Cordio, sguardi liberi e gentile malinconia (intervista)

In occasione della pubblicazione del suo primo EP, "Ritratti post diploma", abbiamo intervistato Cordio, giovane talento del nuovo cantautorato scoperto da Ermal Meta. Nelle sue parole, profondità, attenzione e una peculiare, tenace pacatezza.

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È disponibile dalla mezzanotte su tutti gli store digitali Ritratti post diploma (Mescal/Sony Music), il primo EP di Cordio, giovane cantautore catanese. Da sempre innamorato della musica e della scrittura, Cordio studia Writing and Production al CPM di  Milano e pianoforte classico alla Scuola Civica Claudio Abbado, per poi incontrare nel 2017 Ermal Meta, che decide di investire sul suo talento scegliendolo come opening act di diverse date, italiane ed europee, dei suoi tour 2017 e 2018, e producendo e arrangiando i suoi pezzi. Lo scorso anno, Cordio ha partecipato alle selezioni di Sanremo Giovani con La nostra vita, mentre del 2019 la pubblicazione di Angoli e spigoli (in una video walking session acustica), Almeno tu ricordati di me e della più recente Il Paradiso, che l’autore ha descritto così: «È una ninna nanna piena di rabbia. Lessi su internet la notizia terribile di un abuso nei confronti di un bambino da parte di un prete. Mi colpì che fosse avvenuto negli spogliatoi del campetto in cui giocavo a calcio da ragazzino, a Catania. Scrissi di getto questa canzone. Se questa vita è solo il ‘primo tempo’ spero davvero che ogni storia abbia il suo lieto fine. L’impresa eccezionale però è realizzare il paradiso su questa terra. Voglio credere che sia possibile, almeno un po’» . Il 6 agosto scorso, in occasione della nona edizione della serata celebrativa Meraviglioso Modugno, dedicata all’indimenticabile Mimmo, gli è stato assegnato il premio speciale della Federazione Autori per “l’intensità, la sensibilità e la fluidità di scrittura con cui disegna nella Canzone uno stato d’animo”.

Ritratti post diploma, sei brani tra tracce inedite e canzoni già interpretate live ma mai registrate, e per l’occasione vestite con nuovi abiti, è una passeggiata dolce e sincera tra nostalgia e fragilità: mani in tasca e testa bassa, e ad accompagnarlo una melodia diegetica fatta di (curatissimi) richiami alla poetica leggerezza della nuova scuola romana ed echi del miglior pop anglosassone, Cordio osserva la sua storia con l’attenta tensione emotiva di un appassionato cinefilo, e ne cattura nelle iridi stagioni, scorci, carezze, distanze, orizzonti che porta con sé nel suo viaggiare nell’attesa d’incontrare chi, sedendogli accanto e guardando quello stesso film, possa riconoscere in un abbraccio fuori fuoco o in una amichevole risata se stesso e la ragione, forse dimenticata o forse solo riposta, per tributare un grazie alla vita.

LE DATE DEL TOUR

22 Novembre – ROMA, LARGO VENUE
Via Biordo Michelotti 2 – ore 21:30
Biglietti in prevendita: https://diyticket.it/events/Musica/3285/cordio-biglietti

24 Novembre – MILANO, APOLLO CLUB
Via Giosuè Borsi 9/2 – ore 21:30
Biglietti in prevendita:
www.eventbrite.it/e/biglietti-cordio-in-concerto-79565010087
https://zero.eu/it/eventi/179180-cordio,milano

28 Novembre – CATANIA, MA
Via Vela 6 – ore 21:30
Biglietti in prevendita:
http://www.ctbox.it/C23/3587/Content.aspx/Eventi/Concerti/Cordio_28_11_2019

Ieri abbiamo raggiunto Cordio per una lunga chiacchierata telefonica che ha svelato la profondità e l’ironia di un artista in divenire la cui naturale pacatezza diventa inaspettato megafono d’una sensibilità potente e autentica.

