Pacifico, l’arte della parola senza giri di parole (intervista)

In occasione de La Settimana Pacifica abbiamo chiacchierato con uno degli autori più profondi ed eleganti del cantautorato contemporaneo, provando a svelare qualcuno dei segreti di un'arte, quella della scrittura, dalla magica bellezza.

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Pacifico, uno dei più raffinati cantautori degli ultimi vent’anni, è il nostro artista del mese, e sta portando in scena La Settimana Pacifica, sette serate-evento tra musica e vita in compagnia di sette colleghi e amici, uno per ogni live. Questa sera, ad affiancare il cantautore di origini napoletane sarà Gianna Nannini. Ecco le parole con le quali Pacifico la descrive: «Gianna Nannini. Una sorpresa, come sempre. Mi pare più veloce del tempo. Non si ferma mai a guardarlo passare, gli salta addosso, spreme ogni minuto dall’orologio. E poi la voce. Che spalanca le finestre, che sospende le preoccupazioni, che ti fa mimare la chitarra a gambe larghe in salotto mentre ci canti sopra. Sarà un onore averla con me nella Settimana Pacifica».

Musicista autodidatta, Luigi De Crescenzo, dopo aver suonato in diverse band, assume il nome d’arte Pacifico nel 2001 e con l’omonimo album, suo primo lavoro discografico cantautorale, conquista la Targa Tenco per la migliore opera prima. Inizia così un prestigioso percorso che lo porta a scrivere per teatro e cinema, e a collaborare con artisti del calibro di Malika Ayane, Adriano Celentano, Samuele Bersani (col quale conquista un’altra Targa Tenco per la miglior canzone dell’anno nel 2015, Le storie che non conosci, che vede anche la partecipazione di Francesco Guccini), Antonello Venditti, Andrea Bocelli, Fiorella Mannoia, Giorgia. Impossibile non menzionare uno dei capidopera della sua produzione: Sei nell’anima, scritta con la Nannini nel 2006 e inclusa in Grazie, quattordicesimo album in studio della rocker toscana. L’ultimo disco di Pacifico, Bastasse il cielo, è stato pubblicato l’8 marzo scorso, a sette anni di distanza dal precedente, mentre la sua ultima partecipazione al Festival di Sanremo risale al 2018, quando è salito sul palco come interprete accanto a Ornella Vanoni e Bungaro sulle note di Imparare ad amarsi, scritta a quattro mai proprio con Bungaro, e come coautore dei brani dei duo Fogli-Facchinetti (Il segreto del tempo) e Avitabile-Servillo (Il coraggio di ogni giorno).

Abbiamo intervistato telefonicamente l’artista e ci siam fatti raccontare qualche dettaglio in più su questa festa della musica, ma gli abbiamo anche chiesto di permetterci di sbirciare le parole attraverso il suo sguardo, così da comprendere quanto sia affascinante riuscire a cogliere quelle che meglio descrivono opacità e luminosità del nostro essere umani, e a tessere con esse una trama di viva poesia, quando si faccia del dono dell’osservazione attenta ed empatica la propria lente d’ingrandimento.

LA NOSTRA INTERVISTA

©Daniele Coricciati

Iniziamo con una domanda banale: quando hai sentito che non ti bastava più il solo comporre musica?
Non è assolutamente una domanda banale proprio per la mia storia: io ho iniziato tardi, a 38 anni, e prima ho sempre suonato a orecchio, fischiettavo musiche, ho avuto band, quindi mi limitavo alla composizione a orecchio, nella quale si sono cimentati anche tanti mostri sacri quali ad esempio Paul McCartney e che è tipica dei musicisti pop. Però il testo non l’ho mai approcciato. Ricordavo che andavo bene in italiano e avevo la sensazione di avere una certa capacità, ma dal tema di maturità ai 38 anni ne son passati venti durante i quali non ho mai scritto nulla, pur leggendo tanto. E poi, improvvisamente, sono accaduti eventi importanti, ci son stati cambiamenti di vita, ma anche al di là di questi, è come se fosse arrivato un momento in cui questa spinta era più forte del mio controllo. E quindi, con i soldi di uno spettacolo teatrale al quale avevo partecipato come musicista e per il quale mi avevano chiesto di scrivere qualche motivetto, qualche canzoncina (e io la scrissi), ho comprato un PC e per mesi non uscivo mai dalla stanza: mi chiusi dentro, dimenticavo di mangiare, ero quasi in preda a un’ossessione. Da quel momento, la scrittura è diventata una compagnia quotidiana: come gli amici atleti che se non corrono per tre giorni diventano pazzi, così io se non scrivo penso peggio e parlo peggio. Scrivere è il mio modo di trovare e puntualizzare i pensieri.

