Saturnino: i primi 50 anni di una “testa di basso”

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Il 25 ottobre 1969 nasceva Saturnino, quindi oggi compie 50 anni. Frequentandolo da quasi da un quarto di secolo, mi pregio di essere suo amico. Ed ho imparato a conoscerlo davvero bene avendo scritto a quattro mani con lui la sua autobiografia, Testa di basso, edita da Salani (peraltro recentemente ristampata in economica da TEA) . È proprio da quella biografia che vado a pescare a piene mani, pubblicando qui di seguito tre brevi capitoli: nel primo racconta perché si chiama Saturnino. Gli altri due sono dedicati ai suoi amatissimi bassi.
Auguri, ragazzo!

Saturnino
Foto di Michele Lugaresi

Mi chiamo Saturnino

Saturnino era il nome del fratello maggiore di mio padre, scomparso quando non aveva ancora trent’anni a causa di una malattia polmonare. È stato un bello shock per la famiglia, soprattutto per mio padre, che lo considerava un modello da seguire. Una volta, rovistando in camera dei miei alla ricerca di soldi per acquistare fumetti porno (di questo parleremo meglio più avanti), trovai delle lettere scritte da mio padre a suo fratello dopo la sua morte. Ne rimasi profondamente colpito. Ognuna di quelle lettere equivaleva a una seduta di psicanalisi, erano una forma di elaborazione del lutto. Stando ai racconti dei miei, zio Saturnino era un uomo davvero in gamba, amava dedicare molto tempo alla lettura e allo studio.

La mia nascita è stata salutata con grande gioia dai miei genitori. Io sono venuto al mondo sei anni dopo mia sorella. Nel frattempo mia madre aveva avuto due aborti spontanei, quindi i miei si erano rassegnati all’idea che non avrebbero avuto un secondo figlio. Quindi mio padre ha accolto la mia nascita come un segnale, per questo ha voluto chiamarmi Saturnino, come suo fratello.

Mia madre invece era contraria, perché associava quel nome a un periodo buio per la famiglia del marito. In realtà è stato un nome che mi ha portato tanta fortuna. Questo anche se da piccolo ho dovuto subire qualche sberleffo da parte degli altri bambini, a causa di un vecchio film intitolato Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola. Proprio in quel periodo realizzarono una serie televisiva mandata in onda da Raidue, il cui ruolo da protagonista era stato affidato a Mariano Rigillo. In ogni caso a me questo nome non ha mai creato nessun problema, anche perché i miei genitori mi chiamavano Nino.

Semmai un piccolo problema di carattere burocratico l’avrei avuto molto tempo dopo, quando decisi di iscrivermi alla SIAE. Avevo chiesto di usare soltanto il nome di battesimo. Con Lorenzo avrebbe funzionato alla grande: Jovanotti e Saturnino. Ma mi dissero che quel nome era già stato preso.

«Da chi?», domandai.

Il funzionario mi rispose: «Da Saturnino Manfredi».

Fu così che scoprii che il vero nome di Nino Manfredi era Saturnino. Questa scoperta in futuro me la sono giocata sempre: ho lo stesso nome di battesimo di uno dei più grandi attori italiani di tutti i tempi. Una figata!

Questa rivelazione mi indusse a fare una ricerca sul mio nome. Ho scoperto che ha origini spagnole, infatti ci sono diversi giocatori Centro e Sudamericani che si chiamano così: il paraguaiano Arrúa, il salvadoregno Osorio, il messicano Martínez, il brasiliano Ribeiro Neto. Poi ho scoperto che in una tragedia di William Shakespeare, Tito Andronico, uno dei personaggi più importanti, un generale, si chiama Saturnino. Una quindicina d’anni fa ne hanno ricavato un film, Titus, interpretato da Anthony Hopkins, con la parte del generale affidata ad Alan Cumming. Ogni volta che lo chiamavano Saturnino, lui si girava e io godevo da morire! Per un po’ ho accarezzato l’idea di fare un gioco usando alcune scene di quel film, magari facendogli dire alcune cose riferite alla mia persona. Sarebbe stato divertente!

E pazienza se alla SIAE alla fine mi sono dovuto iscrivere come Saturnino Celani: forse è per questo che molti non sanno che sono co-autore di tantissimi brani incisi da Lorenzo, perché sono stati depositati come S. Celani. A parte i fan più attenti, nessuno conosce il mio cognome.

Saturnino
Foto di Riccardo Medana

I miei amatissimi bassi

Io non sono mai stato un collezionista dello strumento vintage. Per me lo strumento deve essere perfettamente a punto, e se c’è qualcosa che ne possa migliorare la condizione, lo inserisco subito. Infatti sono un frequentatore assiduo delle fiere, da Los Angeles a Francoforte. Mi piace stare al passo, scoprire le novità, anche se ormai purtroppo sono sempre meno.

Per il tour negli stadi mi sono fatto fare due bassi nuovi. Uno lo ha realizzato la Eko su disegno di Franko B, un artista molto creativo. Era stato lui ad ideare la chitarra a forma di cuore che Lorenzo aveva usato nel video de Il più grande spettacolo dopo il Big Bang. Io gli ho chiesto un basso uguale, cosa semplice a dirsi, molto meno a farsi; perché avendo dimensioni maggiori, il basso è più complesso della chitarra. Quindi Franko B ha dovuto ridisegnarlo completamente, ma alla fine ha fatto un lavoro eccezionale.

Nei concerti, Riccardo Onori ed io uscivamo durante Il più grande spettacolo dopo il Big Bang imbracciando questi due oggetti d’arte, però performanti perfettamente, e ogni volta era una libidine.

