Scary Stories to Tell in the Dark

Un altro modo di dire che i libri si scrivono da soli. E uccidono

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Scary Stories to Tell in the Dark
di André Øvredal
con Zoe Margaret Colletti, Michael Garza, Gabriel Rush, Austin Abrams, Dean Norris.
Voto: insomma

Andiamo a giocare nella casa maledetta dove veniva segregata dalla sua famiglia la ragazza strana che raccontava favole orrende ai bambini che poi sparivano. E le scriveva anche. Qualcuno trova il libro su cui le scriveva, il libro si scrive da sé e racconta cosa succederà al malcapitato preso di mira. E gli succederà, colpevole o innocente che sia. È la notte di Halloween, è il 1968, un bulletto manesco si accorge che lo spaventapasseri del campo di grano ce l’ha con lui, poi bisogna salvarsi dalla ragazza strana che imperversa e inizia un massacro nel solito paesino dove dopo un po’ ci sono più morti o fantasmi che vivi. Gli ingredienti sono i soliti dello spavento, dalla sorpresa telefonata all’inseguimento in zone buie e claustrofobiche. E sono anche ben gestiti, ma stavolta c’è chi li trova degni di un’attenzione in più, perché alla produzione c’è Guillermo Del Toro, specialista a mescolare horror e politica (Il labirinto del fauno, La forma dell’acqua), perché la storia è ambientata nel 1968 e perché fa capolino il Vietnam e Nixon. Francamente il rischio in un film così è che si trovino più attraenti il Vietnam e NIxon. Poi la soluzione alle furie dei fantasmi è sempre la riparazione di un’ingiustizia. Sembra che gli horror nascano perché nella vita normale l’ingiustizia è la normalità, e allora si cerca di riparare almeno a quelle subite da reietti, maledetti, mostri e maltrattati vari per tenerli buoni dopo morti. L’horror è una giustizia postuma politicamente corretta? Il film è la consueta sequenza di adolescenti che ci provano e poi si pentono e di adulti che si pentono troppo tardi.

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