LA NOSTRA INTERVISTA

Com’è avvenuta la fatidica transizione da ascoltatore ad autore, su quale spinta emotiva?
Ricordo molto bene la circostanza nella quale è nata la mia prima canzone: una decina d’anni fa, quando avevo 13 anni, avevo visto un videodocumentario su Bob Dylan, “Io non sono qui”, in cui veniva fuori l’essenza della musica folk: mi colpiva che ci fossero questi cantautori con chitarra e armonica che scrivevano di temi sociali e cantavano nelle fabbriche. Non so perché rimasi catturato da questa cosa: forse perché, e l’ho scoperto dopo, non ero uno che amava l’intrattenimento. Ma amavo la musica, e già componevo delle cose al piano sullo stile di Allevi. Non avevo però mai preso in considerazione la musica leggera intesa come intrattenimento pop: ripensandoci, in quel documentario la canzone — una forma espressiva molto bella proprio in quanto leggerissima, che contiene in sé sia la letteratura che la musica, però in fasi riassunte — era a servizio di una piccola intenzione sociale, collettiva, che nel caso di Dylan era il raccontare la classe operaia. E allora scrissi una canzone veramente orrenda (ride, n.d.r.) che si chiamava “Mondo, pensaci tu”, in cui rivolgevo una lettera al mondo invitandolo a fare qualcosa nei confronti delle persone insensibili al tema climatico. Però credimi, non c’era alcuna ragione per farlo: ero in terza media, giocavo a calcio, suonavo il pianoforte… che motivo c’era di preoccuparmi del cambiamento climatico? Poi ho scritto sull’omertà, sul gioco d’azzardo… e poi per fortuna ho capito che dovevo parlare della mia vita, di argomenti su cui avevo qualcosa da dire, o sarei finito per scrivere cose completamente prive di personalità.

In questi primi passi, quali ascolti ti hanno guidato e in che misura hanno influenzato la tua ispirazione?
De Gregori su tutti: ero suggestionato dal fatto che non lo capivo, però capivo che c’era un senso, anche se non razionale. Allora lo intuivo soltanto, perché solo dopo ho scoperto che si ispirava ai surrealisti e cercava di fare con le canzoni ciò che i surrealisti facevano coi quadri. Quando diceva “il mendicante arabo ha un cancro nel cappello, ma è convinto che sia un portafortuna”, a me sembrava una frase bellissima, ma non capivo assolutamente cosa volesse dire, e quella cosa lì mi spingeva a scrivere qualcosa che creasse stupore. Ma lui lo faceva consapevolmente e con grazia, io da “wannabe poeta” che non aveva niente da dire. (ride, n.d.r.)

Il corso che hai frequentato al CPM come ha cambiato, se l’ha fatto, la tua impostazione della scrittura e della composizione?
Ti dico: io ho fatto quel corso perché volevo diventare produttore musicale e arrangiatore, quindi posso dire che mi ha insegnato cose molto tecniche, e ad analizzare perché certe certe canzoni sono grandi canzoni. Ricordo che studiavamo le partiture dei Beatles e i miei insegnanti, a differenza degli insegnanti di Conservatorio che spesso conoscono poco il repertorio leggero e un po’ lo snobbano, erano in grado di sottolineare quelle cose della musica leggera che invece sono ben fatte, e quindi da quel corso ho imparato a trattare brani di musica leggera con la cultura musicale richiesta, che non è e non può essere solo istinto.

Venendo alla tua attività di autore, quando ti approcci alla scrittura di un nuovo testo, da quale cuore parti?
Oggi cerco di avere chiaro quale sentimento voglio raccontare, perché la cosa che ho imparato col tempo è che una canzone deve dire qualcosa. In questo senso, la discografia di Battisti, per esempio, è eclatante, perché tutte quelle canzoni sono film che non vanno bene per qualunque circostanza come a volte si pensa: se scrivi il più generico possibile, nessuno capisce di cosa parli. Oggi, quindi, cerco di raccontare una cosa in un modo preciso: mi rileggo il testo e se trovo un punto non coerente con ciò che desideravo dire — può succedere, le canzoni non si fanno come un ingegnere fa i palazzi, c’è spontaneità — correggo subito il tiro. Mogol diceva che i testi migliori sono quelli che puoi dire al telefono, cioè che puoi leggere dall’inizio alla fine senza che a un certo punto ci sia una stortura, una parentesi su un argomento del tutto diverso. Se cominciassimo ad ascoltare con questo criterio le canzoni che vanno per la maggiore in radio, ne salveremmo pochissime, perché tante non parlano davvero di nulla.

