Maurizio Marsico, ex enfant prodige della new wave italiana, si racconta

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Un libro che racconta la storia di uno che nei primi anni 80 esordisce nel mondo della discografia. Life On Marsico, scritto da Christian Zingales per Goodfellas (207 pagg. 14€), esplora dall’inizio ai giorni nostri il percorso artistico di Maurizio Marsico. La chiamavano New Wave e Marsico muoveva i primi passi incrociando personaggi di spicco. Per esempio sarà Ludovico Einaudi, allora tastierista di Venegoni & Co., a vendergli un Fender Rhodes, mentre non accetterà l’acquisto di un Hammond offerto da Demetrio Stratos. Nel frattempo Marsico suona nella Junior Big Band di Giorgio Gaslini. Corte dei Miracoli e Comuna Baires sono i locali milanesi che frequenta. Tentato dalla musica contemporanea di Cage e Stockhausen, l’artista preferisce cavalcare la nuova ondata rock, senza però dimenticare la lezione dadaista di Marcel Duchamp. Si cresce e i nuovi locali anni Ottanta sono Odissea 2001, Punto Rosso, Plastic, La Luna, Big Laura Story: Marsico li frequenta tutti, arrivano le prime incisioni, fino a coniare il nome di Monofonic Orchestra con il quale sigla tutte le pubblicazioni anni Ottanta. 

Da dove si comincia?
Si comincia dalla Milano fine anni ’70, quando in ogni cantina c’era una band che suonava, quando i dischi che arrivavano d’importazione erano un sogno proibito, quando tra musicisti di ogni genere si era come fratelli, quando per telefonare ci volevano i gettoni e lo si faceva soltanto per cose davvero importanti. Quando essere musicista era più figo che essere un calciatore o un influencer. Quando bastava un disco nuovo da ascoltare per trascorrere un intero  pomeriggio o una serata con la ragazza o con gli amici. 

La città su cui agire era Milano, com’era la città in quel periodo in parallelo con quella di oggi?
Facile dire si stava meglio quando si stava peggio. Il passato solitamente dipinge di rosa ogni ricordo al punto di far apparire le peggio persone e le peggio cose di ieri, meglio del meglio di oggi. In generale penso non sia mai così, però l’unica cosa di cui sono certo è che Milano oggi è climaticamente più calda e umanamente più fredda. L’esatto contrario di 40 anni fa. 

Ricorda quella volta che si presentava il disco Music Design e lei si divertiva a disturbare i convenuti tracciando righe sul pavimento con un nastro adesivo?
Fu un intervento/installazione in puro spirito Fluxus. In verità le righe e i puntini che tracciavo sul pavimento e sulle pareti erano pentagrammi e note, che via via nei giorni successivi alla presentazione si sarebbero staccate, trasformandosi in detriti informi, appiccicosi, insignificanti… più che una composizione, una vera “decomposizione” musicale. Le note caddero afflitte sul pavimento quasi una metafora di tutte le volte che possono “cadere”, se chiamate in causa a sproposito.

E quella volta al Plastic (a proposito: è notizia di questi giorni la scomparsa del patron del locale) che si divertiva a spaccare dischi. Che occasione era?
Credo fosse il 1981, ma per esserne certi basta sfogliare il bel libro di Zingales. L’occasione in quel caso fu la pubblicazione dell’album “Matita Emostatica” di Materiali Sonori che tra l’altro in questi giorni è stato appena ripubblicato proprio da Spittle/Goodfellas. I gruppi avrebbero dovuto suonare tutti in playback così mi dissi: perché mai rinunciare all’opportunità di creare un’azione fortemente simbolica ma viva, mentre il mio brano funge da semplice colonna sonora.

Perché identificarsi per alcuni anni come Monofonic Orchestra? Quanti lavori fatti con quel nome?
L’idea iniziale fu quella di una band, composta da una sola persona, ma che suonasse sia in studio che dal vivo, con l’impatto, l’energia e l’eterogeneità di un gruppo e non di un semplice solista, seppur polistrumentista. Nel tempo ha assunto però forme assai diverse dal duo, al trio, fino a un organico allargato, quasi una vera e propria orchestra. Direi che oggi per me Monofonic Orchestra è sinonimo di un progetto/workshop aperto a innumerevoli possibilità. Con questa sigla ho inciso “Music Design” e “Friends’Portraits” per Italian Records, “Silver Surfin” per Ariola Records, il disco “Invito a Cena” incluso al numero di gennaio 1982 di Frigidaire e il mio brano “Lucy’s 1st Appointment” per Materiali Sonori e in tempi assai più recenti, «Post_Human Folk Music» per Spittle. 

C’è stata fratellanza con le espressioni legate al fumetto d’autore, Frigidaire e compagnia bella. Quali erano i presupposti, quali i nomi da ricordare?
Circostanze irripetibili che, come si legge nel libro, mi catapultarono in situazioni memorabili. Adoravo i fumetti e mi ritrovai insieme ai più grandi disegnatori di fumetti al mondo a combinarne di ogni: Stefano Tamburini, Massimo Mattioli, Tanino Liberatore, Andrea Pazienza… pensavo ingenuamente che quei momenti potessero non finire mai. 

