Bruce Springsteen: le sue stelle illuminano l’American beauty

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Bruce Springsteen

Il bilancio di una vita, una malinconica presa di coscienza del tempo che passa inevitabilmente e che non fa sconti neppure a chi ha avuto tutto dalla vita, o almeno così appare agli occhi del mondo. Sullo sfondo, l’America più bella e più vera, più ispiratrice, più romantica. Quella che ci ha fatto innamorare del Grande Paese e che ha fatto da collante al nostro immaginario trasversale.

In primo piano, invece, le amare riflessioni sulla malattia che lo tormenta da più di trent’anni e che non lo lascia dormire. L’amore infinito e totalizzante per Patti Scialfa, la Jersey Girl per eccellenza, non solo sua moglie e la madre dei suoi tre figli, ma anche la sua salvatrice, colei che «ogni giorno mi ispira, mi ascolta, mi salva la vita». A 70 anni Bruce Springsteen fa i conti con se stesso, con la sua vita, con la sua carriera, con la sua depressione. E tu, che sei lì seduta in platea, fai lo stesso con la tua, con tutti gli annessi e connessi. Difficile non cedere alle lacrime.

La proiezione di Western Stars alla 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma, giovedì scorso, è stata un pugno allo stomaco tanto doloroso quanto bellissimo, struggente, commovente, emozionante. Certo, sono sempre uguali gli aggettivi che usiamo quando parliamo di Springsteen, soprattutto di quello più recente, ma non può essere diversamente perché questi  sono quelli che più aderiscono alla realtà che ci troviamo di fronte. Era stato così per lo show di Broadway, ed è così anche per il film.

Bruce non è mai stato così diretto, così spontaneo, così sincero nel parlare della propria vita, svelando particolari e dettagli che, forse, si potevano solo intuire. Non è la vita patinata ed eccessiva dell’archetipo della rockstar, né tanto meno la confessione nuda e cruda di una vita maledetta. È piuttosto la vita comune, ordinaria, di uno dei tuoi amici più cari, quello che con i suoi consigli e i suoi racconti ti ha cambiato la vita. È la spalla su cui piangere e la persona che chiami quando hai bisogno di aiuto. È quello che vorresti avere accanto quando ti senti sola.

Ma la magia di Springsteen è che sentendolo parlare, scopri che anche lui ha bisogno di te, anche lui vede in te quella spalla su cui piangere, quella persona a cui rivolgersi quando ne ha bisogno, quell’essere che vorrebbe avere accanto quando si sente solo. Sì, perché tu sei una di quelle particelle infinitesimali  che costituiscono e rappresentano il suo pubblico con il quale Bruce ha da sempre un rapporto di reciproche assistenza e dipendenza. E se noi disperati (come direbbe un mio amico) abbiamo un bisogno spasmodico di lui, ne percepiamo l’assenza come un’autentica astinenza (basta vedere cosa accade quando si sparge la voce che “Bruce è in città”), allo stesso modo Springsteen ha un disperato bisogno di tutti noi, ovvero del suo pubblico, di tutte quelle particelle infinitesimali, insomma, che lo sostengono e lo spingono a salire sul palco ogni volta che ce ne sia l’occasione, a concedersi all’assalto benevolo della sua gente.

Che sia a un festival cinematografico, a una presentazione del libro, a una gara di equitazione della figlia, in un negozio di abbigliamento, in un corridoio di un aeroporto o sul molo di un porticciolo, Springsteen non si tira mai indietro. Indifferentemente ad Asbury Park, a Como, a New York o a Roma o in qualsiasi altra parte del mondo. E la sensazione è sempre la stessa, ovvero che Bruce sia lì in quello specifico momento per te e solo per te. E viceversa ovviamente: lui sa che in quell’attimo può contare su di te e solo su di te. Fa parte del trucco, della magia. Paradossalmente, è uno scambio alla pari, in quello spazio di tempo sospeso sei tu e lui, lui e te. Così lo percepisci e così lo vivi. Ogni volta. È per questo che canti nel vederlo cantare, sorridi nel vederlo sorridere, soffri nel vederlo soffrire. Siamo cresciuti con lui ed ora che lui è inevitabilmente invecchiato senza nasconderlo né mascherarlo, mi sento anche io un po’ più vecchia.

