi, tutti quanti ci mettiamo in gioco, e spesso sono davvero solo brutte giornate… dobbiamo solo imparare a volerci un po’ più bene. Essere insicuri non vuol dire volersi male, solo mettersi in discussione continuamente. Volersi male vuol dire vivere una vita credendo di stare perennemente nel giusto perché ti hanno insegnato così. Ho molto più rispetto di quelli che dubitano.

Venendo alla componente musicale del tuo album, hai parlato di Biondologia come una mappa psico-emozionale nella quale a ogni moto dell’animo è associata una sonorità. Lasci quindi che siano le sensazioni a suggerirti le note?
Ho tentato di fare questo. Volevo creare un concept album, che di per sé è già un po’ da pazzi, di questi tempi (ride, n.d.r.). Il punto di partenza era il non darsi regole nemmeno per i suoni, perché vedo che tutti tendiamo a soccombere al suono del momento. Mi piace lavorare coi contrasti, e volevo che ogni canzone avesse il suo mondo, non replicabile, diverso da quello di ogni altra proprio perché ogni emozione è diversa. In generale, parto sempre dalla melodia e su quella costruisco il testo, sul quale sono capace di stare due ore o anche mesi e mesi finché non viene fuori esattamente come l’avevo pensato. Poi, arriva un momento nel quale mi innamoro follemente di quel testo, e all’atto dell’arrangiamento effettivamente cerco di scegliere una sonorità che ne valorizzi l’essenza. Un po’ credo succeda anche perché ho la sindrome dell’impostore: anche se non ho fatto niente di male, ho la sensazione che sia tutto immeritato. E allora se dico una cosa pesante nel testo, preferisco alleggerire la musica, con una cura maniacale di ogni dettaglio che non ho affatto nella mia vita privata, proprio perché ho il terrore di essere travisata, sgamata. Per che cosa, non lo so, ma forse mi serve uno bravo! (ride, n.d.r.)

A proposito di modo peculiare di guardare alla tua professione, come è nato il sodalizio con Immanuel Casto?
Lui è stato il mio regalo della vita, ma non professionalmente, proprio umanamente. Abbiamo lo stesso manager, e mentre o conoscevo lui, lui non conosceva me. cercava una voce femminile per “Crash”, e fu proprio il nostro manager a segnalarmelo. Così, mi sono buttata. Tutto è nato nella maniera meno poetica del mondo, ma adesso è il mio migliore amico e non c’è giorno in cui non mi confronti con lui. Siamo completamente diversi, e l’unica cosa che abbiamo in comune è forse la voglia di non rinunciare a noi stessi pur facendo un lavoro che ti espone a molti rischi se compi una scelta del genere. Lui se ne frega di quel che succede storicamente nel momento nel quale crea, e si affida solo al suo istinto, raccontando un’istantanea, una cosa così com’è, senza voler insegnare la vita a nessuno, e non ha nemmeno paura di essere accusato di pensarla in maniera sbagliata. In questo siamo identici. Un regista — ed è per questo che li prendo tanto come riferimento — fa dire ai propri personaggi quello che vuole. Un cantautore, invece, non lo fa perché ha il terrore che i suoi fans possano pensare che abbia creato un personaggio. Come se fossi autentico solo quando parli davvero di te. Sì, ma io parlo di me anche quando descrivo la società in cui vivo. Non vogliamo essere schiavi della nostra biografia, solo raccontare le cose per quello che sono.

E invece, l’idea geniale di collaborare con Taffo?
Mi ha contattata Riccardo Pirrone, il social media manager di Taffo, che aveva ascoltato “Biondologia” ed era rimasto colpito dal mio modo di approcciare le cose, senza mezzi termini. Aveva capito che sono una che se ne frega del politicamente corretto e che se sente di fare una cosa, la fa. Quando mi ha proposto questa collaborazione, siccome adoravo la pagina, credevo fosse uno scherzo. Poi, proprio ricordando quell’inchiesta sulle persone in punto di morte, mi sono anche ricordata che mi ero ripromessa di scrivere una sorta di inno alla vita a modo mio, però poi avevo sempre temuto che fosse troppo autoreferenziale. E quale migliore occasione della proposta di Taffo per mettere in pratica quel progetto? Ho scritto il testo, è piaciuto, l’abbiamo registrata in pochissimo tempo ed eravamo convinti che sarebbe rimasta solo nel circuito social per un paio di settimane…. e invece è scoppiato l’inferno, ci ha condiviso Mentana, robe che nella vita non ti aspetteresti mai. Una gran bella esperienza. E mai come adesso, dopo “Magari muori”, posso permettermi di dire che il pubblico viene sottovalutato troppo spesso: la prima cosa che abbiamo pensato è che sarebbe bastato il titolo per farmi coprire d’insulti! Ma poi mi sono detta “io che c’ho da perdere, mica sono Bruce Springsteen!”. La canzone parla veramente di inseguire la vita nonostante tutte le sue imprudenze, di non lasciarsi sfuggire neanche un momento… e anche se gli insulti ci sono stati, ci sono stati anche tanti che hanno recepito, con intelligenza ed empatia. Ti giuro, ho più speranza da quando ho scritto “Magari muori”. 

