Nosexfor, nuovo singolo: solo basso e batteria, “Come Together” diventa “Stiamo insieme”

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Nosexfor

I Nosexfor sono una band di Vicenza formata da Severo Cardone e Davide Tonin. Ne avevamo parlato giusto un anno fa, in occasione della pubblicazione di Pensavo fosse ok, il loro primo singolo (clicca qui). Basso e batteria sono l’essenza della loro musica. Ora i Nosexfor tornano a farsi sentire con una nuova canzone, la rivisitazione di un celebre brano dei Beatles, che anticipa anche l’uscita di un prossimo EP. La canzone si intitola Stiamo insieme e la si trova su Spotify, iTunes, Youtube e nei principali digital store. Li abbiamo intervistati.

Esistono moltissime cover dei Beatles. Voi avete deciso di provarci con Come Together, che nella vostra versione diventa Stiamo insieme. Perché però avete scelto di ispirarvi non all’originale, ma alla versione di Gary Clark Jr?
Perché quella dei Beatles ha 50 anni, e lo si sente soprattutto dai suoni. Quella di GCJ è una versione fortemente moderna, e per noi, cresciuti nell’era del recording digitale, risulta più affine. E’ bella “grassa”, piena di suoni grossi, rotondi e con bassi corposi che danno groove al pezzo. E tutto questo è molto vicino a noi e a quello che facciamo. Detto questo, sì, esistono tante cover di Come Together, ma senza voler sembrare presuntuosi, crediamo che nessuno l’abbia mai fatta così, con solo il basso e la batteria. E cantata in italiano poi. Ed è per lo stesso motivo che non la consideriamo neanche una cover: è una nostra rivisitazione.

Questo singolo anticipa l’EP Canzoni di seconda mano. Con quali altre canzoni avete deciso di cimentarvi?
Non si può dire dai. Già abbiamo 3 fans di numero, se poi gli togliamo anche quel po’ di aspettativa… Possiamo dire però che la prossima in uscita è una rivisitazione di un brano scritto da quella che è stata con ogni probabilità la più grande rock band in circolazione a cavallo tra gli ‘80 e i ‘90. E il main riff è tra i più iconici della storia del rock. Seguiteci e lo scoprirete.

La caratteristica del vostro suono è quella di puntare sulla sezione ritmica basso-batteria. Una scelta definitiva o il vostro è un progetto “work in progress”?
La volontà di essere in 2 è praticità: meno teste, meno problemi. Se poi risulta anche figo, originale e interessante tanto meglio. O forse no, forse è puro ego: in due hai meno gente con cui dividere gli occhi che ti guardano. Per il momento comunque ci va benissimo così: è uno dei nostri punti forti e ci stiamo proprio comodi. Ma nella vita tutto è in evoluzione: la musica non fa e non deve fare eccezione.

Nell’era della trap e dell’hip hop, voi proponete sonorità decisamente rock. Perché questa scelta?
Facciamo quello che ci viene naturale e ci diverte. D’altronde è la nostra musica: sebbene ascoltiamo di tutto, il nostro background è segnatamente rock. Se ora, in questo momento della nostra vita, facessimo altro, saremmo dei bugiardi. Per il domani chissà tutto può essere. Un genere che adoriamo ascoltare è il rap di periferia, dei rioni. Come quello che fa Speranza ad esempio: super duro e super vero. E’ come metal per noi. Magari un domani ci mettiamo a farlo. O forse no. Ma un feat. con lui sarebbe una bomba.

Qual è stata la vostra formazione musicale, avete punti di riferimento?
Tutti e nessuno: siamo il risultato di molti ascolti e molte ispirazioni.

Il rock è morto, sta così così o gode di ottima salute?
Niente muore ma si trasforma. E tutto è ciclico. La storia lo insegna. Il rock è stata la forma di ribellione degli adolescenti di ieri. La trap lo è per gli adolescenti di oggi. I figli non vogliono essere come i genitori. Ai genitori di ieri non piaceva il rock, non lo capivano e non lo ascoltavano: essere quindi capelloni, indossare il chiodo e ascoltare chitarre distorte era il modo per dichiararsi diversi, contrapporsi. Ai genitori di oggi non piace la trap, non la capiscono e non la ascoltano. Poi accendono la tv, vedono Sfera Ebbasta, si girano e vedono il figlio vestito come lui: è la stessa cosa. Cambiano solo gli attori. Certo, voler emulare un idolo del rock significa voler imparare a suonare uno strumento per sognare di trovarsi davanti ad una folla e urlare tutto quello che si ha nel cuore. Speriamo che voler emulare un idolo della trap non voglia solamente dire indossare una felpa della Supreme.

Un anno fa pubblicavate il vostro primo album. Cosa è successo da allora?
Nulla. Semplicemente prima non esistevamo e ora esistiamo. E continuiamo ad essere ribelli. A modo nostro.

La vostra musica sembra perfetta per la dimensione live. Avete concerti in programma?
Lo è. E’ certamente dal vivo che si può carpire la nostra vera essenza. Nella nostra prima stagione abbiamo fatto vari live sparsi in giro un po’ per tutto lo stivale in club e festival belli e importanti come Spazio211 e il Beat Festival: un lusso per una band emergente e in un periodo storico in cui si fa molta fatica vista la grande quantità di locali che hanno chiuso i battenti. Stiamo bookando le date in queste settimane e torneremo disponibili a partire dai primi del 2020: per essere contenti ci basterebbe farne tanti quanti + 1.

Talent show: un’opzione o manco per idea?
Un paio di amici ci hanno detto che questa cosa basso-batteria sarebbe accattivante e funzionerebbe ad X Factor. Dicono loro.

Come vi immaginate fra dieci anni?
Sordi.

Il video di Stiamo insieme:

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Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.

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