E qual è la gemma dalla quale sboccia l’intero testo?
Tendenzialmente, la maggior parte delle volte tutto nasce dalla prima frase, dall’incipit: per esempio, “Ti ho tradita mille volte” è partita proprio così, e quella frase, la prima che ho scritto, è diventata il gancio, la storia da raccontare. Lo stesso è accaduto con “Il Paradiso”: scritta la prima frase, il resto è nato sulla dicotomia “Il Paradiso è pieno di/In Paradiso non c’è”. Molto naturalmente.

Entriamo nello specifico dei tuoi testi: Ci passavo l’estate ha nei suoni i colori del mare, e nel testo le tonalità della malinconia. Come hai trovato un equilibrio tra due intenzioni apparentemente antitetiche?
Hai colto una cosa molto bella, non facile: la prima stesura del brano era estremamente triste. Doveva essere originariamente arrangiato con chitarra classica e orchestra, e dietro c’era un grande dolore. Poi, una volta in studio, è stata un’intuizione di Ermal capire che però in quella melodia c’era anche una leggerezza, e  le cose malinconiche, soprattutto gli addii, a volte è meglio raccontarle con leggerezza, altrimenti diventano veramente pesanti da digerire. Una leggera ironia ti separa quel tanto che basta per non cascare dentro al tuo dolore. Così, cambiando anche un po’ il testo, abbiamo creato questo contrasto che secondo me rende anche più forte la malinconia di fondo, paradossalmente. 

Nello stesso brano canti “chi non cerca, troverà”: finora in questo viaggio cos’hai trovato di totalmente inatteso?
Tante cose: intanto, ho trovato molte più persone generose e gentili di quante me ne aspettassi. Si fa un racconto sempre un po’ troppo mostruoso del mondo della musica: io ho invece trovato un sacco di belle persone. Sono partito un po’ sulla difensiva, perché tendo a essere una persona con pochi filtri e temevo di essere l’unico; ma alla fine, chi fa musica per lavoro ha una sensibilità di un certo tipo, e questa cosa in effetti mi ha sorpreso. È molto più frequente di quanto si creda incontrare persone semplici e vere: non so se sono stato fortunato io o se sia davvero così, ma a me è capitato.

Torniamo al tema del viaggio, molto ricorrente nel tuo scrivere: qual è il bagaglio che ritieni assolutamente indispensabile, in questo cammino professionale?
Come ti dicevo all’inizio, il desiderio di fare qualcosa di utile: guardandola dall’alto, uno può fare anche tutto il successo di questo mondo, ma, come dice Caparezza, “avrà sempre più paganti la Fontana di Trevi” (ride, n.d.r.), che mi sembra un ottimo riassunto! Puoi anche diventare Vasco Rossi, ma tra cento anni il tuo passaggio nel mondo avrà la stessa risonanza di quello del fruttivendolo: due uomini che hanno semplicemente vissuto la loro vita. Quando penso a questa cosa, io penso che mi piace vivere questo lavoro dell’autore di canzoni cercando di dire qualcosa di utile per gli altri e per me, di non fare il narciso e basta. Quando sento cantanti che mettono al centro della loro opera solo loro stessi, senza nessuna attenzione per la vita degli altri, la cosa mi infastidisce un po’. Sulla copertina di questo disco non ci sono solo io per questo motivo: a me interessa raccontare qualcosa che non deve poter appartenere solo a me.

Ritratti post diploma mi ha riportato alla mente Studentessa universitaria di Simone Cristicchi nel suo raccontare di sogni coltivati e sogni frantumati dall’impatto con una quotidianità che esige realismo: quanto c’è dei tuoi progetti post diploma nel viaggio odierno, e cosa hai dovuto lasciar andare?
In qualche modo sono ancora quel ragazzo: non mi sono laureato, quindi il mio post diploma è andato avanti. Ci sono in me la stessa curiosità e lo stesso desiderio di imparare. Di diverso c’è che sono un po’ più concreto, per fortuna: prima sia nel lavoro che nelle relazioni ero molto felice di non prendermi nessuna responsabilità, e di non scegliere. Questa cosa adesso è decisamente cambiata.

Quindi essere sognatori e insieme concreti è possibile…
Certo. La chiave sta nel realismo. Per quanto mi riguarda, ora è realistico pensare di poter fare qualcosa con la mia musica, ma lo è non solo perché ci credo io, come accadeva prima: lo è perché lavoro con delle persone che ci credono quanto me e hanno voglia di fare un progetto a lungo termine. Per ora non ho collezionato dischi d’oro, eppure per mia fortuna la Mescal è sempre lì a crederci e a finanziare le mie iniziative, siano esse canzoni o concerti. 

