Il Rigore che non c’era di Federico Buffa arriva a Milano

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Il Rigore che non c'era

Il Rigore che non c’era, l’ultimo lavoro di Federico Buffa scritto a quattro mani con Marco Caronna, arriva a Milano. L’appuntamento è per lunedì 9 dicembre alle ore 21 al Teatro Nazionale.

Il Rigore che non c’era è una riflessione sul destino: a un certo punto di una qualsiasi partita, un qualunque arbitro decide di fischiare un rigore, giusto o sbagliato, vero o falso. In quel momento, quello in cui la sorte ci mette davanti a un bivio, con una porta rossa o una porta nera da aprire per proseguire il cammino, cambia la vita di tutti.

Ed è così che comincia il viaggio di Buffa, interrogandosi sul destino che avrebbe potuto essere diverso, tra esistenze e sliding doors. Il “Rigore” si snoda con una caratteristica nuova per lo storyteller: non si tratta solo di storie a sfondo sportivo. Racconta, con leggerezza, di persone che hanno scelto, prima che l’arbitro fischiasse: di Garrincha e il Loco Housemann che svendono la loro vita scintillante a una bottiglia, di Mandela che decide di resistere 27 anni in carcere, di Billie Holiday che canta Strange Fruits negli stati del sud, di Lebron James o di Colin Kaepernick che cantano della stessa cosa sui rispettivi campi da gioco.

Buffa arriva in un luogo imprecisato nel tempo e nello spazio, una sorta di Purgatorio nel quale incontra un pianista – Alessandro Nidi, e un sedicente speaker – Marco Caronna, di una fantomatica radio notturna. I due masticano musica, lo speaker provoca, lancia domande, svicola continuamente per non rivelare a Buffa che è finito in un posto da cui non si può più uscire. I due personaggi sembrano fatti apposta per mischiare le carte, per portare la riflessione verso la casualità della vita: cosa sarebbe successo se Picasso avesse finito il blu, se Von Braun fosse rimasto in Germania e sulla luna forse non ci sarebbe ancora andato nessuno, se Ringo Starr non avesse incontrato gli altri tre Beatles, se JFK non avesse usato la decappottabile quel pomeriggio a Dallas… Insieme a loro sul palco, una donna – Jvonne Giò che canta, e sembra guidare le danze, un passo avanti agli altri. È lei a far balenare l’idea che il destino forse non ci lascia una scelta, che le porte da aprire non sono sempre due.

Queste le date in programma dopo Milano:
10 dicembre a Brugherio (MB), Teatro San Giuseppe
12 dicembre a Cassano Magnago (VA), Teatro Auditorio
14, 15 e 16 dicembre a Ravenna (Teatro Alighieri)
17 dicembre a Cesenatico (Teatro Comunale)
18 dicembre a  Foligno (Auditorium San Domenico)
20 dicembre a Fabriano (AN), Teatro Gentile da Fabriano

Il Rigore che non c'era

Note di regia su “Il Rigore che non c’era”

Una regia facile e difficile.

Facile, perché la parte tecnica è molto precisa anche se rutilante, i punti luce sono quelli e non ce ne sono altri, i movimenti, anche gli sguardi, sono quelli, e non ce ne sono altri.

Difficile, perché in questo pensiero trasversale che attraversa tutto il testo, ci lasciamo sempre una quota di meraviglia, una possibilità di aggiungere o togliere un “modulo” dello spettacolo e andare in scena ogni sera a porci una domanda in più…

Esiste quindi un rigore nel portare sul palco uno spazio claustrofobico, da cui nessuno potrà mai uscire, nell’interrogarsi sul destino, alla luce del “cosa sarebbe successo se”.

Esiste però anche una libertà preziosa, che ci teniamo ogni sera con noi, quella di far entrare o uscire da queste riflessioni un personaggio o una storia diversa, il punto di arrivo resta lo stesso, cambia il viaggio…

Questo spettacolo nasce da un gioco fatto con Federico Buffa, l’essere più curioso che abbia mai incontrato. Nasce dalla sua urgenza di raccontare delle storie, cose che lo hanno colpito, che hanno lasciato un segno sul suo cammino. 

Quelle storie, di quelle persone.

Storie e persone che hanno una cosa precisa in comune.

Hanno scritto il loro destino.

O lo hanno subito…

L’epica sportiva, il tatuaggio intellettuale di Federico, è così intrecciata ad altre epiche. C’è un filo rosso tra Garrincha che si lascia andare all’alcool fino alla morte e un popolo, quello Inca, che si lascia schiavizzare da trecento spagnoli. 

Un viaggio certamente in treno, perché siamo certamente su un binario, su due rotaie per la precisione, che non si incontreranno mai, come noi non usciremo mai da quelle porte che delimitano lo spazio scenico, una rossa e una nera.

Cosa sarebbe successo se?…

Se l’arbitro quel rigore non lo avesse fischiato?

Questa domanda aleggia su tutti, noi sul palco e il pubblico in platea.

In questo entra in scena una componente per me essenziale. Una leggerezza che ci fa sorridere, un sapere come andrà a finire quella storia ma non saperlo mai fino in fondo, una disponibilità a stupirci di quel che vorremmo raccontare nella prossima replica, di una musica nuova che ci farà voltare verso il pianoforte, di uno sberleffo che ci costringerà a ridere in scena.

Quella curiosità da cui Buffa è certamente affetto e che contagia tutti noi che ogni sera scegliamo.

Di farci una domanda in più.

Piccola aria di libertà che il teatro fa respirare…

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