Lucio Dalla raccontato da Alessandro Colombini: “Caro amico ti stimo” (intervista esclusiva)

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Un divanetto rosso e attorno a noi il consueto caos di un post-conferenza stampa tra tartine e rapidi saluti. Veniamo alle presentazioni: Alessandro Colombini ha oggi ottantatré anni portati con spavalderia e nella vita, musicalmente parlando, ha fatto veramente di tutto. Già c’era ai tempi del Clan di Celentano, idem agli albori della Numero Uno (etichetta fondata da Mariano Rapetti, Mogol e lo stesso Colombini) e poi, giusto per non farsi mancare nulla, ha vinto il Sanremo ’69 con Zingara (cantata dalla coppia Solo/Zanicchi) e messo la sua firma su 45 giri storici come 29 Settembre della Equipe 84, Balla Linda dello stesso Battisti e Senza Luce dei Dik Dik. Basterebbe questo, nel nostro Paese, per ambire alla statua equestre, ma in realtà ad inizio anni ’70 uno come Colombini doveva ancora cominciare. Produttore dei dischi più significativi del Banco Del Mutuo Soccorso e di Edoardo Bennato (basterebbe citare l’eversione blues-politica di Io che non sono l’imperatore, ma si farebbe torto a tutti gli altri album del menestrello napoletano), Sandro conosce il successo di massa sdoganando uno “difficile” come Lucio Dalla che proprio allora usciva dalla controversa “fase-Roversi” salvo poi passere all’incasso grazie a tutte le hit che avrebbe avuto in serbo uno come Antonello Venditti nei dorati anni ’80 e primi ’90. Dal 2011 non produce praticamente più nulla (ma lui sostiene anche da prima…) e oggi rappresenta un po’ la coscienza critica di un buon 50% di musica italiana fatta bene, anzi benissimo.

Con noi di Spettakolo, ad esempio, ha parlato del disco di Lucio Dalla del 1979 che conteneva una cosetta mica da ridere come L’anno che verrà. E quello è stato solo lo spunto. Il resto, in questo caso, “verrà” da sé.

Colombini, ai tempi delle registrazioni di Lucio Dalla del 1979 vi rendeste conto in diretta che avevate tra le mani un futuro capolavoro della musica italiana?
No, io preferivo concentrarmi sul mio ruolo lasciando che le altre cose avvenissero di conseguenza. E il mio ruolo era quello di dare precisione al progetto su cui stavo lavorando. La precisione, già. Francesco De Gregori era un mio “fan”, sentiva con attenzione le produzioni che avevo realizzato per Edoardo Bennato, ma fu solo dopo “Ma come fanno i marinai” (la studio version che appare in questa Legacy Edition. NDR) che capì una volta per tutte a cosa serviva uno come me dietro il banco del mixer.

In parole povere, come riassumerebbe la figura del produttore artistico?
Come colui che arriva prima al nocciolo della questione. Che vede il successo, o meno, di un disco prima di tutti gli altri. Il produttore, in definitiva, non si perde nei voli pindarici. Quello è affare degli artisti.

Insomma, un po’ come i moderni allenatori di calcio, no? Non fini strateghi della tattica, ma mental coach in grado di ottimizzare al massimo gli sforzi altrui?
Esattamente così. De Gregori voleva fare e decidere tutto lui. Poi, se l’album vendeva o meno, questo non era così importante per il Principe. Vede, certe cose all’artista non vengono proprio in mente… (sorride) Lucio Dalla era un altro di quella pasta. A metà degli anni ’70 giocava col clarinetto: se lo ricorda quel siparietto in cui si divertiva a smontare il suo strumento mentre, contemporaneamente, lo suonava e faceva canto scat? Eccezionale. Il pubblico si divertiva e batteva le mani, certo. C’era però un grosso problema alla base: quello stesso pubblico, poi, mica andava a comprargli il disco…

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Cosa prova quando percepisce che dischi del genere, i Come è profondo il mare o i Lucio Dalla della situazione, non verranno mai più replicati? Che quell’epoca, ormai, è definitivamente tramontata in un contesto industriale che oggi campa solo di streaming, talent show, trapper e concerti…
Non mi fa nessuna impressione. Io mi sono ritirato nel 2014, ma avevo già capito l’andazzo da un bel po’. Quando ho notato che le case discografiche non avevano più quei mezzi per nobilitare un disco, ho semplicemente alzato le mani e me sono andato. E quando parlo di “mezzi”, capiamoci bene, non è che stia parlando dello stipendio di Cristiano Ronaldo! Io ci mettevo due mesi a fare i dischi con Lucio Dalla. Era con altri, magari, che arrivavo a metterci due anni…

Altri… chi?
Conosce la carriera di Antonello Venditti? Ecco, butti via gli ultimi tre dischi in studio. Da “Ultima” (2011) a scalare. Ecco, levi esattamente quelli lì.

Ma c’è ancora la sua firma sopra quegli album…
Lo so, con Venditti ho realizzato ventuno dischi ma degli ultimi tre non mi sento responsabile. Li ho firmati, ok, ma sono progetti totalmente di Antonello. Poi, come le ho detto, nel 2014 me ne sono andato da questo business. Ora vivo in Thailandia e la cosa non mi riguarda più.