In riferimento alla Itaca omerica che citi in Ritratti post diploma, qual è la “casa” — sia essa una persona, un luogo, uno stato d’animo — alla quale torni sempre?
Il fare questo lavoro in un modo libero, di fare tutto in un modo libero, senza l’autocensura che spesso invece mi pongo per paura forse di essere giudicato. Quella è un’immagine a cui torno spesso.

Altro che artista mi ha richiamato echi dell’ironia di Daniele Silvestri: è introspettivo, ma insieme leggero. Quasi “di rottura”, rispetto al tuo consueto modo di raccontarti…
Sì, è in realtà un pezzo molto introspettivo, ma musicalmente è molto autoironico: il brano originariamente nasce perché Ermal mi aveva appena detto che avrebbe prodotto il mio disco, due anni fa, e io fui colto da una crisi di ansia da prestazione (ride, n.d.r.), nel senso che avevo paura che questo artista, che io tanto stimavo e tanto conoscevo e che per caso avevo poi incontrato, stesse vedendo in me qualcosa che non c’era, che avesse preso l’abbaglio di sopravvalutarmi sulla base di due canzoni, ma in realtà avrebbe da lì a poco scoperto che io ero assolutamente privo di talento e di contenuto. Infatti, la versione iniziale è struggente, drammatica, dark… addirittura diceva “altro che artista, sono soltanto più triste di te”. Era di un’autocommiserazione insopportabile! Quando a gennaio ci siamo trovati per registrarla, avevo superato quel senso di angoscia e avevo recuperato fiducia in me stesso, perciò risuonarla in quel modo così tetro mi pesava. Così, ho coinvolto il mio amico autore Lorenzo Vizzini, che ha scritto per la Vanoni, per Arisa, per Renato Zero, e lui mi ha aiutato a raccontare quella stessa cosa con autoironia. Come se ne parla quando si è a tavola con qualche nuovo amico che magari si è fatto di te chissà che idea, e tu stesso gli fai notare col sorriso che nessuno è perfetto. Si tratta di un pezzo che però spero non risulti stupido, perché in fondo è una canzone sull’apparenza, che in questo momento regna sovrana in ogni ambito, social in primis. Non sai quanta tristezza mi fa quando vedo profili di cantautori che stanno ancora muovendo i primissimi passi della loro carriera e si prendono sul serio come se fossero già arrivati, promuovendo con enfasi successi e numeri che non esistono. Per carità, io non sono di certo nel calderone degli artisti di successo e va benissimo così, però ecco, mi fa sorridere che c’è chi millanta chissà quali risultati. “Artista” è la parola più abusata del mondo, perché poi senti un’intervista di De Gregori che dice che il testo de “La donna cannone” è poeticamente imbarazzante e la salva solo la musica, e allora capisci che non hai capito niente e che devi ricominciare daccapo! (ride, n.d.r.)

Mi collego a questa tua ultima considerazione e ancora al testo di Altro che artista: qual è, a tuo modo di vedere, l’elemento fondamentale che distingue un artista da un bluff?
Sicuramente il non dirselo da solo, perché è un titolo che devono riconoscerti gli altri. È una domanda difficile. Penso che l’artista sia qualcuno che riesce veramente, col talento che ha e che ha coltivato, a creare stupore, a raccontare con un quadro, con un film, con una canzone, qualcosa che in effetti solo il suo sguardo è riuscito a intercettare, e che le sue parole o la sua mano riescono a riprodurre in un modo davvero unico. Quello crea arte, stupore, aggiunge qualcosa, che si parli di sentimenti o di politica è indifferente: una bella canzone d’amore è molto meglio di una brutta canzone politica.

Nei testi che scrivi ricorre spesso la figura del bambino, nella sua ingenuità e nel suo candore, elementi che si ritrovano talvolta anche nel tuo sguardo. Si tratta di un aspetto che hai conservato in te e che, in qualche modo, ti ispira?
Potrebbe essere: è una cosa di cui non mi rendo troppo conto, ma sicuramente c’è un punto di vista molto limpido.

