Ermal Meta: di radici, presente, e vita da suonare

Vi presentiamo il racconto e il video integrale dell'intenso incontro del cantautore con i giovani protagonisti del progetto NumeroZero, avvenuto martedì sera ad Asti. Canzoni, riflessioni e sorrisi raccontano il viaggio sincero di un animo dalle sempre nuove sfaccettature.

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Tempo e identità. I due argini entro i quali fluiamo vivendo, che delineano il nostro percorso o, quantomeno, valgono a definirne i contorni. Sono questi i punti cardine intorno ai quali ha ruotato l’incontro di Ermal Meta con i giovani e giovanissimi del progetto NumeroZero, incontro ospitato martedì sera dal Palco 19 di Asti e promosso dalla Fondazione Giovanni Goria.

Intervistato dal giornalista e storico della canzone Massimo Cotto, Ermal ha analizzato, con la consueta profondità arricchita da quella peculiare leggerezza che nulla sottrae al peso specifico del suo esprimersi, se stesso, il suo modo di fare arte e il mondo nel quale l’uno e l’altro ogni giorno lavorano per abbellire il proprio spazio. E tanto ha spaziato, come sempre accade, lo sguardo dell’artista, che ha deliberatamente deciso che fossero solo i bambini e i ragazzi presenti nel pubblico a porgli qualsivoglia domanda, dando così vita a un palleggio disarmonico e libero, perciò perfetto, di temi e riflessioni: dal potere terapeutico della scrittura creativa («non è che la terapia hai bisogno di farla proprio nel momento in cui non stai bene: può anche essere a scoppio ritardato; attraverso la scrittura ti liberi di qualcosa che era rimasto lì, sepolto, dormiente, ma io riesco a scrivere solo quando sto bene, perché sono nel pieno delle mie energie mentali»), all’essenzialità del profondere ogni energia nel lavorare sui propri sogni e sulle proprie doti («il talento è un dono, un muscolo che tu hai in più rispetto a qualcun altro: ma quel muscolo, se non lo alleni, si atrofizza. Vince il talento o vince la costanza? Per me, vince la costanza»), dal significato della paura («la paura di non raggiungere un obiettivo a volte ti allarga la percezione di ciò che stai facendo e ti aiuta a scendere ancora di più in profondità; però con lei bisogna avere un patto di non belligeranza, perché è come un fuoco: se lo controlli ti scalda, se ti controlla, ti brucia. Ma la paura è una condizione umana assolutamente accettabile, e non bisogna vergognarsi di averne»), all’importanza di lottare con determinazione per le proprie idee («quando accendete la luce di un’idea, seppur piccola, non fatevi scoraggiare dal fatto che è piccola, perché non sapete la direzione che può prendere. Le idee sono come l’acqua che s’infiltra: da qualche parte escono, sempre. Non muoiono mai. Ed è per quello che in molti regimi la prima cosa che hanno distrutto sono state le idee: un’idea non puoi imprigionarla, gli uomini sì»), al ruolo dell’artista nella società («l’artista ha nei confronti di se stesso il dovere di non tradire mai la propria intenzione; all’interno della società, poi, l’arte in generale ha contribuito in tutto il mondo a creare la coscienza non soltanto storica, ma collettiva di un paese: l’arte non è soltanto arte, ma è la poesia della storia. Non so cosa si ricorderanno di questi anni, che dal punto di vista artistico sono un po’ bui. Ma laddove gli anni sono più bui, è più facile guardare le stelle. E a guardar bene, ci sono»), alla solitudine ( «il grande male di oggi, secondo me: siamo iperconnessi, ma siamo sempre più soli. E di questo ho molta paura, di mezzi che creano dipendenza e allontanano le persone: già quindici anni fa David Bowie aveva previsto un mondo che ci avrebbe visti schiavi di Internet e delle connessioni»), allo scopo di una canzone («nel quadro della vita umana, dal punto di vista biochimico, una canzone non serve assolutamente a niente: puoi dare luogo a un’intera esistenza senza bisogno della musica. Ma la musica, fra le cose inutili, è la più necessaria, perché ti fa provare quello che non sai nemmeno di provare, diventa la chiave di alcune porte che non sapevi neanche di avere, e probabilmente attraverso una canzone riesci a scoprire un tesoro che avevi nascosto da qualche parte senza saperlo»). Si scava nel profondo, ma con la delicatezza che è tipica di emotività e psicologie ancora in via di formazione. Ed Ermal replica con la cura che sempre riserva a bambini e ragazzi, e che è tutta sua: non li costringe ad alzare lo sguardo, ma si pone alla loro altezza, così che nel suo possano scorgere ciò che ancora non sono pronti a leggere nelle parole. E allora, sfronda aneddoti e risposte d’ogni pretenzioso fronzolo e, pur lasciandone inalterato il nucleo — ché diluirne i colori significherebbe sottovalutare la sensibilità di chi lo ascolta —, puntella ogni pensiero con un sorriso e una scintilla di autoironia che, invece di spezzare la fluidità e la coerenza di una disamina emozionale, ne riducono il coefficiente d’attrito, permettendole di viaggiare rapida e senza ostacoli verso il cuore e la mente del destinatario. E rendendo ogni chiacchierata un abbraccio inclusivo e attento.

