“Spesso ho incontrato i musicisti che suonano per la mia etichetta per caso. Mi imbatto nella musica oppure no. Me ne accorgo quando la sento, in un determinato ambiente, ai festival, per radio, e ne vengo attratto”, dice Manfred Eicher, violinista e contrabbassista (ha suonato anche per la Filarmonica di Berlino), che fece incidere i primi quattro dischi della sua etichetta ECM, Editions of Contemporary Music, ottenendo in prestito meno di 4.000 euro.
Era il 1969 e la poetica che ha reso le sue produzioni un trademark mondiale — è stato più e più volte premiato come producer of the year dal prestigioso referendum della critica internazionale della rivista-totem del jazz, l’americana DownBeat — sta in queste parole: “il suono riguarda l’organizzazione delle emozioni nel tempo: non ne ho mai imposto uno alla musica. Piuttosto, è la musica che richiede un suono particolare, senza avere una posizione, perché è ispirazione artistica ed espressione poetica”. Questo nonostante tutti parlino del “caratteristico” ECM sound, etereo, infinito, impalpabile, luminoso, naturale, sospeso, insomma, come dice il claim dell’etichetta: “il più bel suono dopo il silenzio”.
Per festeggiare il cinquantennale di attività Eicher non ha scelto, come in altre occasioni, di proporre cofanetti o collane, antologie storiche o ristampe dei capolavori, ha optato per continuare come fosse un’annata simile alle precedenti, anche se il dubbio che abbia lasciato per il 2019 i migliori progetti delle ultime stagioni rimane, tanto che tutti gli album proposti nell’anno possiedono qualità tali da non permettere una classifica di merito tra loro.

Louis Sclavis 4et

Louis Sclavis
Characters On A Wall (ECM/Ducale)
Voto: 9

Se non l’avesse dichiarato lui stesso, fin dal titolo e poi nelle affermazioni che appaiono nella lunga, documentata e analitica presentazione sul booklet, firmata dal collega francese Stéphane Ollivier, nessuno avrebbe ipotizzato che questo eccellente album fosse ispirato alle pitture murali dell’amico di Sclavis, nonché artista a tutto campo, Ernest Pignon-Ernest. Non solo perché siamo in territori molto meno sperimentali e free del precedente Napoli’s Walls (dedicato ai murali partenopei dello stesso artista e datato 2003), ma soprattutto perché questo Characters On A Wall sembra costruito con una trama fatta di aria e di nuvole, di spazi e ritmi allentati quanto carichi di tensioni, di una delicatezza diffusa in cui si stemperano la nostalgia del passato e la speranza del futuro.
Il quartetto con cui il clarinettista francese, giunto al tredicesimo cd per ECM, si propone da diverso tempo vede ai ritmi Sarah Murcia, contrabbassista eclettica e pugnace, e Christophe Lavergne, tessitore instancabile di pregiate trame percussive, e al piano Benjamin Moussey, lirico quanto vivace, capace di un raffinato disegno armonico. Ed è perfetto per questo “processo molto intimo, molto istintivo, molto poco intellettualizzato, che mi mette totalmente in gioco”.
Dal malinconico inizio di L’heure Pasolini al palpitante finale di Darwich Dans La Ville, i brani si intersecano in un tragitto dalle diverse connotazioni, dove la sensualità stilnovista de La Dame De Martigue si combina con la ripetitività spersonalizzante di Prison, le meditazioni “da camera” di Extases con le ingegnose e volubili improvvisazioni di gruppo di Esquisse 1 e 2 e il groove sussurrato di Shadows And Lines.

