Omar Pedrini: “Un party per dire che il rock non è morto”

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© Riccardo Trudi Diotallevi

Cosa succede se uno dei dischi fondamentali della storia storia del rock italiano viene celebrato insieme ad uno dei suoi principali ispiratori? Nasce un bellissimo “art rock party”, creato da Omar Pedrini, che questa sera, lunedì 2 dicembre, festeggerà lo storico album dei Timoria, Viaggio senza vento. 

L’evento unico, in scena al Fabrique di Milano, sarà un autentico rock party in cui musica, cinema e letteratura si fonderanno in un unicum speciale, e tutto in una sola sera.

Ai tanti ospiti già confermati all’evento, come Eugenio Finardi, Mauro Pagani, Nicolai Lilin e Matteo Guarnaccia, si aggiunge anche Ensi, artista fortemente voluto da Omar Pedrini: «Sono felicissimo e onorato di avere anche il king del rap italiano tra gli ospiti di questo evento a cui tengo molto, perché l’ho visto dal vivo e lui è davvero una bomba. Ho quindi voluto invitarlo e sono felicissimo che abbia accettato il mio invito»

Inoltre, ci sarà la proiezione del docufilm “Lawrence. A Life in poetry” di Giada Diano ed Elisa Polimeni, uno straordinario documento su e con l’amico ed editore, “papà” della Beat Generation, Lawrence Ferlinghetti.

Omar e i Timoria hanno segnato un momento fondamentale per il rock in Italia, che proprio con il concept album del 1993 Viaggio senza vento hanno portato il grunge prima in provincia, a Brescia (loro città di origine) e poi in giro per il Paese, dando una svolta non solo alla loro carriera ma al sound musicale nazionale, cambiando i punti di riferimento.

Lo stesso Omar, oltre alla linfa creativa musicale sempre viva, ha sempre amato districarsi nelle varie arti, mischiando sempre musica e letteratura in modo particolare, per offrire una visione più ampia della vita e non porsi limiti nel raccontare. Un uomo che, dopo i seri problemi di salute che ha avuto,  alla domanda come stai? trova il modo per ironizzare e con schiettezza «Questa è sempre una domanda dalle cento pistole. Penso: dico la verità e tiro fuori le mie ultime tac? — risponde ridendo — Allora la risposta: è tengo duro».

Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con l’artista in vista di questa serata così importante per lui.

Raccontaci un po’ di questo “Rock party”…
Sì beh, è proprio una festa del rock, del rock e dei suoi amici. Quindi il rock e il cinema, il rock e la letteratura, il rock e la recitazione, il rock e la poesia, il rock e la pittura…Proprio perché vogliamo far capire in un periodo in cui si dice che il rock sia morto, vogliamo rispondere che il rock non morirà mai. Perché il rock è tante cose… un insieme di tutte le arti, non soltanto un genere musicale. Allora mi è venuta l’idea di questa festa rock and roll, una sorta di Jova beach party… il mio è un Omar Art Party, prendendo spunto dal mio amico Lorenzo. Celebriamo la festa delle arti, facciamo capire che l’arte è una cosa bellissima.

Questa commistione delle varie arti, partendo dal vostro album Viaggio senza vento fino a questo docufilm su Ferlinghetti, è un percorso ben preciso. Cosa unisce nel profondo questo docufilm al disco dei Timoria?
Con Ferlinghetti ho già collaborato molto, già ai tempi dei Timoria, poi nel mio ultimo album abbiamo scritto una canzone insieme, ha recitato una poesia con la sua voce in un disco, sempre dei Timoria…Poi è nata questa amicizia, durata anche nel periodo della mia malattia ( quando ero in ospedale mi ha scritto anche una lettera)….Ecco, pensare che questo signore ormai centenario è il papà della Beat generation a San Francisco, negli anni ’50 inizia a pubblicare Kerouac, viene arrestato per questo… Poi arrivano Bob Dylan, Patti Smith… Questo signore è colui che ha creato tutto questo …Quindi quando è stato fatto questo documentario e mi ha chiesto di accompagnarlo a Perugia dove lo abbiamo presentato in Università  il mese scorso, nel vederlo mi sono detto: “caspita non so se in Italia in che cinema finirà”, perché comunque è un documento molto letterario, poetico, ma ho voluto poterlo far vedere in anteprima al mio concerto e portare i miei fan al cinema. Prima del concerto si rilassano vedendo un bellissimo film sulla poesia americana, ma c’è anche Pasolini, tanta letteratura nostra. Un film di un amico che ormai conoscono perché nei miei dischi fa sempre capolino.