E il tempo? «Ci sono stati momenti in cui ho avuto paura del futuro — afferma l’artista — perché il futuro è una cosa che non vedi, che immagini, che cerchi di costruire e nel momento in cui si presenta, è diversa da come l’avevi immaginata, anche rispetto al lavoro che hai fatto. A volte mi capita ancora. Ma in fin dei conti siamo in viaggio: scopriamolo, invece di pensarci. Ho letto da qualche parte che quando pensi troppo al passato, ti avvicini alla depressione, quando pensi troppo al futuro, ti avvicini all’ansia. Siccome sono rintocchi dello stesso pendolo, partirei dal discorso sul futuro per fermare questo pendolo assolutamente inutile sul presente, perché noi siamo qui ora, adesso» . 

Tempo, ma anche identità, si diceva all’inizio: folta è, infatti, la comunità albanese presente in platea, e una domanda in particolare, su radici e integrazione, porta Ermal a una suggestiva riflessione: «sono arrivato qui che avevo tredici anni, e a tredici anni non è che sei pronto ad affrontare determinate cose, ma  lo fai e ci cresci insieme: abbracciare le tue radici, però, è la cosa migliore che si possa fare, perché dalle tue radici non ti allontanerai mai. Il sangue che hai nelle vene è quello lì, non lo puoi cambiare, e devi esserne molto orgoglioso. Dell’Albania si sanno poche cose, e poco edificanti: ma l’Albania è un grandissimo paese e gli albanesi sono un grande popolo. Ci sono ragioni storiche che lo dimostrano». Un senso di appartenenza forte e consapevole che Meta rivendica anche a chiosa di una affascinante parentesi su Giorgio Skanderbeg, eroe nazionale della terra dell’aquila bicefala, grazie al quale la ferma resistenza venticinquennale degli albanesi all’invasione ottomana permise la preservazione di una lingua e di una cultura che si sarebbero finite altrimenti polverizzate dalla furia nemica: «Nonostante cinque secoli di dominio, noi non ci siamo mai persi. Una cosa è veramente importante: l’orgoglio di essere quello che si è. Noi siamo albanesi, e dobbiamo sempre esserne orgogliosi. Come in ogni angolo del mondo, ci sono brutte persone e belle persone, ma non ci sono brutte popolazioni o belle popolazioni in assoluto. Il sangue che ho, non lo tradirei per nulla al mondo». Quasi duole che lo si debba sottolineare, eppure in questa atroce epoca di “prima i/gli”, ricordare a una platea la cui età anagrafica favorisce ancora una grande permeabilità al Bene che amare la terra nella quale si è germogliati e al contempo essere consapevoli che il valore di un uomo risieda unicamente nelle sue qualità e nelle sue azioni e nulla abbia a che vedere con bandiere, percentuale di melanina e credo non sono né concetti mutualmente esclusivi, né medaglie da appuntare al petto di retorici buonisti, ha un valore inestimabile.