Ethan Iverson Quartet con Tom Harrell

Ethan Iverson Quartet with Tom Harrell
Common Practice (ECM/Ducale)
Voto: 9

Ecco un altro grande album dal vivo che Eicher, come ha fatto per Roma di Enrico Rava e Joe Lovano, ha atteso di stampare per farne cadere la pubblicazione nell’annus mirabilis del cinquantenario. Registrato nel gennaio 2017 al Village Vanguard di New York, uno dei club dove si è srotolata la storia del jazz (e in una perfezione sonora che fa rendere conto della dimensione live solo al momento degli applausi), Common Practice si muove nella linea consolidata degli show che rileggono, in ogni dimensione sonora ipotizzabile, le grandi composizioni dell’immenso songbook americano.
A brani come le gershwiniane The Man I Love e I Cant Started, come l’infinita I Remember You, come le notissime All The Things You Are di Jerome Kern e Sentimental Journey di Les Brown, sono intervallate due composizioni del pianista leader. Fino a qui non ci sarebbe molto di nuovo sotto il sole della musica afroamericana, ma quello che conta con Iverson (qui accompagnato da due formidabili ritmi come il contrabbassista Ben Street, dalle tipiche interpretazioni manipolative, e il batterista Eric McPherson, e dal trombettista Tom Harrell, definitivamente uno dei solisti più insinuanti e acuti e completi del jazz attuale) è che le sue letture non sono mai quelle che ci si aspetterebbe.
Track celeberrime prendono itinerari che nessuno si attende, partenze in universi sonori illuminati preludono a immersioni nella notte, malinconie inespresse diventano liriche cantate al cielo, introduzioni spettrali si trasformano in letture di dissonante poetica, voli pindarici sull’orizzonte planano verso il più intimo dei segreti. E tutto sembra facile, costruito come un puzzle da poche tessere variegatissime, mentre ogni angolo è fatto di pura magia, ogni intenzione possiede la forza di un programma, ogni scelta è l’esito di una ricerca insieme intelligente e spontanea.
Un solo esempio: il classico del bebop, in fondo il sound che sostiene un po’ tutto l’album anche se a nessuno verrebbe in mente senza un secondo o un terzo ascolto, come Wee è dettato da un drumming quasi trasparente, da una tromba asciutta come un deserto pietroso e da un pianoforte e un contrabbasso che giocano alle tre carte con la melodia, che appare o scompare a seconda della prestidigitazione “truffatrice” dei protagonisti.

Avishai Cohen e Yonathan Avishai © Francesco Scarponi

Avishai Cohen – Yonathan Avishai
Playing The Room (ECM/Ducale)
Voto: 9

La coppia dei due Avishai (il trombettista lo fa di nome, il pianista di cognome) arriva oggi a uno dei suoi massimi esiti, con un interplay personale consolidato fin dall’adolescenza insieme sui piccoli palchi di Tel Aviv e un rapporto con tutta la storia del jazz, diretto quanto personalmente rielaborato. Il duo riempie l’Auditorio Stelio Molo della Radio Svizzera Italiana di Lugano, che, con le sue risonanze e il suo “calore” è il terzo protagonista della registrazione. Siamo nell’ambito di un jazz da camera, che vive quasi sospeso in una dimensione atemporale e distillata, in cui la melodia ha quasi sempre il sopravvento, illuminata e lustrata dalle sospensive tonali, delle lievità armoniche, dal fragrante profumo dello scorrere sonoro.
Due brani a firma separata dei protagonisti — lirico il primo, sospeso a fili di ragno melodici il secondo — introducono a cinque tracce prese dal repertorio meno frequentato di altrettanti grandi del jazz. Crescent di John Coltrane è pennellata dalla tromba come un acquerello di Georges Seurat, ma con l’aggiunta di un calore che il maestro del puntinismo non ha mai posseduto. Azalea di Duke Ellington viene rivisitata sviluppandone lo swing in direzioni quasi sorridenti, con la tipica tromba sordinata d’antan a divagare sulle ampiezze pianistiche. Kofifi Blue di Abdullah Ibrahim ha un taglio bop che non si diluisce con lo scorrere delle note e l’intreccio della narrazione. Dee Dee di Ornette Coleman corre come una gazzella inseguita da un predatore e taglia, zigzaga, mescola andature e ritmi, supera ostacoli e poi si blocca sopraffatta dall’acido lattico nei muscoli. Ralph’s New Blues di Milt Jackson, suonata per la prima volta dal Modern Jazz Quartet, è una sorta di blues obliquo e diagonale che tira di fioretto con la formulazione quasi a “fuga” dell’originale e si impenna sul vorticare della tromba. Chiudono la Sir Duke, omaggio di Stevie Wonder a Ellington, letta in punta di dita, e la ninnananna Shir Eres, scritta per la cantante ebrea Chava Alberstein, emozionante e notturna.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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