Sting a Milano senza basso: il fuoriclasse che gioca dalla mattonella

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Sting

Vi ricordate Francesco Totti nei suoi ultimi, malinconici anni di carriera? I numeri li aveva sempre, il fisico meno. Osteggiato dalla dirigenza americana, tenuto a freno dall’allenatore Luciano Spalletti con lunghi pit stop in panchina, affaticato dallo scricchiolare delle sue giunture, il mitologico 10 della Roma si era alla fine inventato un modo tutto suo di giocare. Che poi resta quello di tutti quei grandissimi calciatori quando sentono che i loro anni migliori sono ormai inesorabilmente alle spalle.

Nei pochi minuti a partita che l’ex Pupone riusciva a strappare al suo avido mister toscano si svolgeva, costantemente, la solita storia. Totti sceglieva con cura alcuni metri quadrati nella trequarti avversaria (la famosa “mattonella”) e lì, da fermo o tramite pochi scatti, dirigeva l’orchestra giallorossa. Sia che ricevesse il pallone spalle alla porta sia che i suoi occhi puntassero il portiere avversario. Destro, sinistro, tacco, lanci di prima: lo spettacolo era (quasi) sempre assicurato. Francesco ha svolto questo ingrato compito mentre si avvicinava alla quarantina, ovvero l’ultimo bis per qualsiasi atleta professionista. E lo ha nobilitato alla sua maniera.

Sting, il sempiterno Sting, tutto ciò lo sta approcciando, invece, da una decina di giorni. Questi i fatti: il 21 ottobre scorso, in piena tournée francese, Gordon si è presentato su Instagram pubblicando una sua foto scattata in un salottino di una radio. Sguardo celato da un paio di occhiali arancioni (ah, sempre il solito punk nell’anima…), umore basso e un vistoso tutore che gli teneva imprigionata la spalla sinistra. Mica poco per uno che di professione fa il bassista, e che bassista. E mentre tutti pensavano che il tour mondiale di My Songs (l’album pubblicato lo scorso maggio dove il Nostro ha riletto con nuovi arrangiamenti il suo canzoniere più celebre) fosse di nuovo destinato a un ulteriore stop per problemi di salute (vedi le date annullate in Germania lo scorso luglio per una infezione alla gola), ecco che arriva la sorpresa. Il gusto di giocare dalla mattonella.

Sting

Mister Sumner si ripresenta sui social due giorni dopo e annuncia ciò che ogni fan dei Police avrebbe voluto in cuor suo ascoltare: «Ok, giovedì scorso mi sono rotto due tendini durante lo show e ieri mi hanno operato. Ma stanotte siamo a Bordeaux, il tour in Francia continua. Poi andremo a Milano, in Germania, in Polonia e poi in America. La miglior cura è andare avanti, per cui grazie a tutti per i vostri incoraggiamenti». Sospiro di sollievo, data italiana salva e 130mila like giusto per gradire. Già, ma un dubbio restava inevaso: come sarà vedere Sting suonare, dopo oltre quarant’anni di carriera, senza il suo amato basso al collo? Quello di My Songs, in fondo, è un greatest-hits tour, non un serioso concerto per liuto. Sarà la stessa cosa? Oppure quelle ritmiche così personali mischiate a quella voce così calda non potranno mai essere prese in prestito da un banale turnista? Eh, bella domanda.

La risposta? Ovviamente quella che il “Pungiglione” ha dato ieri sera ai diecimila di Assago. Fan accorsi al suo unico concerto italiano previsto per quest’autunno e costretti a lunghe code fuori dalla struttura per via dell’entrata in vigore del fatidico biglietto nominale. Quello che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe scongiurare lo scandaloso problema del bagarinaggio 2.0 travestito da secondary ticketing.

Il concerto avrebbe dovuto cominciare alle 20 in punto come da perfetto orario britannico. Invece lo showtime è scattato quasi un’ora dopo con ancora un bel po’ di confusione all’esterno. Laconico l’organizzatore De Luca: «Questo casino non si è mai visto succedere. E dire che ci eravamo attrezzati con delle biglietterie apposite per chi doveva cambiare il nome sul suo ticket d’ingresso; per non parlare di chi veniva dall’estero e non capiva cosa stesse accadendo…». Nota a margine: il biglietto nominale (la cosiddetta “norma Battelli” o legge numero 145) è entrato ufficialmente in vigore lo scorso primo luglio per eventi superiori alle cinquemila presenze. Il concerto dell’ex Police era tra questi.

Veniamo allo show: ore 20:54, Sting si presenta elegantissimo sul palco, col tutore alla spalla malandata nascosto sotto uno spolverino molto chic. Spiega al pubblico — adoperando un perfetto italiano imparato nei suoi soggiorni fiorentini — del suo recente infortunio, ma che la cosa “non è così grave” e si sente nello spirito giusto di cantare per noi. Così sarà e per venti, trascinanti canzoni la voce non lo tradirà mai. Una voce, sia ben chiaro, frutto di decenni di vita sana e tanto, tantissimo yoga per sconfiggere le ansie da popstar.

