L’uomo del labirinto

Dall'omonimo best-seller, diretto dall'autore alla sua seconda regia

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L’uomo del labirinto
di Donato Carrisi
con Toni Servillo, Dustin Hoffman, Valentina Bellè, Vinicio Marchioni, Caterina Shulha.
Voto: Spaghetti serial thriller?

Viene ritrovata una ragazza dopo un sequestro di 15 anni. Due piste per lo spettatore. Pista 1. Il detective Servillo, cacciatore di crediti che a suo tempo era stato incaricato del caso ricomincia l’indagine per capire chi rapito la ragazza. Pista 2. La ragazza è affidata al profiler Hoffman che cerca di recuperare la verità sui 15 anni di prigionia in un labirinto e scava nella sua memoria. Nella pista 1 sappiamo che il detective puzza, che è morituro per infezione al cuore, che sa dove trovare gente sfigurata dagli acidi, e che segue una traccia a volte molto poco convincente in cui incappa in tappezzerie ossessive, salti di luce e vibrazioni alla David Lynch, ambienti che fan pensare alle scenografie di Argento, conigli mannari che potrebbero venire da Donnie Darko o sempre da Lynch, piste fumettose e perverse che ricordano certe storie di Daniel Clowes, strade e sfondi alla maniera di Sin City di Rodriguez, una spruzzata di Matrix. Però all’italiana. Nella pista 2 il profiler assedia l’amnesia della ragazza e scava nel labirinto della sua mente per ricavare la verità. La ragazza continua a chiedere se è un gioco ed è un po’ troppo evidente la parentela con Saw -L’enigmista. Però all’italiana. Quanto materiale. Ma come è usato? La sensazione è che Servillo faccia da controcanto grottesco a gente che si prende dannatamente sul serio, ma è grottesca pure lei, e che Hoffman stia chiedendosi con cautela in che tipo di film sia finito. Poi c’è la sorpresa finale, anzi, i finali a sorpresa, così dilatati da perdere ulteriore forza. Ambientazioni multitemporali e distopiche. Carrisi nel tempo ha accumulato tanti giocattoli e ha deciso di giocare con tutti. Forse è la variante fuori controllo del ritorno al genere in Italia.

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