Hai mai litigato con Dalla durante la realizzazione di quei tre capisaldi chiamati Come è profondo il mare (1977), Lucio Dalla (1979) e Dalla (1980)?
Mai. So che è uscita questa voce, ma non so chi l’abbia tirata fuori. E comunque io non lavoravo per Dalla: lavoravo per me stesso e, di conseguenza, per la RCA. E alla RCA penso di aver fatto bene il mio mestiere: Ron, per farle un esempio, l’ho messo io in “Banana Republic” e l’ho portato da zero a centoventimila copie. E Rosalino, a fine anni ’70, era un artista già più difficile da capire, nel profondo, rispetto a Dalla.

La ristampa di Lucio Dalla esce con dei contributi autografi – nel booklet del CD – di Dente, Di Martino e Colapesce. Li conosce?
No, mai sentiti questi qua. Chi sono?

Dei cantautori indie che piacciono ai trentenni odierni. Diciamo a quelli più sensibili e spaesati.
Non so che dirle. Dalla aveva dei guizzi musicali e dei testi straordinari mentre oggi la televisione è il veleno. Prenda X Factor: ma come puoi fare l’artista, durare, se per un anno e mezzo ti eserciti a cantare “Think” di Aretha Franklin? Fattore X? Mah, per me stiamo solo allevando i futuri coristi di Sanremo…

Severissimo, ma giusto.
Lo scriva pure: scommetto cento euro che nessuno di questi qua diventerà un cantautore tipo Dalla. Attenzione, parlo di cantautori veri, gente che al giorno d’oggi saprebbe scrivere un pezzo come “La Signora” (terza traccia di Lucio Dalla. NDR) o “L’anno che verrà”. Troppo semplice leggere di uno stupro sui media e poi farci una canzone di denuncia. Il vero cantautore anticipa qualsiasi titolo o scoop giornalistico con la sua sensibilità visionaria. Con il suo sesto senso.

Ricorda come venne fuori a Lucio Dalla quel verso leggendario “E poi Milan e Benfica/Milano che fatica”?
Fu una rima fantastica, sì. La scrisse nel ’78 o nel ’79 e ne erano già passati di anni dalla storica partita di Wembley (Milan-Benfica del 22 maggio 1963 e prima Coppa dei Campioni vinta da Gianni Rivera e compagni. NDR) ma quel Benfica di Eusebio era rimasto nell’immaginario collettivo…

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Le piace il calcio?
Tifo Milan, ma in vita mia avrò visto tre partite a San Siro. Dalla no: lui era più per il basket e impazziva, ovviamente, per la Virtus Bologna. Come io andavo pazzo per il Milan di Sacchi quando vinceva tutto e massacrava il Real Madrid.

Posso farle una domanda su Dalla del 1980, disco di cui ricorrerà il quarantennale nel 2020? Mi porto avanti coi tempi…
Prego.

Da anni si dice che i New Order, una storica band inglese, plagiarono il riff di Balla balla ballerino per la loro Regret pubblicata invece nel 1993. Lei ne ha mai sentito parlare?
Sono cose che capitano. Una volta Venditti fu criticato per aver plagiato un brano di Bruce Springsteen (Colombini non cita quale: in Rete, naturalmente, le opinioni divergono. NDR). Grande scandalo, stampa in subbuglio. Solo che se uno va a sentire proprio quel disco del Boss, beh, contiene un altro pezzo che, a livello di giro armonico, ricorda una melodia di Antonello!  La musica è fatta anche di questo.

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Colombini, mi ha detto che si è ritirato, ok, ma non le viene mai voglia di produrre ancora qualcuno?
No, io non produco più. O, per meglio dire, non posso più produrre. Non c’è davvero modo. Le case discografiche, ormai, guadagnano solo col catalogo dei vecchi artisti. Ovvero i lavori che facemmo noi trenta o quarant’anni fa.

Non le piacerebbe lavorare con uno bravo come Cesare Cremonini?
Cremonini è valido, ma il problema è che questi nuovi discografici odierni non hanno le mie basi. Dagli anni ’70 ad oggi è cambiato tutto. Tutto. Io stavo nel PCI e ammetto che facevo poesia con i vari Bennato e Dalla. Nei primi anni ’80 andai a pranzo tre volte con Enrico Berlinguer. Lui era curioso, ci teneva a capire alcune cose del mio lavoro, ma l’aria era già decisamente cambiata. Si sentiva già aria di PD…

Chi le manca oggi?
Mi manca uno come Ennio Melis, il papà della RCA. Lui era un discografico serissimo e avanti: obbligò letteralmente Lucio Dalla a fare un album con me (Come è profondo il mare
del 1977. NDR). Altrimenti lo avrebbe tenuto fermo. Una volta Ennio mi chiamò disperato: “Alessandro, ho messo Dalla sotto contratto, ma io il disco nuovo non glielo faccio fare fino a che non ci sarai tu in cabina di regia”. Come potevo non accettare? Ecco, a me servirebbe gente così, ma non esiste più.

Ultima domanda: il miglior disco che Colombini ha mai prodotto?
Cavolo, che domanda!
(l’espressione era decisamente più colorita. NDR) Io ne ho fatto più di trecento. Mi creda, non posso davvero risponderle.

In realtà è una risposta anche il non rispondere.
Certamente. (sorride)

Lucio Dalla, la Legacy Edition del capolavoro pubblicato originariamente nel 1979, esce oggi arricchito da tre inediti (Angeli, la demo version in inglese di Stella di mare e la studio version di Ma come fanno i marinai con Francesco De Gregori) in CD e in LP rimasterizzati entrambi allo stato dell’arte. Per chi non lo sapesse (ma ne dubitiamo fortemente…) Lucio Dalla è l’album di pietre miliari della nostra musica come L’ultima luna, Milano, Anna e Marco, Cosa sarà, L’anno che verrà ecc. Un’opera profetica.

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