In “Doc” Zucchero riflette sui mali del tempo. «Ma c’è una luce in fondo al tunnel»

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Zucchero
@Robert Ascroft

Ci vuole tempo per confezionare un nuovo album, forse adesso più di prima. Zucchero ci ha messo più di tre anni per tornare a presentare nuove canzoni e lo fa alla sua maniera. Nulla di meglio che chiamarlo Doc, album che esce oggi, venerdì 8 novembre, per la Universal.

Un titolo trovato all’ultimo momento, mentre il disco era pronto per andare in stampa. «È nato parlandone con i contadini nella mia fattoria – spiega l’artista –  perché volevamo assegnare alla produzione di vino e altro un marchio di riconoscimento, magari anche bio. E allora ho pensato a Doc, che poi mi hanno spiegato poteva essere inteso come Disturbo Ossessivo Compulsivo, ma va bene lo stesso». 

Zucchero è particolarmente rilassato durante la presentazione dell’album, stavolta allo Spirit de Milan, un luogo ruspante e vintage, ricavato da una ex cristalleria dalle parti della Bovisa a Milano. Da aprile a dicembre 2020 lo aspetta un tour mondiale come solo lui può permettersi. Si comincia in Australia per passare in Inghilterra e poi Italia (Arena di Verona, 12 date consecutive in settembre), quindi Austria, Francia, Belgio e Germania.

L’album è stato anticipato dal singolo Freedom dove spicca un gran lavoro sui suoni, in particolare sulle ritmiche: «Ogni volta che mi metto a lavorare su un disco nuovo – continua Zucchero – una delle prime cose che mi prefiggo è non ripetere quello che ho realizzato in precedenza. Non è cosa facile, perché il mio stile ha matrici differenti, infatti ci trovi del gospel, country, soul e perfino progressive. Le cose vanno sempre più veloci, così ho cercato nuove sonorità e il gran lavoro è iniziato a casa mia con Max Marcolini, poi siamo stati a Los Angeles e con Don Was abbiamo lavorato su più fronti, assegnando per esempio a giovani produttori le parti di elettronica, ma quell’elettronica usata con il cuore, tutto questo per rinnovarmi restando me stesso». 

È un rock che tende al corale, al gospel, già avvertito nel brano d’apertura Spirito nel buio, tra sacro e profano, che si caratterizza con un finale carico di soul. E giusto Soul mama è la canzone successiva con una voce appena Zucchero, la dance non è estranea al mio stile. Arrivano i lenti, la ballata Cose che già sai, mentre  in Testa o croce la ballata diventa sostenuta e qui partecipa Davide Van De Sfroos al testo: «Aveva scritto la canzone Grande mistero per mia figlia Irene, un brano dal testo molto bello anche se un po’ ermetico – racconta Zucchero – poi anche De Gregori me ne aveva parlato, consigliandomelo come collaborazione. Un bel giorno Davide mi ha spedito il brano e io l’ho utilizzato su una musica completamente mia».

Altre collaborazioni ai testi sono quelle di Pasquale Panella e Daniel Vuletic per la ballata La canzone che se ne va, ma soprattutto torna Francesco De Gregori per Tempo al tempo. «Sono stato ospite suo ai concerti che ha fatto alla Garbatella – racconta Zucchero. – Prima di lasciarci ci siamo promessi di scrivere ancora qualche canzone insieme. De Gregori è venuto a casa mia e così, dopo Diamante, Pane e sale e Tobia firmiamo ancora insieme un altro brano».  

Zucchero in conferenza stampa allo Spirit de Milan. Foto Giordano Casiraghi

Un album ricco di ritmiche, a effetto come quella di Freedom dove sembra che siano percussioni fatte con strumenti di vetro: «È vero, alle ritmiche ho prestato molta attenzione – spiega – del resto la mia musica non sta in piedi senza. Mi sono affidato a strumentisti creativi, che non seguissero il solito battere del tempo».

Giusto in Freedom il testo dice Fuori dal blues, in che senso? «Non certo in senso musicale, visto che di Blues si nutre la mia anima». 

Testi importanti, e stavolta Zucchero non risparmia critiche verso quello che sta osservando, lo esprime con Sarebbe questo il mondo e a chi gli chiede cosa pensa della scorta che è stata assegnata a Liliana Segre risponde: «Ho voluto essere esplicito, senza giri di parole o metafore. Sono preoccupato per i tempi che stiamo vivendo. È una pentola in ebollizione che spero non scoppi, fortunatamente abbiamo politici non così carismatici, ma l’argomento meriterebbe un approfondimento. Ogni tanto ci penso. Potrei abitare a Los Angeles o a Londra, ma alla fine ritorno a casa, così Badaboom suona come un’invettiva verso il Bel Paese che forse lo è stato, prima di noi, con la cultura, l’arte e costumi, ma ci è rimasto quello che hanno fatto altri. Quando leggi e vedi ogni giorno di intrighi e corruzione, dove in televisione ognuno alza la voce e parla sopra l’altro. Ecco, allora canto Mangia da che mangia il fico / Ti sei mangiato l’oca e il pito. Ripeto, la pentola potrebbe anche scoppiare, invece potremmo vivere tutti più tranquilli». 

Zucchero
@Robert Ascroft

In merito ai cambiamenti climatici, alle problematiche dell’ambiente cosa ne pensa uno che ha origini contadine e dice che vorrebbe produrre biologico? «Greta è stata importante per stimolare la mobilitazione dei giovani, facendoli tornare nelle piazze. È un dato importante questo e per quanto riguarda l’argomento ambiente, magari non appare a prima vista ma nelle mie canzoni è presente». 

Mai come in questo disco appare uno Zucchero che medita una conversione: «Qui tocchiamo un tasto molto privato – confessa  – infatti sono quasi geloso di questo album, perché ho svelato cose intime, quasi come un segreto che volevo tenere per me. Ebbene, da piccolo quando arrivava il prete a benedire casa, mio padre usciva, poi però quando la malattia l’ha colpito ha fatto entrare lui il prete e l’ho visto fare il segno della croce. Può essere che sia anche il caso mio, a qualcosa bisogna attaccarsi.  Concetti che esprimo in Spirito nel buio e Tempo al tempo. Che sia un inizio di redenzione per un ateo incallito come me? Ho cominciato a sentire qualcosa di superiore e grande, dove sottolineo i mali di questi tempi e in fondo al tunnel scorgo una luce. Chiamala fede, ma non è la prima volta che ne parlo in una canzone, per esempio in Così celeste mi riferivo a questo».

Chiudiamo con la videointervista esclusiva realizzata da Massimo Poggini.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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