Brunori e “Vorrei”, la poesia di un incontro

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Brunori Sas in concerto al Carroponte il 30 giugno 2017 - © Foto: Riccardo Medana

Non avevo ancora visto l’Assedio, il nuovo programma di Daria Bignardi su Canale9. L’ho fatto per la prima volta mercoledì scorso perché tra gli ospiti – devo dire con il senno di poi tutti piacevolissimi – ce n’era uno che mi incuriosiva particolarmente e che seguo ormai da anni: Dario Brunori.

Quella che la Bignardi ha tenuto con Brunori è stata una chiacchierata più che un’intervista vera e propria. Uno scambio di parole e battute condite dalla solita sfacciataggine volutamente costruita del cantautore cosentino. Dalla sua arguta ironia che, probabilmente, maschera un pizzico di timidezza.

Quando vedi Dario Brunori in TV e lo ascolti cantare o parlare e sei calabrese, non puoi che provare un unico sentimento: orgoglio. Perché lui racconta di non essere campanilista ma l’accento tipicamente e marcatamente cosentino non lo nasconde mai. E quando riconosci qualcuno che parla come te, ti senti un po’ a casa. Come a casa ti hanno fatto sentire sempre le sue canzoni.

La calabresitá fa parte del suo essere più naturale e rilassato e si affaccia forte quando – raccontando il legame con sua madre – non si definisce mammone ma calabresamente mammarulo”, o quando citando proprio lei – Mammarella Sas, una delle due donne più importanti della sua vita da cui ha ereditato la passione per la musica –il dialetto si fa largo in maniera naturale: “Ogni tanto mi abbraccia e ironicamente mi dice che Simona, la mia compagna, in fondo è ancora un’estranea. E poi aggiunge: senti a me Dario, ricogliti alla casa”.

Da calabrese ho sempre provato poca simpatia per chi “riduce” la mia terra al mio dialetto, quasi a volerlo descrivere come un simbolo di arretrata grettezza che caratterizza, nella mente dei più, la regione in cui sono nata. Mi ci sono voluti anni e giornate trascorse a km di distanza da casa e dagli affetti più grandi, per imparare a riconoscere la ricchezza di quel vernacolo e per andare fiera delle mie vocali aperte che, da sempre, hanno reso chiare a tutti le mie origini.

Lui, Brunori, è un calabrese che ce l’ha fatta, senza cambiare e senza scappare. Forse per questo mi piace tanto. È rimasto fedele al suo stile musicale nonostante il “grande successo” a un certo punto sia arrivato. Ha sempre parlato di quello che sapeva, delle problematiche della sua generazione, del mondo che gli cambiava intorno, della sua storia, della sua crescita di uomo e di artista e inevitabilmente anche della sua casa. Ha saputo raccontare, negli anni, il bello e il brutto di una regione meravigliosa e complicata con estrema realtà e verità senza mai cadere nei clichè e nei luoghi comuni.

Oggi vive ancora a San Fili, il suo Paese di origine, e mentre intervistato dalla Bignardi ripete ancora una volta di non essere campanilista, gli si illuminano gli occhi se parla della bellezza della Calabria e delle montagne che si gettano a picco sul mare. Quelle che sono state la vista che gli ha dato l’ispirazione, durante una delle sue passeggiate, per scrivere Al di là dell’amore. Il primo singolo che anticipa un album di inediti che uscirà con ogni probabilità il prossimo gennaio.

In attesa di ascoltare i nuovi testi però Brunori ci ha regalato nelle scorse settimane due cover degne di nota.

Sarà forse colpa di tutti i tragitti che ho percorso su rotaie, dei treni che ho perso e di quelli che hanno accumulato ritardo nel loro percorso mentre io ci stavo sopra. Ma alle coincidenze, nei trasporti e nella vita, ho sempre creduto poco.

Ho vissuto quindi come un segno e non come un caso l’uscita di due album importanti nella stessa giornata (il 15 novembre) e ancor più il fatto che quando mi sono ritrovata a leggere la tracklist dei due CD, abbia scoperto che proprio le canzoni che in quei dischi hanno per me un significato particolare, erano interpretate da Brunori Sas.

Gli album in questione sono Diari aperti – Segreti svelati e Note di viaggio, le canzoni Anche fragile e Vorrei. In questi giorni le ho ascoltate di continuo fino quasi a consumarle. E per quanto abbia adorato il duetto con Elisa in cui – per stessa ammissione di Dario – c’è stato un tentativo, a mio giudizio ben riuscito, di “unire una voce cristallina pura e nordica” come quella della Toffoli a “questa specie di rantolo indefinito e malinconicamente calabro” che da anni è il segno distintivo brunoriano, ammetto che il mio cuore è impazzito per Vorrei.

Lo dichiaro subito: non sono una fan di Guccini ma ho sempre amato Vorrei che è per me una delle canzoni d’amore più belle che siano mai state scritte. È sempre stata quella a cui pensare quando tentavo di descrivere e raccontare l’amore puro e vero.

Non esiste frase più profonda da dire a qualcuno se non “Non sono quando non ci sei”. Ho sempre immaginato che Guccini usando queste parole non volesse annullare l’unicità dell’individuo e o ammettere che la propria esistenza ruota attorno a quella dell’amato, ma piuttosto sottolineare come si è davvero se stessi solo di fronte all’amore.

L’Amore con la A maiuscola che ti fa vivere ogni giorno nella sua unicità e pienezza, senza paura del futuro e senza rivolgere il pensiero alle conseguenze (che oggi restasse oggi senza domani) ma ti fa sperare in una perenne condivisione (e domani potesse tendere all’infinito).

È sempre stato insomma uno dei testi che ho sentito più intensamente e ascoltare la versione arrangiata da Mauro Pagani e interpretata da una voce rassicurante e calda come quella di Brunori Sas è stato per me un vero e proprio regalo. Una coccola che mi concedo di ascoltare più e più volte nell’arco della stessa giornata.

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