In questi tuoi primi passi nel mondo della scrittura, avevi degli ascolti di riferimento a guidarti e a ispirarti?
Questo è un altro aspetto strano: io ero un grandissimo chitarrista da spiaggia, mi vanto di questo, e ascoltavo gli altri che cantavano, ma non sapevo e non so una canzone a memoria — ora, per la Settimana Pacifica, mi sto sforzando di impararli un po’ meglio —, però non è sul testo che mi sono formato, non è ascoltando i cantautori classici quali De Gregori… no, in realtà già  De Gregori forse sì, però non De André e gli altri grandi poeti. Vedevo che c’erano dei testi che sapevano tutti, ma perché son scritti così bene che li sai, e questa è una regola che ho imparato anche scrivendo. Io ero più appassionato dei grandi melodisti quali Battisti e i Beatles, poi anche Battiato e Pino Daniele perché, essendo io napoletano, ho sempre visto in lui l’artista che ha incarnato una rivoluzione, che ha girato quel foglio di canzoni tradizionali con le quali sono cresciuto, che cantavano i miei, e di botto mi son trovato con qualcuno che mettesse insieme le mie radici e la contemporaneità. Però ecco, le parole hanno fatto irruzione solo intorno ai 40 anni.

Le mie parole è stato il tuo primo singolo di successo, e in esso scrivi “sono note stonate, sul foglio capitate per sbaglio”. Quante davvero capitano su quel foglio per sbaglio, per puro istinto?
Sono istintivo, e confrontandomi con altri artisti e anche con scrittori con cui ho avuto la fortuna di parlare, c’è proprio una cosa che accade a molti, forse a tutti: il momento prima di sederti e di prendere la penna o il computer, non sai che scriverai quella frase in quel modo, anzi, una volta scritta ti sorprendi anche. Ci sono delle pagine che nascono intoccabili: Marguerite Yourcenar ha messo giù ottanta pagine di “Memorie di Adriano” in una notte di viaggio in treno, e non c’era nemmeno una virgola da correggere. Ti parlo di un caso clamoroso, ma sono sicuro che le canzoni più belle che conosciamo — e lo chiederò a De Gregori, anche se so che non vorrà dirmelo (ride, n.d.r.) — nascono improvvisamente e praticamente perfette, perché la canzone ha anche la fortuna di avere una dimensione sintetica piccola a differenza di un romanzo che ovviamente ha bisogno di più giornate. “Le mie parole” è una di quelle canzoni nate di getto… e poi, invece, ci sono altri pezzi con dei punti più oscuri sui quali bisogna tornare: capita, ahimè, che una canzone sia completa all’ottanta, ottantacinque, novantacinque per cento, ma di quel restante cinque per cento non sarai soddisfatto mai, come se si interrompesse un flusso di corrente.  Sono tendenzialmente un istintivo, quindi, però ho anche imparato a essere un geometra della parola facendo l’autore: ho capito che c’è tutto un lavoro di rifinitura, di attenzione, di ripensamento, che è assolutamente necessario.