Dal punto di vista delle sonorità, questo EP sorprende: tanti sono, infatti, gli “scarti prospettici” rispetto ai singoli proposti in precedenza. Come ci hai lavorato?
Devo dire che gli arrangiamenti sono in gran parte il risultato del lavoro di Ermal: io gli portavo le canzoni spoglie. “Quella giusta”, per esempio, l’ho scritta sul divano alle due di notte, e l’abbiamo voluta realizzare aggiungendo pochissimo a quello che c’era. “Angoli e spigoli”, invece, aveva solo l’arpeggio di chitarra che si sente per tutto il pezzo, ed Ermal ci ha costruito sopra un mondo. Diciamo che la base d’ispirazione era la scuola romana, come hai detto tu: a partire da questo, Ermal ha un grande gusto come produttore, quindi ha costruito un sound particolare su tutti i brani. Quello di “Ci passavo l’estate”, che ho citato all’inizio, l’ha reinventato lui completamente: io non avrei mai fatto una canzone così se non l’avessi realizzata con lui, tirando fuori un reggae all’italiana con i mandolini. Però te lo devo dire, non mi prendo troppi meriti, perché quello è un lavoro tanto importante fatto da lui.

Qual è il terreno comune sul quale vi incontrate?
Una bella domanda. Siamo persone sicuramente diverse, ma penso ci sia una comune sensibilità: siamo entrambi molto empatici, entrambi in modo diverso un po’ insicuri; Ermal, poi, ha rivisto tante volte in me dei comportamenti che aveva lui alla mia età, perciò sa riconoscere quali sono i collegamenti mentali che ti portano a fare certe considerazioni e ha sempre cercato di evitarmi gli errori che ha fatto lui in passato.

A proposito di sensibilità: in che misura la scrittura ti aiuta a “metabolizzarla” e a tradurla in arte?
Cerco di essere molto fedele: per me scrivere è una grande salvezza, perché intanto è un modo per non dimenticare, per fissare le cose al di là del fatto che poi le superi, e questo per me è molto importante, perché crea memoria, come tenere un diario o fare delle fotografie. Le canzoni sono fotografie di emozioni che passano, alcune anche in fretta, e a differenza di quelle emozioni sono destinate a restare. Il modo in cui cerco di scrivere è davvero improntato alla più assoluta sincerità: in questo EP mi metto veramente molto a nudo. Per farti un esempio, “Ti ho tradita mille volte” è una dichiarazione senza filtri in cui dico esattamente quello che ho provato, e l’ammettere nel pezzo la mia fragilità non è il risultato di calcoli: io sono proprio così, e quella sensazione che sentivo ho cercato di tradurla nel modo più onesto possibile. Da persona dolce, mi viene naturale esserlo nelle parole che uso e nel modo in cui canto, non ne faccio una vergogna… oddio, all’inizio forse un po’ sì, perché non ti senti figo a essere dolce. Ma la sincerità è l’unica via per sentirsi realizzati nell’esprimersi. Se non ti esprimi per ciò che sei, non riesci a godere della cosa più bella, che è l’essere riuscito a sciogliere un nodo emotivo mettendolo nero su bianco in modo efficace. La massima realizzazione di chi scrive canzoni.

Ce ne sono tanti, di nodi che ancora ritieni di dover sciogliere scrivendo?
Tantissimi. Sono una persona poco semplice, nel senso più sconveniente del termine: le persone semplici sono dotate della capacità di collegare cuore e testa con una linea retta. E io non appartengo alla categoria, per cui nelle relazioni sentimentali o amicali, nel lavoro, spesso vivo una gran confusione tra ciò che mi dice il cuore e certi pensieri.

Qual è l’insegnamento più importante che hai portato a casa dalle esperienze live degli ultimi due anni?
Tanti. Per cominciare, son passato dall’essere terrorizzato all’essere contento di salire sul palco e di avere attenzione. Mi ha fatto crescere tanto anche dal punto di vista umano: la fortuna di iniziare il mio percorso con Ermal è che comunque nel suo caso l’uomo e l’artista si assomigliano, ciò che Ermal porta sul palco è la sua verità. Parlarci prima e poi vedere il suo concerto mi insegnava a tirar fuori di me sempre ciò che ero, che sono: ero inizialmente intimidito dallo sguardo degli altri, io che coi miei amici sono una persona molto estroversa, per cui ho imparato a far coincidere ciò che sono con ciò che canto. Questo mi ha aiutato molto a svegliarmi.