Per quanto riguarda l’aspetto strumentale, invece, qualcosa è mancato. Un po’ per l’iniziale dimensione teatrale della performance (Gordon ci prende gusto a esprimersi nella nostra lingua e introduce con dovizia di particolari autobiografici sia Roxanne che Message in a bottle), un po’ perché il bassista che lo sostituisce (il suo tecnico del suono? Pochi stasera lo hanno riconosciuto) è bravo, ma il “tocco” del Maestro resta inevitabilmente un’altra cosa. La band è comunque stellare e pure bella spinta (le due chitarre di Dominic Miller e di suo figlio Rufus; la batteria tellurica di Josh Freese), ma per chi scrive siamo alle solite: le hit dei Police mancano di snellezza, mentre il materiale solista (su tutte una strepitosa Brand new day con tanto di solo d’armonica che non deve nulla a Stevie Wonder) appare più nettamente convincente.

E poi c’è Freese. Come batterista non si discute, si tratta di un session player fenomenale richiesto da mezzo mondo. Un “mostro” che ha suonato con chiunque (dai Guns N’Roses agli Offspring passando per Nine Inch Nails, A Perfect Circle e Devo) e lo stesso Sting si è invaghito di lui da una quindicina d’anni perché pare gli ricordi un certo Stewart Copeland sia per quanto riguarda il tiro che per il drumming più funky e reggae. Però, quando viene il momento di fare il Vinnie Colaiuta della situazione (il tempo assurdo di Seven days), anche Josh va giustamente in apnea. Poco male, il concerto scorre via piacevole, ha diversi picchi (una Wrapped around your finger tramutata in una base dub quasi alla Massive Attack/Almamegretta), emana forti fragranze reggae (la doppietta vincente Walking on the moon e So lonely in medley con alcuni evergreen di Bob Marley) e le canzoni davvero immancabili (Englishman in New York, Fields of gold, Shape of my heart, Desert rose  e Every breath you take) sono tutte suonate in alta fedeltà, con resa da impianto CD casalingo.

Sting, come da tradizione, è ultra-professionale e non si risparmia. Lo vedi che vorrebbe fare di più, liberarsi del tutore e suonare qualcosa (tipo il tamburello percosso in If I ever lose my faith in you per aumentare la ritmica), però quando arriva il momento dei bis (King of Pain più la riscoperta di Russians e la conclusiva Fragile ) la sua soddisfazione resta palese nel aver portato al termine un concerto comunque non facile. Certo, sentire l’autore del bellissimo The Soul Cages (completamente ignorato stasera) che — sempre in Russians — canta versi come “Mister Krushchev” e “Mister Reagan” fa decisamente strano, perché un singolo epocale, uscito nell’autunno del 1985 e quindi in piena Guerra Fredda, non potrà mai essere la stessa cosa in una tiepida serata di trentaquattro anni dopo.

Eppure, questo è il bello della musica e del classic rock che si riciclano in continuazione sulle ali del talento e della nostalgia. Nel calcio, invece, prima o poi bisogna smettere. Ragion per cui se abbiamo appurato che Sting è bravo a giocare dalla mattonella, pensate cosa tornerà a fare una volta che la spalla gli sarà completamente guarita. A 68 anni, per la cronaca…

La scaletta di Sting live @MediolanumForum, Assago (29 ottobre 2019):

1) Roxanne
2) Message in a bottle
3) If I ever lose my Faith in you
4) Englishman in New York
5) If you love somebody set them free
6) Every little thing she does is magic
7) Brand new day
8) Seven days
9) Whenever I say your name
10) Fields of gold
11) If you can’t find love
12) Shape of my heart
13) Wrapped around your finger
14) Walking on the moon/Get up stand up
15) So lonely/No woman no cry
16) Desert rose
17) Every breath you take

Bis:

18) King of pain /Roxanne
19) Russians
20) Fragile

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Simone Sacco
Simone Sacco nasce nel 1975, l'anno in cui i Cincinnati Reds (la temibile 'Big Red Machine', la più grande squadra di baseball di tutti i tempi) vinsero le World Series. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, sport, letteratura ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e ai dischi (tra cui 'Nevermind' dei Nirvana) che uscirono proprio in quell'indimenticabile stagione.

2 COMMENTI

  1. Ciao Simone, sono il traduttore italiano dell’autobiografia di Sting (Broken Music), e del discorso che ieri sera ha pronunciato all’inizio del concerto per spiegare della spalla slogata e presentare le prime due canzoni. Volevo avvisarti che chi l’ha sostituito al basso non è il suo tecnico del suono, ma Nicolas Fiszman, un bassista belga che fa parte della band di Dominic Miller: https://www.fotocommunity.de/photo/nicolas-fiszman-hans-joachim-maquet/41064529

    • Scusami Michele, leggo solo ora. Grazie per l’informazione su Fiszman (non l’avevo proprio riconosciuto) e complimenti tardivi per ‘Broken Music’, autobiografia che lessi con grande piacere tanti anni fa. Simone*

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