I tuoi album sono ricchi di collaborazioni, cosa alquanto rara per un cantautore. Si dice, infatti, che siate piuttosto gelosi delle parole che sono diretta filiazione della vostra interiorità…
Credo sia qualcosa che abbia a che fare col mio carattere. È vero che spesso i cantautori fanno molta fatica a immettere qualcuno nella loro immaginazione: a me è successo spesso, e lo considero un privilegio. Ho proprio una curiosità — ed è questo che aiuta la mia mente schizofrenica da autore — per la scrittura in cui non c’è nulla di competitivo, ma solo ammirazione e stupore da semplice ascoltatore. Poi, chiaramente, se devo collaborare entro in una modalità più attenta, più tecnica, però ho sempre avuto questo genere di attitudine: per anni sono stato chitarrista di una band, i Rossomaltese, e ho sempre pensato di essere quello che nel cortile faceva il passaggio al compagno perché potesse segnare. Mi aiuta a sorprendermi: per farti un esempio, ho scritto con Samuele Bersani diverse volte, e c’è una canzone in particolare che mi piace molto, “Le storie che non conosci”, che ha vinto il Tenco un paio d’anni fa. Ecco, quella canzone l’ho scritta in buona parte io perché Samuele era impegnatissimo, però è diventata bella perché Samuele ha messo dentro qualcosa che io non sarei mai riuscito a mettere. Il suo sguardo è inconfondibile. Quindi la possibilità di avere questo materiale sorprendente la considero un privilegio enorme.

Quindi la parte di testo che tu scrivi resta, in qualche modo, emotivamente “aperta”, come un aggancio che offri a una sensibilità altra ma affine?
Sì, anche se dipende dai casi: in questo sì, perché si parla di persone speciali, delle quali sono davvero un ammiratore. Una cosa bella che succede, quando con gli anni l’ego trova una posizione tendenzialmente più stabile, è che tu sai che sei arrivato a contribuire con passaggi musicali o righe molto belli, e l’altro non li mette in discussione perché si rende conto che lì c’è del materiale prezioso e allo stesso modo aggiunge la sua parte armoniosamente. Non mi sono mai trovato in una difficoltà “competitiva” e credo che il mio interesse e la mia ammirazione per il loro lavoro traspaiano molto limpidamente: li vedi lì, con i loro ritagli e ognuno con la propria tecnica — quello precisissimo, quello che sembra non prepari niente e invece ti ribalta una canzone in un minuto — e non puoi non restarne affascinato.

Mi piacerebbe chiederti di ognuna delle tue collaborazioni, ma non basterebbe una giornata… e allora approfondiremo solo qualcuna di esse. Hai condiviso il foglio con Frankie Hi-NRG, che come te ha una scrittura ricca ed è un cesellatore di parole: come avete trovato il bandolo della narrazione?
Frankie è stato uno dei primi, insieme a Bersani, a farmi capire che mi conosceva e che mi riconosceva: mi scrisse, e fu per me una grande sorpresa, perché lo reputavo e lo reputo, come hai detto tu, un grande cesellatore, e ricevere attenzione da un personaggio così è stata una delle prime grandi emozioni che ho provato. Però, quando si collabora, a un certo punto devi mescolare la confidenza e la giusta distanza: hai a che fare con un vero talento, ma non puoi permetterti di sentirti in soggezione, perché l’officina dei pensieri non ammette ruoli né pause. Lui ha una cosa che mi ha sempre colpito: è un enigmista, e anche quando parla, ogni parola che dice ha tutta una serie di doppi fondi da cercare. Da questo punto di vista siamo diversi: la mia ossessione è opposta, e sta nel fatto che mi piacerebbe dire ciò che ho da dire in una forma che possa essere compresa da tutti. La pietanza, quindi, era ricca, ma paradossalmente è stato facile arrivare a completare il pezzo così come entrambi desideravamo.

