Sono un monzese in fuga, e la mia fuga da una Patria insignificante ha avuto inizio molto tempo fa. Sono seguiti tentativi chimerici di eleggerne una nuova, come Firenze, Roma, Basilea, quindi l’idea di seconde e terze patrie, come Torino e in ultimo Brescia e la sua provincia. Poi lentamente una via apertasi sullo scenario di un fiume che non dirò. Fiume palindromo, vita palindroma. Vista dal principio ad oggi per poi a tornare a guardare a ritroso sino all’inizio, si nota che la vita come io la intendo è lo scorrere in avanti e indietro in fondo e sempre lungo la stessa cosa. La ricerca indefinita.

Monza mi dovrebbe delle scuse, una qualche forma di riparazione al profondo gelo opposto a chi come me ha voluto contribuire a fecondare un luogo in cui proliferavano solo banche e pelliccerie, e un florilegio di attività elette come studi di notai, avvocati, commercialisti, e mai, mai distintasi per un guizzo di sapore, per un getto di materia sensibile.

Quel fiotto io l’ho invece emesso, ma lì è caduto nel nulla.

E per questo sono andato.

Le scuse non sono mai giunte, né alcuna forma di risarcimento morale, tardiva manifestazione di riconoscenza o di rispetto verso chi ha proseguito e sempre di più a pompare sangue nel corpo smorto culturale di questo Paese. Un Paese che langue, non si venga a dirmi, non si tenti di imbellettarmi il cadavere. Langue al punto che quasi nessuno più se ne accorge. Ed è una morte lenta, per asfissia.

A ben pensarci, l’intero Paese è in fondo come quella Patria che ho voluto disconoscere. So che qualche saccente si affretterà a dire che Patria è l’intero Paese nel quale sei nato, non necessariamente la città, ma in verità la Patria comunque la si intenda non esiste in concreto, non è il suolo, ma è semmai solo nel sentimento: il sentimento della casa paterna è un luogo astratto e potente, preferibile a qualunque materialità, a ben pensarci.

Un grande Paese, dicono in tanti del nostro Paese, grande Paese, recitiamo sempre più spesso mentendo a noi stessi.

Che il Paese sia grande non v’è dubbio, dato il numero di scossoni che ha dovuto e pare debba ancora sopportare. Se il sistema-paese in qualche modo ha tenuto e non sono ancora ridotti tutti alla fame fisica dopo il dilagare di quella morale, condizione nella quale quelli come me avrebbero un innegabile vantaggio su molti altri, è un miracolo all’italiana. Essere all’italiana è quel qualcosa di cui, per il poco che ho vissuto all’estero, sentivo spesso accennare con senso di derisione misto a divertita partecipazione. Se c’era un semaforo da rispettare, quelli che lo passavano col rosso erano italiani, se c’era da pagare un parcheggio, un biglietto di tram o altro, o da assegnare una moneta al distributore di giornali, quelli che cercavano di eludere il controllo erano sempre italiani. Anche spagnoli e portoghesi, a dire il vero, facevano una certa concorrenza sul piano dell’illegalità, ma a vincere in numero e qualità di malefatte erano sempre i miei connazionali. Già anni prima, nel corso di qualche viaggio per concerti, ci si fermava a notte fonda sul limitare di un confine incontrollato, si facevano pochi passi nella nebbia, e si andava a orinare per terra in Liechtenstein, poi si rientrava in Svizzera e si proseguiva. Ma non era uno spregio, solo il piacere di dimostrare a noi stessi anche per gioco che i confini non esistono. In Svizzera i padroni di casa avevano castigato duramente gli italiani negli anni cinquanta e sessanta, relegandoli al rango di bestie da soma, ma gli elvetici molti anni dopo, con un piglio ambiguo tra il bonario, il paternale ed il divertito, ci consideravano e definivano semplicemente “taliani”.

Sono in fuga tra le altre cose dal concetto babbeo di italiano. Un concetto che perde di ora in ora sempre più consistenza. Molti si agitano nel tentativo davvero miserando di sostenere che l’Italia sia degli Italiani, ma costoro non parlano sul serio, semplicemente perché parlano per interesse, e non vi può esser serietà dove vi è interesse di parte. Qualcuno ha invece osservato che il governo conclusosi goffamente aveva almeno il pregio di opporre l’idea di autonomia nazionale all’egemonia prepotente dell’Europa. Giusto, in fondo, se solo fosse stata una semplice e onesta analisi e non puro opportunismo, all’italiana.