Parafrasando La nostra vita, e fermo restando che la musica prende la forma dell’anima di chi la fa propria, cosa vorresti che restasse negli occhi di chi, ascoltandoti, guarderà il mondo attraverso i tuoi?
Mi piacerebbe che restasse la mia voglia di vivere: alcune mie canzoni risultano malinconiche, rivolte al passato, nostalgiche, ma in realtà questo non vuol dire che io non ami la vita o che viva le cose in modo drammatico. Anzi, sono molto felice, e molto curioso di scoprire ogni giorno cosa mi aspetta.

Ti appresti ad affrontare per la prima volta dei concerti come assoluto protagonista: su cosa stai focalizzando le tue energie in questi giorni di preparazione?
Su quanti biglietti vendiamo! (ride, n.d.r.) No, scherzo, sto focalizzando le mie energie sul fare un concerto che sia all’altezza di quelli che ho visto fare agli altri. Mi è successo qualche mese fa di andare a vedere un concerto e di mettermi a piangere durante una canzone: quella cosa là per me è stata molto significativa, perché tante volte mi chiedevo “boh, forse è una perdita di tempo questa cosa di credere nelle canzoni, ci credo solo io”, sai, quei tipici discorsi di chi ogni tanto si sente un po’ alieno. E invece ho capito che in quel momento mi ero ritrovato a piangere perché il sentimento raccontato nella canzone che mi stava commuovendo stava risvegliando in me tanti ricordi e stava riportando in vita anche alcune persone e alcune circostanze a cui non pensavo più. E lì ho capito anche che quello è un lavoro molto importante: spendere dei soldi per partecipare a un concerto ha senso nella misura in cui ti abbandoni a un altro che ti porta, attraverso le cose che ha da dire, a compiere un viaggio emotivo, e quel viaggio ti cambia, ti fa uscire diverso da come sei entrato. Quindi, in fondo ciò che spero è che chi viene a un mio concerto, attraverso le suggestioni che porterò in scena possa tornare a casa con una piccola conchiglia in tasca, che sia un ricordo o una speranza riaccesi. Ho capito che per me la musica non si distingue in bella e brutta, ma in musica che m’ispira e musica che non mi ispira: quando sento una canzone e a un certo punto inizio a pensare ad altro, quella per me è una buona canzone, perché mi sta portando in un luogo diverso ed è portatrice di una energia che mi sta risvegliando un pensiero. Quando invece un pezzo mi spegne la mente e non mi evoca ricordi, so che non la riascolterò.

Da persona che scrive e che compone, in cosa credi risieda la capacità della musica di arrivare più lontano delle parole?
Il suono non parla alla ragione: pur indicando un sentimento — e la musica classica ne è un esempio chiarissimo —, il modo in cui questa cosa si insinua nel cuore e nel corpo credo risvegli delle emozioni davvero profonde. Amo le canzoni perché, come ti dicevo prima, sono un confettino, un caffè, una piccola cosa facile che però, se fatta veramente bene, ha il potere di entrare in quella profondità con un incantesimo basato su pochi ingredienti.

La tua ricerca creativa sta già dirigendosi altrove?
Sì, ho scritto tante canzoni una volta chiuso l’EP, e ho notato a un certo punto un passaggio, per cui ho abbastanza chiaro in mente dove voglio andare con il primo album. “Ritratti post diploma” mi ha richiesto due anni per realizzarlo, tra la scelta del titolo e dei pezzi… ora penso che passerà molto meno per la pubblicazione dell’album, ma ho ancora tanto da scrivere e da mettere a punto.

Che cosa certamente troveremo nei tuoi prossimi lavori, qual è il tuo marchio di fabbrica artistico?
Spero sia questa nostalgia gentile che penso mi caratterizzi. Difficilmente mi sentirete gridare o accusare qualcuno: mi piace pensare di poter essere un cantautore che dà voce a chi vuole ascoltare canzoni genuine come un piatto con le zucchine prese dall’orto, parlando di sentimenti profondi senza mai alzare la voce o puntare il dito.

Un’ultima domanda: in futuro questo sguardo così introspettivo pensi si sposterà più frequentemente sul mondo che ti circonda?
Sì, penso di sì, ma è ancora presto: devo finire di sciogliere un po’ di nodi prima di poter guardare fuori.

Per tutte le info sugli appuntamenti live e per interagire direttamente con Cordio, vi rimandiamo alle sue pagine TWITTER e FACEBOOK.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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