Non posso fare a meno di chiederti di Sei nell’anima, gioiello testuale e sonoro: com’è nato il rapporto con Gianna Nannini?
Ecco, questa è una di quelle canzoni nate di getto e quasi perfette, come ti dicevo prima: Gianna era in un periodo in cui stava rigenerandosi e stava facendo un po’ di esperimenti, io avevo scritto una canzone per Celentano che le era piaciuta, e così abbiamo fatto un tentativo e immediatamente si è accesa una scintilla. Con lei è sempre stato tutto molto semplice, molto divertente, e la cosa davvero sorprendente per me è che lavorare insieme sull’ultimo disco, che abbiamo finito pochi mesi fa, è stato ancora più bello. “Sei nell’anima” è venuta fuori in un’ora e mezza, e da allora abbiamo ripetuto il nostro codice in tutte le collaborazioni successive, eppure quando ci siamo trovati a Londra qualche mese fa è stato tutto nuovo: io e lei da soli in una stanza, un sacco di fogli sparsi in giro, e Gianna con l’entusiasmo di un’esordiente. Nel risultato finale, si avverte l’energia di chi le canzoni ha appena iniziato a scriverle, e trovo sia bellissimo.

Per Dentro ogni casa hai collaborato con Fabrizio Gifuni, e Neri Marcorè è tra gli ospiti de La Settimana Pacifica. Non è raro che ad affiancarti siano attori: trovi aggiungano forza al tuo messaggio sonoro?
Ti dirò: ho una grande ammirazione per il teatro e per il cinema, mi piacerebbe scrivere qualcosa anche in quell’ambito e ci sto lavorando. Per me la parola scappa un po’ dal foglio singolo della canzone, e in questo gli attori ti danno una possibilità diversa, e non solo perché hanno un accesso all’interpretazione che è ovviamente differente da quello di un cantante. Neri forse è uno dei pochissimi che hanno un po’ tutto: riesce a essere autorevole quando canta tanto quanto recita, e lo stesso Gifuni, che ho visto spesso nei suoi spettacoli, quando esce dal suo binario consueto apre a me una nuova finestra sull’immaginazione: è un artista che fa un grande lavoro sulla memoria, sul gesto, e per scambiarsi delle parole è un altro, bellissimo canale. Come ti dicevo prima, sono molto felice che mi sia capitata questa opportunità e mi sto impegnando perché ricapiti.

I tuoi testi mi appaiono generatori di sinestesia: che si leggano o si ascoltino, le immagini che dipingi elicitano sensazioni visive e tattili molto potenti. L’immagine segue la parola o la suggerisce?
Guarda, credo che ci sia un detonatore in forma di immagine, e da lì la frase che scrivi, che va a sintetizzare e metabolizzare quell’immagine, ne genera altre. Quindi è un po’ come una pallina di neve che, rotolando giù dalla montagna, diventa valanga. La prima immagine resta sempre un mistero: la cogli? Ce l’avevi già in testa? È un ricordo che avevi? Quando arrivi a scrivere, ovviamente tutto quello che hai visto da quando hai coscienza fino a quel momento si è sedimentato, e le parole sono il frutto di quelle immagine. Quello che mi succede, in genere, è che qualcosa mi tocchi profondamente, e quella cosa la vada a testimoniare scrivendo una riga in cui di solito la riporto fedelmente, in modo quasi cronachistico, ma poi da lì si mette in moto un processo che non posso e non so prevedere. Parlando con altri artisti che hanno fatto la storia della musica italiana, è un processo piuttosto comune: De Gregori mi ha detto «non è che io metto da parte tanti piccoli ritagli e poi un giorno mi metto lì e cucino». Lui assomma dei piccoli flash dei quali la canzone è la visione generale. Quindi, anche se ciascuno ha il proprio meccanismo, c’è sempre un detonatore dal quale tutto ha origine.