Alla melodia delle parole fa poi seguito quella di coloro che dei viaggi delle parole verso la loro destinazione sono spesso le migliori amiche, ovvero le note. E i brani che Ermal intona con appassionata intensità (amplificata anche, probabilmente, della lunga lontananza dai palchi) sembrano davvero la versione in poesia dei appena espressi in prosa: Un pezzo di cielo in più, Umano, Piccola anima, Quello che ci resta, Vietato morire, Le luci di Roma, Non mi avete fatto niente, scandiscono presente e passato professionale e personale del cantautore, tra esordi, incontri, speranze, addii, amore, tenacia, fragilità, dolore, coraggio, soste e ripartenze. Meta espone con la ben nota sincerità senza veli vulnera e punti di forza, in un implicito invito a non celare gli uni e a farne, invece, contraltare naturale degli altri, imparando a valutare con indulgenza i propri limiti e insieme perseguendo una crescita quotidiana, passo dopo passo. E lo fa senza solennità né ascetiche aure così care a tanti colleghi autoelettisi profeti sonori, lasciando che ciascuno cerchi e trovi, secondi i propri tempi e la propria storia, nell’eco di un ricordo o di un battito a tempo di musica la prima lettera di una domanda o l’ultima di una risposta.

Un insegnamento da lasciare, gli chiedono? Ermal risponde ancora una volta non tradendo se stesso: «Parlare di messaggi suona quasi come un “io ti insegno qualcosa”. Io non ho questa pretesa, perché nei banchi della vita mi sento ancora un allievo, come tutti noi. Però se c’è una cosa che io ho imparato sulla mia pelle è che il destino ce lo scriviamo noi, del tutto. Il futuro ce l’abbiamo nelle nostre mani: dipende da noi scegliere che cosa farne, perché il tempo ce l’abbiamo. Anche se fosse solo un giorno, perché in un giorno si possono fare un sacco di cose meravigliose».

Almeno se respiro posso dirmi vivo è uno dei versi più significativi, forse identificativi, nella già ricca discografia di Ermal Meta. E se si dovesse valutare la chiacchierata di martedì utilizzando come parametro i respiri che hanno animato il curioso entusiasmo dei bimbi in sala, prima nel domandare, poi nel cantare, poi ancora nel salire sul palco per una foto e un abbraccio, la vita che questo artista infonde con disarmante nudità nei suoi testi e nei suoi sguardi sul mondo incita e ispira le sue simili con delicata potenza, senza esigere di insegnare ed educare, e facendosi così cannocchiale puntato su quelle stelle da cambiare, da appendere, da accendere. Ermal ci riesce, e ancora ne resta sorpreso. Semplicemente, coraggiosamente, splendidamente, sfacciatamente umano.

IL VIDEO INTEGRALE DELL’INCONTRO

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Si ringraziano per le foto la Fondazione Giovanni Goria e Rebecca Merlin.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

2 COMMENTI

  1. E un grande artista, bravo per l’atmosfera che li da alle sue origini e una incontestabile forza che li caratterizza i albanesi…l’hanno dimostrato i esempi storici incomparabili dei popoli.

  2. Ermal è un uomo straordinario. L artista viene dopo. E il fatto che con la musica possa farsi conoscere umanamente è una cosa splendida secondo me. Ermal è una persona senza fronzoli, senza retorica, molto profondi, molto sincero, onesto, sia intellettualmente che personalmente. La sua umiltà lo rende non grande, ma immenso, in un mondo in cui essere “normali”, persone comuni, diventa spesso sinonimo di “fallito”. Ermal è essenza in un mondo dove domina l esteriorità. Ermal è cultura in un mondo in cui la rete la fa da padrone. Ermal è poesia in un mondo di prosa. Ermal è colui che ci dice di guardare le stelle e cambiare il destino in un mondo dove, invece, dominano la disillusione (anche giovanile, purtroppo) e la rassegnazione. Ermal ci dice di essere profondi laddove “fa figo” la superficialità. Ermal insegna senza pretenderlo, in una società dove chiunque si crede maestro. Ermal è apertura in un mondo sempre più chiuso, sempre più solitario, diffidente, e un po’ più triste. Ermal, umanamente e musicalmente, è luce in questo mondo un po’ buio, dagli indefiniti contorni, quasi decadenti. Ermal è un “ribelle”, perché pensa con la propria testa e ci insegna a farlo, dove invece “va di moda” essere omologati, seguire la onda. Io adoro Ermal, come poeta e musicista, ma anche come persona: il rapporto che ha con i suoi fan è straordinario, come lui stesso. L ho incontrato per caso, una volta, abbiamo parlato come se ci conoscessimo, perché non fondo, era così: la musica unisce. Sempre. È una persona speciale❤️.

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