Perché “In questa città” di Max Pezzali è un piccolo capolavoro

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Max Pezzali

Un paio di settimane fa è uscito l’ultimo singolo di Max Pezzali, In questa città.
Leggendo il titolo, il primo riferimento che viene in mente è un verso di Con un deca, storico brano degli 883, però qui si parla di tutt’altro: la canzone infatti è dedicata alla città di Roma, dove Max ha vissuto per una decina d’anni con la prima moglie e dove torna più o meno ogni dieci giorni per trovare il figlio Hilo di 11 anni (che appare nel finale del video). È proprio a lui, infatti, che si riferisce il verso “mi ci porta il cuore” nel dialogo in macchina con il taxista.

Ma perché In questa città è un piccolo capolavoro?
Perché in poco più di tre minuti di canzone Max ritrova lo smalto dei tempi d’oro, quelli degli 883 e delle storie di provincia, mette insieme piccoli flash con grande lucidità e con la maturità dei 52 anni, tirando fuori dal cilindro non un coniglio ma addirittura… un cinghiale!
E da “forestiero ma non troppo” riesce a raccontare Roma e i romani con verità (anche topografica, cosa non da poco) come nemmeno loro stessi riuscirebbero a fare.
Nelle parole della canzone si possono trovare l’amore, l’orgoglio per la città e la sua unicità che può avere solo chi ci è nato o ci ha vissuto a lungo, che portano a chiudere un occhio e spesso anche tutti e due sui mille problemi che quotidianamente si devono affrontare, ma allo stesso tempo Max riesce a vedere Roma con la lucidità e l’obiettività che ha chi “viene da fuori”, riuscendo quindi ad analizzare la città, l’umanità che la popola e i suoi difetti meglio di tanti romani.
Chi scrive, da romano emigrato in Veneto da 10 anni che torna a Roma 3-4 giorni al mese, si ritrova molto nella condizione di Pezzali, e forse è proprio questo che mi ha fatto empatizzare enormemente con la canzone già dal primo ascolto fino a farmi emozionare.

Ma a prescindere dal legame che il sottoscritto ha sviluppato in nemmeno due settimane con questo brano, non credo si possa parlare di lesa maestà o di volo pindarico se si afferma che In questa città è la Roma Capoccia di oggi.
Perché Pezzali racconta la città con lo stesso amore con cui quasi cinquant’anni fa l’aveva descritta Antonello Venditti, quella Roma che è appunto “capoccia” perché anche quando vorresti “dare una calcio a tutto sa presentarsi col vestito buono e sussurrarti nell’orecchio che si aggiusterà” grazie alla sua bellezza e alla sua magnificenza, però è capoccia sì, ma “der monno infame” perché è vero che se sbagli di dieci minuti il momento in cui uscire di casa puoi invecchiare sulla Tangenziale est a Prati fiscali così come è vero che per arrivare da Tomba di Nerone (che sta veramente “proprio in culandia”) all’EUR è un viaggio, così come è normale amministrazione passare la giornata in macchina vedendosi sfrecciare da ogni parte motorini e macchinette, unico modo per muoversi dentro la città in tempi ridotti, visto che con l’automobile è una tragedia trovare parcheggio in centro o dover attraversare la città quando i varchi ZTL sono attivi, mentre i SUV, spesso in doppia e tripla fila, ingombrano le strade di una città che non è fatta per loro.

Max racconta la Capitale con la canzone perfetta: un testo semplice ma tutt’altro che banale, senza una parola fuori posto o una frase messa lì per “suonare bene” e riempire la strofa, ma in cui ogni concetto ha un senso, rappresenta un flash di una situazione di vita vera e un’immagine ben definita.
Ed è un capolavoro per questo, perché nella sua semplicità, anche grazie a una musica semplice ma bella, efficace ed estremamente azzeccata, racconta la realtà, racconta la vita che 3 milioni di persone vivono ogni giorno “in questo frullatore”.

Certo, probabilmente chi non è di Roma faticherà ad apprezzare a pieno questa canzone: chi non ci ha mai vissuto non riesce a cogliere completamente tutte le sfumature delle dinamiche cittadine e di quartiere, però In questa città è una fotografia perfetta, vera, senza cliché, senza retorica e senza luoghi comuni della città di Roma nel 2019 in cui ogni romano, di nascita o acquisito, non può non riconoscersi.

Per finire, direi che dopo aver passato a pieni voti anche l’esame sul corretto uso della parola “sticazzi” (per chi avesse ancora dei dubbi può ripassare la lezione del prof. Rocco Schiavone) si può ufficialmente consegnare a Max Pezzali il titolo di “romano de Pavia”.

Ecco il testo di In questa città e, più in basso, il videoclip.

Era meglio se scendevo prima a Tiburtina,
siamo in mille e i taxi forse solo una decina,
però poi trovavo il tappo sulla tangenziale,
a Prati Fiscali ci si può pure invecchiare.
E invece qui si taglia dentro da Villa Borghese,
il taxista che mi chiede: “Lei è milanese?
Certo che anche voi dell’Inter state messi male,
a noi ci resta solo il derby della capitale.
Però Tomba di Nerone sta proprio in culandia,
come ci finito là? Mi scusi la domanda”.
Gli rispondo solamente “mi ci porta il cuore”,
sceglie tutto: gioie, lacrime, pure il quartiere.
Chissà se stasera incontro il mio amico cinghiale,
che non è un soprannome è proprio l’animale,
che mista simpatico perché ha lo sguardo triste
ma mi fa le feste.

In questa città
c’è qualcosa che non ti fa mai sentire solo
anche quando vorrei dare un calcio a tutto sa
farsi bella e presentarsi col vestito buono
e sussurrami nell’orecchio che si aggiusterà
sennò anche sticazzi,
che se non passerà,
che se non passerà…

Roma nord, Roma sud, Roma ovest, est,
qui si vive in macchina come a Los Angeles.
Si capisce che sei del nord che guidi da sfigato
mentre il fiume scorre lento tra i campi di paddle.
Gli SH fanno a gara con le macchinette,
SUV di 5 metri in strade sempre troppo strette,
meglio starsene rinchiusi nel proprio quartiere
tranne sabato che andiamo tutti a pranzo al mare.
C’ho un amico che sta all’EUR però arrivarci è un viaggio,
c’ho un amico ha un bar in centro ma non c’è parcheggio,
e ne ho pure uno a Trastevere ma il varco è attivo,
ma è un amico e mi capisce quando arrivo arrivo.
Pariolini, alternativi, coatti ripuliti,
gente che lavoro duro e sòla ben vestiti,
3 milioni di persone in questo frullatore
che non puoi lasciare.

In questa città
c’è qualcosa che non ti fa mai sentire solo
anche quando vorrei dare un calcio a tutto sa
farsi bella e presentarsi col vestito buono
e sussurrami nell’orecchio che si aggiusterà,
sennò anche sticazzi,
che se non passerà
tu vieni su al Gianicolo a guardare la città.

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Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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