Mi hai detto che sei molto affascinato dal cinema e del teatro, e hai già scritto per entrambi. Come cambia, se cambia, il processo creativo quando la tua musica è al servizio di una storia che non ti appartiene?
Sì, cambia. Il lavoro sul cinema, in realtà, è simile al lavoro che faccio come autore: quando lavori per te, quando scrivi per te stesso, in qualsiasi ambito tu lo faccia hai un foglio bianco davanti, cerchi una storia, un’ispirazione, che tu debba scrivere un libro o una canzone. E quindi devi affrontare quel vuoto, che però è anche molto attraente perché lo puoi riempire tu. Quando scrivi per un altro artista, invece, devi necessariamente tener presenti delle condizioni, che sono la sua carriera, la sua voce, la sua età, ciò che è opportuno dica… e allo stesso modo, quando lavori alla musica per un film, hai delle immagini da usare come base di partenza. Poi ci sono delle eccezioni — come Morricone per Leone che scriveva prima — ma tendenzialmente il procedimento è lo stesso. Quindi la musica diventa una sorta di commento al lavoro di un altro, di complemento, devi sintonizzarti con il regista esattamente come devi fare con il cantante per il quale scrivi. Anche il teatro mi affascina perché ha una dimensione di scrittura molto più ampia. La sensazione che ho avuto negli ultimi anni è che dopo un po’ si rischia di scrivere canzoni molto lunghe, molto verbose, perché in realtà vorresti scrivere altro, ma fai fatica a sperimentare un altro formato e quindi resti nel tuo specifico, ma riempi i pezzi di significati perché vorresti provare ad accedere a una dimensione più ampia e più libera.

Nella tua carriera di autore distingueresti delle fasi, o ritieni d’aver proceduto “in linea retta”?
C’è questa fase di Truffaut che mi appunto sempre, e che, più o meno, dice che nel primo rullo di pellicola di un regista c’è già tutto quello che farà in un’intera carriera, ed è vero: per questo spesso si amano tanto i dischi d’esordio, perché arrivano alla fine di un periodo lungo, ed è chiaro che ci sono dentro tutta la vita e tutta l’esperienza che hanno portato a quel momento. Riconosco delle cose in tutto ciò che faccio, anche se potrei fare un po’ fatica a definirle: sicuramente, una cosa a cui sto lavorando sempre di più è l’asciugare molto: anche come ascoltatore, mi accorgo che mi impressionano meno di un tempo certi aspetti moralistici della canzone d’autore che pure sono importanti, e sto cercando di avvicinarmi sempre di più alla frase che, come ti dicevo prima, riporti un fatto non proprio in maniera giornalistica, ma in modo netto, stando attenti ai sentimenti, a quella vaghezza sentimentale che ci colpisce tutti, quelle frasi di cui talvolta ho abusato anch’io, che arrivano dopo i due punti e ti dicono una grande verità.

Il tuo ultimo album è arrivato a sette anni di distanza dal precedente: di quale ricerca reputi sia il risultato finale?
Di cambiamenti molto importanti della mia vita: il trasferimento in Francia, un figlio, tutte cose che hanno modificato la sequenza nella quale mi trovavo prima di questi eventi, in cui mi devo delle scadenze e le inseguivo con severità. Quando poi apri questi periodi, i tempi non sono più nelle tue mani, rallentano, mutano, e facevo perciò fatica a chiudere ciò che avevo iniziato: ho scritto due o tre dischi, ma poi mi fermavo, mi perdevo e la scintilla da cui era partito tutto si spegneva. è stato Alberto Fabris, che ha prodotto il disco, a venire a Parigi e a disincagliarmi, a togliermi da questa bolla in cui mi ero cacciato. la cosa che mi piace di questo disco è che è stato tutto molto naturale, molto semplice: sembrava tutto complesso, invece c’è dentro la stessa distensione del primo disco, che era libero da ogni condizionamento.

La musica che va per la maggiore oggi sembra che debba farsi piccola per lasciar spazio alle parole, che sia subordinata a esse. I tuoi suoni, invece, sono ampi, dilatati, e camminano fianco a fianco con le parole: come nascono?
Questo è un aspetto al quale ho lavorato e sto lavorando ancora: io mi sento un musicista, è la mia formazione, quindi per me la musica è molto importante. Ricordo in particolare un concerto che non so se mi cambiò proprio la vita, ma di certo fu uno spartiacque: quello di Ivano Fossati, con una band di grandi musicisti e numerosi strumenti sul palco. Sentii tanta musica ad abbracciare la canzone d’autore, e capii che si poteva fare, che non doveva tutto ridursi al solo testo, per quanto bellissimo potesse essere. Arrivando dai Beatles e da Battisti, per me la melodia resta essenziale: per questo adoro De Gregori e gli chiedevo continuamente com’era venuta fuori “La donna cannone”. Mentre quando ho cominciato a scrivere, sedotto dalle parole, compilavo due cartelle in metrica in assonanza rapidamente, oggi appena ho una frase bella, mi metto al pianoforte e cerco di non lasciare la musica indietro. E se la frase non trova la musica, resta sul mio quaderno e non necessariamente diventa una canzone. Ho bisogno che i due elementi si prendano per mano.