Mi racconti come hai maturato l’idea di trasformare il confronto con le persone che ti seguono in una sorta di terapia di gruppo?
Allora, io ho sofferto tantissimo il non riuscire a sentirmi uguale agli altri, perché in tutti questi anni gli addetti ai lavori ascoltavano i miei pezzi e mi dicevano che non sarei mai arrivata da nessuna parte per il mio modo di essere e di esprimermi. Ancora oggi faccio fatica a convincere che le mie canzoni le scriva io, come se essere bionda e essere cantautrice fossero due condizioni incompatibili. Mi son ripetuta talmente tante volte di essere strana e ci ho creduto così tanto, che quando sono arrivati i primi messaggi con confessioni serie e bellissime, ho sentito il desiderio di ripagare chi mi ha scelto e non si è lasciato abbindolare da queste mode del cavolo, ascoltando le persone anziché essere ascoltata. In questi centri d’ascolto mi ritrovo a confessare cose mie anche molto gravi, ma ho la certezza che non mi tradiranno mai proprio perché so perfettamente che quando mostri al 100% quello che sei e che hai e ascolti davvero l’altro, non c’è motivo per cui debba essere cattivo con te. E se allora davvero sono strana, voglio esserlo fino in fondo anche nei vari aspetti del mio lavoro, dalla promozione, ai video, all’incontro coi fans. Mi sono studiata tutto come un vestito, da sola, cucendomi addosso una nuova forma di comunicazione: non riempirò Piazza Duomo, ai firmacopie non ci saranno duemila persone, e proprio per questo, perché me lo posso permettere, le persone che mi seguono voglio ascoltarle tutte. Ci si abbraccia, qualcuno porta i dolcetti, è una vera festa. Ed è bellissimo.

Sembri una persona che, in virtù dell’accettazione della sua fragilità e forte della sua libertà, quasi non teme nulla… ma, in verità, cos’è a questo mondo che ti spaventa?
Mi fa paura l’intolleranza che viene sfoggiata in un modo rude e terribilmente non empatico. Mi fa pura l’idea di mettere al mondo un figlio che viva gli stessi disagi che ho vissuto io, perché vorrebbe dire che questo mondo non siamo riusciti a cambiarlo nemmeno un po’. Mi fanno paura quelli che non litigano mai e che non si spaventano mai. Mi fa paura questo costringerci a mostrare solo il bello, che è una bomba a orologeria: Instagram ha preso piede perché è la società che sta andando in quella direzione, ma chi sta su Instagram vede i suoi idoli non cadere mai. E allora quando cade si sente stupido, inutile, perché nessuno era lì a dirgli che cadere è normale.

Ogni percorso di analisi viene seguito da una rinascita: dal punto di vista artistico, in che direzione stai volgendo il tuo sguardo? Da dove vorresti ripartire?
Sicuramente insisterò sulle magagne umane: non so descrivere la felicità, ma so descrivere bene un errore perché la felicità non ti insegna niente, mentre un dolore può salvarci, anche se lì per lì ti distrugge. E più mi accorgerò che questa mia “cattiveria” piace, più marcherò questo aspetto, ma non forzandomi, semplicemente essendo me stessa fino in fondo, perché se qualcuno apprezza, vuol dire che ti ha capita. Oltre a questo, mi piacerebbe puntare molto anche sulla condizione della donna: ogni canzone mi piacerebbe la raccontasse una donna diversa attraverso la mia voce. Voglio mostrare la versatilità dell’animo femminile, nel bene e nel male. Usare il pop femminile in una maniera che in Italia al momento non è tanto accettabile, ma che in  passato, tipo negli anni ’80, era piuttosto comune. Non avendo santi in Paradiso, voglio potermi sudare tutto, così in futuro potrò guardare a ciò che ho fatto con un certo orgoglio. Vorrei vedere una musica più colorata, e credo si possa raggiungere questo obiettivo: il pubblico è più pronto di quanto si possa pensare.