L’altro basso che ho usato nel tour, invece, è il Paraffina Bass, disegnato da Lorenzo Palmeri e prodotto da Noah, il famoso laboratorio d’eccellenza dove portai Lou Reed.

Non essendo un collezionista, non tengo tutti i vecchi strumenti. Di alcuni me ne sono liberato, anche perché ce n’erano di doppi o addirittura tripli. Recentemente però mi sono dato da fare per recuperare il mio primo basso. Era costato 120.000 lire, soldi che mi diede mia madre di nascosto. Mio padre non voleva che iniziassi a suonare il basso perché temeva che mi potesse rovinare la mano per il violino. Così per un certo periodo sono andato avanti di nascosto: ufficialmente suonavo il violino, ma appena potevo mi esercitavo col basso. Quel basso non aveva niente di speciale e dopo qualche anno lo avevo regalato a un amico che suonava a Milano. Ma col passare del tempo aveva acquisito un certo valore per il semplice fatto che era stato di mia proprietà. Era stato brutalizzato, passando di mano in mano, fino ad essere esposto in vari locali con un cartellino: «Primo basso di Saturnino».

Così ho deciso di recuperarlo. Un giorno ho letto l’annuncio di un tale che lo vendeva a 300 euro su Mercatino musicale. L’ho chiamato, e mi sono pure incazzato, perché io lo avevo regalato e non mi piaceva l’idea che qualcuno ci avesse potuto speculare.

Adesso l’ho fatto rimettere a posto e mi piacerebbe farlo esporre al museo della Eko a Recanati.

Per quanto riguarda il set, possiedo una pedaliera multi effetto che mi invidiano persino i chitarristi: contiene parecchi effetti, molti più di quelli che in realtà utilizzo. L’idea di avere più del necessario mi fa stare bene, mi fa sentire più sicuro: so di poter affrontare qualsiasi emergenza. Diciamo che sono un po’ come le donne quando viaggiano: portano con sé un’esagerazione di trucchi e vestiti, anche se sanno che li useranno solo in parte.

Del resto, in particolare in sala d’incisione, si è sviluppata quella che è diventata una sorta di tradizione: ogni volta che ho comprato un nuovo pedale, l’abbiamo usato. In Soleluna, per esempio, ho utilizzato il whammy, che è un effetto molto amato dai chitarristi. Ne Il mio nome è mai più c’è il microsynthetiser. In entrambi i casi mi erano appena arrivati ed erano ancora imballati. Lorenzo quando vede qualcosa di nuovo si fa prendere dall’entusiasmo e vuole provarlo subito: si esalta come un bambino. E io non sono da meno!

La ditta che mi fornisce il set è di New York. Sono due soci, Dave Avenius e Dave Boonshoft; insieme hanno creato il marchio Aguilar. Costruiscono amplificatori per il basso molto grossi, e secondo me la loro è la filosofia giusta per amplificare questo strumento. Infatti ora rappresentano un’ottima alternativa agli Ampeg, gli amplificatori «storici» per il basso.

Nei tre mesi che ho passato a New York con Lorenzo per suonare al Nublu e al Joe’s Pub andavo a trovarli spesso. Ho già detto che non mi accontentavo di usare la strumentazione messa a disposizione dai club. Era buona, certo, ma io volevo qualcosa di più. Dalla Aguilar mi ero fatto dare una testata che muovevo da un locale all’altro e due casse: ne avevo lasciata una al Nublu e l’altra al Joe’s Pub. Questo fatto sorprese molto i proprietari dei club; infatti la cosa era parecchio dispendiosa, non tanto economicamente, quanto per le energie profuse. In pratica facevo il roadie di me stesso, spostando con un taxi la testata da un posto all’altro.

Questo fatto mi esaltava parecchio, soprattutto perché riuscivo a produrre esattamente il suono che avevo in testa. Una sera la ragazza che faceva la door’s direction al Noblu mi disse: «Guarda che i vicini hanno protestato perché si sentiva troppo il basso». Beh, quanto ti dicono una cosa del genere vuol dire che hai centrato l’obiettivo: tutta la clientela del club ballava felice perché sentiva perfettamente il suono del tuo basso!

Del resto l’esperienza mi ha insegnato che le frequenze del basso sono quelle percepite prima dallo stomaco. Se qualcuno sta ballando in maniera inconsapevole e gli togli i bassi, si ferma. Insomma, il basso è quella cosa che fa la differenza. Cosa potrei volere di più dalla vita?

Saturnino
Foto di Riccardo Medana

La linea di basso

A mio modo di vedere, per una canzone la linea di basso ha la stessa importanza di un’arteria come l’aorta per il perfetto funzionamento del corpo umano. Come dice Aston Barrett, meglio noto come «Family Man», bassista dei Wailers, la band che accompagnava Bob Marley, «la batteria è il cuore e il basso è la colonna vertebrale».

Lorenzo fin dalla prima volta che ho messo una linea di basso nella costruzione di una sua canzone mi ha dato la possibilità di esprimermi col mio strumento in totale libertà e mi ha insegnato a mettere in quella breve successione di note il concentrato di tutte le mie esperienze: gioie, dolori, amori, paure.

Una volta scelte le note, quello che vado a cercare è il perfetto fluire del ritmo (il sangue della musica), facendo infine sgorgare nella canzone il tutto.

Ogni volta che questo miracolo si ripete io mi sento la persona più felice su questo pianeta. E ogni volta che vedo qualcuno che canta o si muove ascoltando un pezzo dove c’è il mio basso avverto la stessa sensazione che prova un chirurgo vascolare che ha rimesso in sesto in paziente che aveva rischiato di lasciarci la pelle.

Saturnino

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino) e "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi". Ultimo libro uscito: "Massimo Riva vive!", scritto con Claudia Riva.

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