Se ti chiedessi di individuare il tratto distintivo e imprescindibile della tua poetica, cosa mi risponderesti?
Quando Samuele Bersani mi conobbe, mi disse che ciò che facevo era pulito in un modo raro, quindi credo sia questo, una pulizia sentimentale ed etica della mia scrittura. Ma magari ci sono cose più evidenti che hanno in comune i miei testi, e io non saprei descriverle…

Hai collaborato spesso con colleghi più giovani: qual è, dal punto di vista di un autore, il “quid” che fa ben sperare sul futuro di un esordiente?
Credo ci sia un mix di gusto e di aspettativa, segnali che arrivano dal testo e dalla voce: in linea di massima, come tutti cerco sorprese, e se non riesco a sorprendermi e il pezzo è un classico melodico, voglio qualcosa che sia disegnato benissimo, come uno smoking. Però tendenzialmente vado alla ricerca della sorpresa: ti dirò che in molti pezzi di rapper e trapper — che ascolto, ma giusto per sentire sia il suono delle basi che i testi — ho trovato dei giochi di parole e delle soluzioni ai quali la canzone d’autore tradizionale non lascia molto spazio, e la cosa mi ha piuttosto divertito. Purtroppo adesso anche queste canzoni stanno diventando molto ripetitive. Poi, può sempre arrivare qualcuno che fa la stessa cosa di tutti gli altri, ma in modo speciale: ecco, io aspetto che quel qualcuno arrivi, ma credo che in giro ci sia già.

Cosa ritieni manchi oggi al cantautorato più vicino a quello storico perché possa, pur tenendo conto di tutti i cambiamenti intervenuti, assolvere allo stesso compito?
C’è forse uno sguardo che parla troppo a una generazione, a una specifica nicchia, mentre prima i giovani artisti di quel tempo avevano la presunzione di parlare non solo ai coetanei, e parlavano di argomenti più vari seppure talvolta con retorica e moralismo. La sensazione è che la canzone unisse più generazioni. Adesso è una fotografia condivisa e amatissima di un gruppo di persone molto più ristretto. C’è da dire che oggi è molto più difficile ampliare l’orizzonte, parlare di Storia, perché è tutto più frazionato, meno sentito, né c’è una definizione generica sotto la quale includerci tutti. Mancano un po’ il coraggio, e la volontà di non compiacere solo il proprio pubblico di riferimento.

Un autore che ha iniziato a muovere i primi passi in un’epoca differente sotto molteplici punti di vista, è nella fedeltà alla propria cifra stilistica che individua il “segreto”per restare nel tempo?
Obiettivamente, in quest’epoca ci sono frenesia e strumenti fantastici ma molto sbrigativi, rapidi, e tutto questo non sembra deporre a favore della capacità di restare. È chiaro che poi è la somma delle belle canzoni — e quale sia la definizione di “bella canzone” è qualcosa su cui non ci troveremmo mai tutti d’accordo —, la successione dei dischi, a creare una storia artistica solida e un artista longevo. Come è sempre accaduto.