La dimensione del live cosa rappresenta per te? E cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo tour?
La dimensione live è quella nella quale sono nata: non ho iniziato in uno studio o in una stanza con una insegnante, ma proprio su un palco. E perciò lì mi sento davvero me stessa. A volte mi è capitato di piangere come una fontana, e chi era lì ad ascoltarmi concludeva le frasi per me, come se mi dicesse “stai tranquilla, ci siamo, ci piace anche più così”. Ci si sente davvero amati per ciò che si è. Per il tour, capirai, certi voli pindarici… un po’ me la sto facendo sotto, ma so già perfettamente cosa vorrei, e prima di ogni cosa vorrei parlare un po’ di più tra una canzone e l’altra. Ne ho sempre avuto paura, so di essere meno sicura nel parlare, ma voglio migliorare questo aspetto. E poi coi musicisti vogliamo ribaltare dei pezzi, e su Poesia nera” costruire una strofa solo per il live.

IL VIDEO DI BUONA VITA ARRIVEDERCI

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È stato pubblicato ieri su YouTube il video del nuovo singolo, Buona Vita Arrivederci, traccia di chiusura di Biondologia. Diretto da Luana Corino, nelle parole dell’artista: «Ho girato il video con le mie amiche: Sabrina Bambi e Sara Wonder. Cito Bambi: “Ecco le mie sorelle di schiaffi”. Mi sentivo piccola piccola e allora Flavia Cavalcanti mi ha fatto sentire una regina, con quei vestiti meravigliosi. E siccome la canzone me la sono sofferta dalla prima parola all’ultima, in mezzo a tutta quella poesia ci ho aggiunto un filo di Torpignattara (sorpresina nel video) citando una delle scene che più mi commuove al mondo». (da Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini con Anna Magnani, n.d.r.).

CENTRO D’ASCOLTO E ALTRI LIVE

Come vi abbiamo già anticipato, Romina Falconi si appresta a iniziare un originale viaggio che le permetterà di intessere con il suo pubblico uno scambio emozionale non mediato dalle note, un meeting occhi negli occhi tra anime scheggiate, eppure orgogliose: Centro d’Ascolto – Reparto Biondologia, una vera e propria seduta nel corso della quale l’artista si farà attenta ascoltatrice, ribaltando completamente la prospettiva e ripagando con la stessa moneta, un empatico affetto, chi con empatico affetto accoglie le sue sincere confidenze sonore.

Romina descrive così questo nuova, decisamente desueta avventura: «Lo spazio in cui vi incontro, vi ascolto e vi abbraccio. I nostri cuori sono rotti ma per qualche straordinario motivo sono sempre più coraggiosi e non si tirano indietro. Mai. Parleremo delle rinascite, parleremo dei nostri casini. Io vi prendo uno per uno e voglio restituirvi l’amore che mi avete dato. Stavolta sono io che ascolto voi, non il contrario. Ogni dolore è sacro, non ne esistono di serie B; esiste solo la voglia che abbiamo di guardare avanti e non mollare, esiste la voglia di rialzarsi e riuscire a ridere di (quasi) tutto. E noi rideremo, lo facciamo sempre».

Queste le prime date annunciate:

– Sabato 19/10 MILANO, Galleria Santa Radegonda
– Domenica 20/10 FIRENZE, Florence Duck Store
– Sabato 26/10 BOLOGNA, Semm Store
– Lunedì 28/10 TORINO, Esotericamente

La Falconi sarà anche protagonista di appuntamenti live più prettamente musicali, che qui di seguito vi elenchiamo:

– Sabato 26/10 BOLOGNA, IndiePride c/o TPO (Concerto di chiusura)
– Giovedì 31/10 LUCCA, Lucca Comics &Games c/o MainStage (showcase con Immanuel Casto)
– Sabato 09/11 PERUGIA, Macchianera Awards con Taffo (Funeral Service) – Unica artista che si esibirà live

Romina, infine, non ha potuto nascondere la sua forte emozione nel poter comunicare ufficialmente i primi due appuntamenti del BIONDOLOGIA TOUR 2020, i cui biglietti sono già acquistabili online:
– Lunedì 2/3/2020: ROMA, Auditorum Parco della Musica, Sala Petrassi (ore 21)
– Lunedì 15/3: MILANO, Auditorium (ore 21)

Per interagire direttamente con la cantautrice, vi rimandiamo ai suoi profili Twitter e Facebook.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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