Giusto e allo stesso tempo sbagliato.

Come possa una cosa essere giusta e allo stesso tempo sbagliata non dovremmo più chiedercelo, né stupirci, se a ben pensarci si deve convenire che è davvero così, giacché nel Kali Yuga che stiamo attraversando sono la maggior parte delle cose che ci circondano ad avere due opposte valenze: giusta e sbagliata è la grande rete che ci ha cambiato la vita, giusto e sbagliato il linguaggio che ci determina e ci limita, giuste e sbagliate la vaccinazioni, che ci salvano e ci ammalano, l’educazione, l’erogazione dei precetti scolastici, di quelli morali, giuste e sbagliate la bibbia e il corano, giusto e sbagliato il miscuglio di ogni singola cosa ci tocchi e ci riguardi in profondo.

La verità più plausibile e che noi siamo coevi ignoranti della molteplicità, e solo ciò che è plurimo e polivalente, pluriversatile e composito può avvicinarci all’esperienza più autentica.

Ma la brutta notizia è che noi non siamo all’altezza di accogliere la complessità.

Seduto al tavolo di un ristorante, il fiume che scorre lì sotto, già colore del piombo, gravato da una pioggia finisssima, rivedo la mia fuga da ogni fuga. Monza non mi appare che come una vaga cartolina nella quale riconoscere luoghi e sentimenti che improvvisi si rimanifestano benché sembrassero ormai da lungo estinti, e così le altre patrie tentate invano, fallite ogni volta, come sposalizi caduti presto, dopo i primi orgasmi iniziali, e nel trasporto che mi suggerisce il viaggio indefinibile del fiume sento di dovermi dire che la Patria non c’è.

Al tavolo accanto, una minuscola Pakistana di quattro anni al massimo, fa le linguacce a una piccola egiziana. Di tanto di tanto la cicciottella fa capolino da oltre le spalle massicce della madre e mostra la linguetta rosa e irriverente alla coetanea di ben altre origini, che muta e sconcertata la osserva. Finché la madre della bimba mussulmana non deve raccogliere da un passeggino un involto morbido nel quale si muove un pargolo sparuto, e la giovane donna, gli occhi grandi e il corpo gracile, le braccia tatuate finemente di un colore solo, si appresta a scoprirsi il seno per allattare il piccolo. Sopraggiunge però il padre che si era allontanato, e redarguisce asciuttamente la compagna, che dopo una debole protesta è costretta a buttarsi sul capo un ampio foulard, di modo che la sua figura e quella del piccolo allattato vengano coperte nell’atto impresentabile di nutrirlo. La sfida tra le due piccole italiane di nuova foggia, bellissimamente nuove per noi, morbide e scure, innocentemente angeliche, cessa di colpo, perché entrambe sono rapite dal difficile compito della donna di allattare il bimbo in quelle condizioni. Sembrerebbe che su certe cose le femmine si capiscano d’istinto, sembrerebbe che le femmine siano attraversate dallo stesso fiume sotterraneo che le collega tutte l’una con l’altra, di qualunque età e cultura esse siano. Così mi piace pensare, nella vista di questo fiume palindromo.

In questo stesso grande Paese, un’intera comunità ha trovato il modo di trarre profitto dal mercato di bambini scippati alle famiglie d’origine con false accuse, per essere cedute a famiglie desiderose solo di imbellettare le proprie vuote esistenze con l’acquisto di una nuova giocattolosa creatura.

Avviso una malinconia del mai raggiunto, di una meta che forse non c’è, ma la lettura attenta della realtà mi dice che non crederò mai in alcuna Patria, sinché non si saranno viste sparire la divisione e la differenza.

Non ci può essere alcuna Patria se non vi è comunità di bene.

Così la mia famiglia è tutta quella che ci può stare nel mio pensiero, si sappia.

Monza, un giorno forse io e gli altri musici che ti hanno ripudiata torneremo per respirare un’aria più pulita e nuova, forse faremo una lega di fuoriusciti che hanno amato persino ciò che non poteva essere amato, ma in tutti i casi, attuali e futuri governi, nazionali o comunitari che siate, voglio scrivervelo: io sono e sarò sempre un apolide, un emigrante, un estradato, un profugo.

In fuga da ogni dove non si colga il bene necessario.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onorato Musicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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