Torniamo al discorso della ridotta ampiezza degli sguardi d’autore: nella tua poetica sembra che tu riesca a riportare il mondo esterno nel tuo e viceversa, costruendo una emotività omogenea.
Sì, e credo che più o meno volontariamente lo facciano tutti coloro che scrivono. Quando in una canzone non metti dentro tanto del tuo, il lavoro è meno autentico e con gli anni riesci a riconoscere non solo te, ma anche la parte più sincera di un altro artista in una riga di un testo. Ti faccio un esempio: oggi ho fatto delle analisi del sangue e c’era una signora nella sala d’aspetto. Anziana, magnificamente curata, ma con una calza smagliata: quel dettaglio, insieme a uno sguardo un po’ perso, può sembrare insignificante, ma invece apre uno scenario di fragilità che è la sua, ma che è un argomento che conosco, e quindi posso parlarne. Se è vero che per essere sinceri bisogna scrivere di ciò che si conosce, le cose che ciascuno di noi conosce sono tante, ma non ci appartengono: le hanno addosso anche gli altri. Ed è qui che si crea il punto di contatto col mondo.

Questa tua attenzione al mondo, che sia nel senso più ampio di umanità o in un suo frammento, l’ho ritrovata anche nel progetto Boxe a Milano (una canzone e un monologo teatrale, n.d.r.). Mi racconti com’è nato?
Quello è stato un seme che ha generato tanto frutto. Inizialmente, ho scritto una canzone sulla suggestione della Milano anni ’50 che hanno conosciuto i miei genitori emigrando e che io ho immaginato in bianco e nero, quella di “Rocco e i suoi fratelli”. La boxe ci è entrata soprattutto in riferimento a quel film, e grazie alla canzone ho incontrato un allenatore che era stato istruttore di ben otto campioni del mondo e che mi parlò dei brocchi, di come aveva a cuore quelli che uscivano dal panificio per andare a combattere e venivano fuori dall’incontro tutti pesti. È stato un incontro molto poetico, e da lì mi è venuta l’idea di provare a scrivere un racconto su uno smemorato che poco aveva a che fare con la canzone. Una catena, quindi, generata da un brano che però aveva evidentemente bisogno di uno sfogo successivo, e che ancora oggi è uno dei pezzi preferiti. È partito tutto da una chitarra e da un quaderno, e il risultato è stato inaspettato anche per me.

Poesia, mi dicevi: cos’è per te, in cosa risiede?
È qualcosa di tanto facile quanto inspiegabile, e la puoi trovare ovunque, in un atteggiamento volgare come in uno elegante, anzi spesso quando è troppo telefonata e venduta come tale non la trovi, perché c’è anche lì un elemento di sorpresa. Può essere brutale, può essere mercuriale, può essere delicata, nostalgica, piena di energia… è un’apparizione di un attimo che solo alcune persone sanno cogliere e rendere immortale, poeti, artisti o gli stessi fotografi. Qualcosa che commuove e che sfugge a tutti noi, ma che talvolta riusciamo ad afferrare giusto per un secondo e che finisce per toccarci nel profondo propri per la sua fuggevolezza. 

In base a cosa hai scelto i protagonisti che ti affiancheranno sul palco nella Settimana Pacifica?
La scelta è stata naturale: con alcuni lavoriamo insieme da tanto e c’è un legame forte, con altri, come Bianconi, c’era il piacere di ritrovarsi, con altri ancora, come Giuliano Sangiorgi, sono anni che ci ripromettiamo di fare qualcosa insieme. E poi c’è De Gregori: ho preso il telefono e mi son detto “boh, fammi provare”… e invece è stato adorabile, e ha accettato subito il mio invito. Questa avventura mi emoziona molto, però per ora non è un’emozione che mi spaventa: certo, mi sveglio sempre più presto al mattino man mano che si avvicina la data (ride, n.d.r.), però è bellissimo risentire i colleghi e vedere come stanno partecipando. L’ho organizzata cercando di mettere a frutto anche l’esperienza collezionata negli anni: ho cercato di affiancare a una parte strutturata — il mio concerto, più sotto il mio controllo e con un certo tipo di contenuti — una parte che vorrei fosse unica e inedita ogni sera, che mi piacerebbe condurre in una dimensione di musica ma anche di chiacchiera. Il teatro è molto piccolo, 180 posti, e vedere quegli artisti a quindici metri mi porta a immaginarmi in platea, consapevole che non sono occasioni che ricapitano facilmente, e a sperare che il pubblico torni a casa con la sensazione di avere assistito a qualcosa di davvero speciale. Non sarà perfetto e non è una produzione di Broadway, ma ci stiamo lavorando con grande cura per unire struttura, caos, improvvisazione e amicizia. Speriamo che vi entri tutto.