Quanto ha influito questo mondo bellissimo non solo su Viaggio senza vento ma nella tua produzione in generale?
Tantissimo, in tutti i miei dischi. Dal primo, Colori che esplodono, dedicato ai pittori. Poi ho fatto il direttore artistico per sei anni del Brescia music art, condotto programmi radiofonici, ho scritto per SkyArt… La contaminazione delle arti, il mio insegnare indegnamente (ride n.d.r) alla Cattolica a Milano…Ecco, questa è la mia cifra. Se Omar un giorno meriterà di essere ricordato nellla storia della musica insieme ad altri mille colleghi, credo sarà ricordato con la parola Contaminazione, contaminazione fra le arti. E in questa festa la celebriamo, con uno dei dischi più importanti degli anni’90, qualcuno dice IL disco della svolta del rock italiano. Ha dato coraggio coraggio a quel decennio meraviglioso in cui il rock sembrava che potesse essere cantato solo in inglese. Era l’occasione giusta per finire con una festa, per far capire che l’arte non è solo andare nelle accademie, nelle biblioteche, negli scaffali polverosi, nei porporati accademici, ma l’arte, e la Beat generation lo ha insegnato, è anche strada, è anche vita, è anche gioia, è anche sesso. Quindi fare una festa con l’arte si può fare, è anche divertente l’arte, questo voglio dire. E io ho un pubblico speciale, lo so, e so che piacerà molto. Il mio pubblico non ama solo il rock, ama la poesia, ama i libri. Io non ho mai ricevuto peluches e cuoricini, a fine concerto mi regalano bottiglie di vino, prodotti locali della terra, formaggi, quadri, libri, tantissimi libri. Il mio pubblico mi regala questo, e già ti fa capire la loro unicità.

Spesso è vero che l’artista ha un po’ il pubblico che si merita e si costruisce…
Questa frase è fantastica ed è vera. Ognuno ha il pubblico che si costruisce, e tante volte ho colleghi più illustri di me che mi dicono che scaricano sacchetti di peluches tutti in garage che non sanno dove metterli. Io invece ho la cantina, il frigorifero e la libreria piena dei regali. Perché la terra parla di noi, e lo hanno imparato attraverso le mie canzoni. Quando racconto un vino o la bellezza dell’olio, dell’ulivo, delle vigne… Quindi amiamo la Terra, amiamo il pianeta. Pianeta blu, l’istant video che è uscito da poco, per star vicino ai Fridays for future è per questo… insomma, hai ragione…è il pubblico che mi sono cresciuto negli ultimi 20 anni. Sono cresciuti con me.

Parlando di Viaggio senza vento, che è un concept album, sappiamo che ha per protagonista Joe, che tu hai sempre definito un po’ come il tuo alter ego. Come ti immagini Joe, oggi, dopo 26 anni?
Questa tournée è stata seguita da molti ventenni, perché è un disco che parla di un ventenne, e Joe lo sarà sempre, anche se io cresco. Per questo è in sintonia con in ventenni di oggi, è come Siddharta, che parla di un ragazzo, e chi è un ragazzo lo amerà sempre, anche se il suo autore invecchia. Joe oggi sarebbe un poeta, un cantautore, un pittore, che gira le città come un vagabondo, che fa il vagabondo perché ricerca qualcosa, non perché perde il giorno a vagabondare. E porta la sua novella di paese in paese, come una volta, come i cantastorie. E magari se ha tempo insegna in qualche corso all’Università (ride n.d.r). Insegna la libertà ai ragazzi, insegna a divertirsi, a godersela, insegna a saper interpretare le notizie, a star attenti, insegna l’anarchia quella bella, rezponsabile, libera, non dà consigli partitici, se ne tiene ben lontano. Ecco, diciamo che Joe mi assomiglierebbe molto oggi,  a 50 anni. Era la mia storia, il mio viaggio, il mio ashram, in cui sono stato per un anno con gli indù, e quindi credo che sì, assomiglierebbe molto a me anche oggi. Si sarebbe disintossicato, proprio come me.

Sei fiero del tuo percorso? Ti senti realizzato come persona?
Come persona beh sono stato Dio due volte… Ho imparato a non perdere tempo, a dare profondità e senso alle cose che faccio e che dico, quindi sono grato a Dio. Qualcuno mi dice che sono sfortunato perché ho questo calvario, tre operazioni a cuore aperto… Invece io dico no, che sono fortunato perché il 90% delle persone non ce l’ha fatta, io sono uno di quelli che ce la  sta facendo a vincere e sopravvivere a una malattia così. Per cui, questo ti insegna tanto. Sono grato agli dei e alla scienza, con in benestare di Dio, perché mi salvano, nonostante il mio male congenito che ho sempre. Ma questa cosa è una benedizione perché mi consente di dare spazio alle cose importanti e non a quelle  urgenti soltanto, come siamo abituati a fare.

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