Colonne sonore di film suonate in diretta, quali?
Certo che sì, e direi molto prima che la sonorizzazione in diretta di film più o meno introvabili, diventasse pratica comune, atta a rendere digeribili musiche altrimenti indigeribili. Diciamo che smisi quando gli altri cominciarono a farlo, come del resto ho fatto, quasi sempre nella mia vita. Per quanto riguarda i titoli direi che il primo fu «Nosferatu» di Murnau nel 1981 e l’ultimo «Farmer’s Wife» di Hitchcock nel 2000, in mezzo non mi feci mancare proprio nulla: da Beckett a Genet, da Duchamp a Melies, da Bunuel a Leger.

Arriva la partecipazione a programmi televisivi di prima serata con Serena Dandini, ospite fisso per intermezzi musicali. Ricorda?
Euforico e sconsiderato. Sotto certi aspetti nonsense, come la canzone dei Beatles «Obladi Oblada», da cui il titolo del programma. Era il 1985.

Un disco dedicato a Milano con Andrea Tich, a sancire la voglia di collaborazioni come quella volta a Pisa per un’esibizione collegata alla prima grande mostra dedicata a Frigidaire. Era con lei un musicista del giro dei Bow Wow Wow e degli Adam and The Ants che allora andavano forte…
Di quel disco (Milano 1991) prevalentemente strumentale Andrea Pedinelli, nel suo libro “La Canzone a Milano» (Hoepli, 2015), ne parla come di un piccolo gioiello. Quel musicista, compagno dell’avventura pisana, si chiama Harley Price e oggi fa ancora l’artista e nel suo curriculum di mostre e altro ha segnalato proprio la  performance di Monofonic Orchestra a Palazzo Lanfranchi di Pisa.

E più recentemente un cd con Riccardo Sinigaglia. Elettronico?
Sì, naturalmente. Nel senso che sia per Riccardo sia per me, non c’è nulla di più naturale e spontaneo della musica elettronica e infatti il disco “Nature Spontanee” documenta proprio questa nostra comune attitudine in modo quasi perfetto. Riccardo è un musicista eccezionale completamente centrato in ogni cosa che fa. Riccardo, come solo i grandi musicisti sanno fare, scrive e suona soltanto ciò che è. Incontrarci a suonare e registrare dopo oltre quarant’anni è stato per me come se avessimo smesso solo da qualche minuto , o che ci fossimo assentati appena un attimo. Un attimo lungo una vita. Qui e ora, ora sempre. Forse in qualche piega del tempo stiamo suonando una jam infinita a cui ci riconnettiamo ogni volta che ne capita l’occasione.

A un certo punto un po’ di silenzio discografico, durato un decennio. Cosa è successo?
Per la verità in mezzo ci furono anche tantissime altre cose: gli album «Mefisto Funk» e «Il Sole visto dal Cielo» vogliamo dimenticarli? Tanti mix e remix, musiche per video, per il teatro, la pubblicità, videogames, installazioni sonore, concerti deliranti e non.

Nell’epoca dei “social” mi pare lei non sia particolarmente social. C’è una ragione particolare?
Penso che i social siano lo strumento d’elezione delconsumismo populista, la dittatura globale di cui ognuno di noi è più o meno collaborazionista. Fondamentalmente sono per un uso fortemente consapevole della tecnologia. Sarà perché fin da quando avevo i calzoni corti facevo musica con gli elaboratori e le schede perforate, o perché fui tra i primi in Italia ad usare batterie elettroniche programmabili e campionatori su disco, ma ho maturato un certo scetticismo per le innovazioni tecnologiche soprattutto se accompagnate alla parola gratis. Credo che in questo nostro mondo non ci sia proprio nulla di gratis. Pensiamo di risparmiare telefonando gratis a New York, ma poi quella stessa telefonata la ripaghiamo con gli interessi, in mille maniere che nemmeno sospettiamo. Pensiamo ad esempio alla grandissima comodità che abbiamo tutti nel ricevere a casa le cose che acquistiamo on-line, e al suo contrappeso di un incremento parossistico del traffico cittadino creato da corrieri, trasportatori, runner e affini.

Veniamo ai giorni nostri. Nell’ordine quali uscite discografiche sono arrivate? E quali progetti ancora in cantiere o di imminente pubblicazione?
A dicembre uscirà su vinile un album che mi sta particolarmente a cuore: “The Greatest Nots” (Plastica Marella) composto e suonato a quattro mani e cantato a due voci con Stefano Di Trapani A.K.A. System Hardware Abnormal, A.K.A. Demented Burrocacao. È da poco uscito anche il CD “Extrasussurrante”, il sequel di “Architettura Sussurrante” di Alessandro Mendini (Lacerba/Audioglobe) al cui interno c’è il mio brano inedito “Expanded Interiors”. Per chiunque invece non conoscesse ancora il mio lavoro, o semplicemente come perfetto compendio sonoro alla lettura di “Life on Marsico”, suggerisco infine l’ascolto dei miei album “The Sunny Side of The Dark Side” (Spittle 2017) per il Marsico di ieri e “Post_Human Folk Music” (Spittle New 2018) per il Marsico di oggi.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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