Un’ultima domanda: sai già cosa seguirà questa bella avventura?
Ho un po’ di collaborazioni in atto, e sono in un momento nel quale davvero vorrei scrivere tanto, perché per me è una compagnia indispensabile. Sono lì che sto capendo se buttarmi nella dimensione del libro, che mi richiederebbe un anno di rapimento totale, oppure tentare un testo teatrale, che mi  stato chiesto spesso. John Huston diceva che dopo una certa età i progetti nel cassetto diventano così tanti che il cassetto scoppia: ne ho tantissimi anch’io, e adesso devo tirare fuori un foglio e concentrarmi cercando il bandolo di tutte queste parole che mi stanno travolgendo, e a causa delle quali ormai parlo da solo. (ride, n.d.r.)

LA SETTIMANA PACIFICA

Come vi avevamo già annunciato, e come ribadito in apertura, Pacifico sta vivendo una settimana molto speciale: sette concerti consecutivi nella medesima location, il prestigioso e storico Teatro dei Filodrammatici di Milano, e ogni sera un diverso compagno di palco. Il viaggio live è partito il 2 dicembre con Malika Ayane ed è proseguito con Samuele Bersani. Stasera tocca a Gianna Nannini, che lascerà nei giorni successivi il posto al Principe De Gregori, Giuliano Sangiorgi, Francesco Bianconi dei Baustelle, per poi chiudere l’otto con Neri Marcorè. Sul palco, suoneranno con gli artisti Carlo Gaudiello (piano), Francesco Arcuri (polistrumentista) e Simona Severini (voce e chitarra).

I biglietti per La Settimana Pacifica, organizzata e prodotta da Ponderosa Music&Art, sono disponibili su TicketOne, ed è possibile acquistare anche abbonamenti per le serate da 3 concerti (80 euro + prevendita) e 7 concerti (190 euro + prevendita) chiamando il numero 0236727550 (da lunedì a venerdì dalle 13:00 alle 16:00) oppure recandosi presso la biglietteria del teatro (operativa in via Filodrammatici, 1 – galleria pedonale da lunedì a venerdì dalle 16:00 alle 19:00).

«Dal 2 all’8 dicembre 2019. La Settimana Pacifica è per me la pigna di pacchetti natalizi sotto l’albero. Per il luogo dove si svolgerà, innanzitutto. Il Teatro Filodrammatici, piccolo e inarrestabile cuore della Milano artistica e culturale. Intorno e dentro questo teatro appoggiato alla Scala studenti, attori di fama mondiale, insegnanti che ancora credono nel potere della messa in scena come arma di ristrutturazione di massa.  Il Filodrammatici è nel centro della città dove sono nato, che ha accolto i miei genitori, naviganti a vista sul dorso della grande ondata immigratoria interna del secolo scorso. Milano, che vedevo da lontano, che raggiungevo dalla periferia, ma che è sempre stata prodiga con me di opportunità e incontri. Tra i regali sotto l’albero ci sono poi gli artisti che saranno con me in scena, ogni sera un ospite. Sono artisti con i quali ho avuto la fortuna di collaborare, o coi quali speravo accadesse di dividere il palco. Sette miei concerti, le canzoni pescate da tutti i miei dischi. Sette magnifici ospiti. Uno a sorpresa, ma potete venire a scatola chiusa, sarà una serata grande al pari delle altre», queste le parole con le quali il cantautore ha presentato il nuovo, bellissimo viaggio live.

Per interagire direttamente con Pacifico, vi rimandiamo alla sua PAGINA FACEBOOK ufficiale.

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