Ripenso alla prima volta che l’ho ascoltato (The Wild The Innocent And The E Street Shuffle), al primo concerto che ho visto (Milano 1985), alla prima volta che l’ho incontrato (giugno 1988), e mi sento fortunata. Fortunata e orgogliosa di avere avuto e di avere ancora accanto un amico così.

Il film è tutto questo e un po’ di più: è un documentario sui grandi spazi americani, sui deserti e le praterie che ti allargano il cuore e ti aprono la mente, sulle strade che ti portano lontano e al tempo stesso ti rinchiudono in un universo malinconico e solitario: «Questo è il mio diciannovesimo album — dice Springsteen all’inizio del film — e io ancora scrivo di macchine e di gente che ci sta dentro». È un film su quegli anti-eroi che da sempre popolano e animano le storie che Bruce ci racconta, piccoli personaggi marginali nella vita quotidiana che solo nelle sue canzoni acquisiscono una dimensione gigantesca e preponderante.

Sono gli sconfitti dalla vita che nonostante tutto alla fine di ogni giorno trovano una ragione in cui credere e tirare avanti, superare il buio ai margini della città e all’interno del proprio cuore perché il giorno dopo ci sarà di nuovo un sole che splende e un nuovo sogno da inseguire. Per tutti. È il resoconto filmato di un concerto privato per gli amici più stretti e per la sua famiglia (e anche tu sei lì a pensarci bene), suonato e registrato a casa sua, nel granaio della sua fattoria nel New Jersey, anche questo un posto magico (così come lo era stato il Walter Kerr Theatre a New York), un posto che ispira come sottolinea lo stesso Bruce parlando del suo barn. Uno spazio dove la musica di Western Stars — suonata da Bruce, Patti e dall’orchestra di trenta elementi — prende vita fino a scenderti nei meandri più profondi dell’anima, perché suonata live è ancora più intensa ed emozionante.

Lo è la voce di Bruce ma anche quella di Patti che lo segue e lo accompagna con una dolcezza e un amore assolutamente  palpabili nel buio della sala. Che sia sul palco o nella vita di tutti i giorni, Patti c’è sempre. Alla fine ti rendi conto che Western Stars è un grande film d’amore, il racconto appassionato e commovente di una storia che non finirà mai.

È l’amore infinito che lega Bruce  alla sua compagna di vita, ma anche della passione infinita che lo lega al suo Paese, a quell’America calpestata, vilipesa e umiliata dall’attuale Presidente, che non a caso Springsteen definisce Un-American, uno che non sa cosa significhi essere Americano, perché se è vero come è vero che tutto parte dalla solitudine, è solo nella condivisione, nella compassione, nell’empatia e nelle relazioni interpersonali che si trova la felicità, sancita come diritto fondamentale e inalienabile dalla Costituzione Americana.

È un viaggio fisico e metaforico, un cammino che inizia nel nulla e che procede di pari passo con la tua vita, un viaggio interiore che tutti dobbiamo fare prima o poi. Non importa quando, ma come. Mettendoci dentro tutto: sogni, speranze, illusioni, gioie, dolori ma soprattutto consapevolezza, quella di se stessi e quella del mondo che ci circonda. E allora, Travel safe, pilgrim, il viaggio continua…

P.S. Nel barn di Colts Neck, NJ,  suonano anche  un manipolo di musicisti che hanno poco a che vedere con la E Street Band (a parte Charlie Giordano), tra cui spicca Kaveh Rastegar al basso, ovvero l’ex-bassista di Ligabue. Evidentemente molto più bravo di quanto immaginassimo. Ci sono poi Robert Mathes (piano e tastiere), Marc Müller (pedal steel, banjo, chitarra acustica), Gunnar Olsen (batteria), Ben Butler (chitarra elettrica e banjo), Henry Hey (tastiere).

La foto in evidenza è tratta dal film.

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

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