Pianista Indie, l’insopprimibile libertà dell’essere (intervista)

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È stato pubblicato lo scorso 22 novembre su tutti gli stores digitali _TO BIT OR NOT TO BIT, il primo EP di Pianista Indie. Quattro singoli inediti, che si sommano ai cinque che questo misterioso cantautore dal volto celato ha reso disponibili nell’ultimo anno. I titoli? Lucio Dalla, Maria Callas, Caravaggio, Vita di merda, mentre i precedenti erano Urologia, Zara, Fabio, Riviera e Ti amo ma. Una maschera e un pianoforte, personaggi che hanno segnato l’immaginario culturale e collettivo ciascuno a suo modo, riferimenti solo apparentemente nonsense a marchi d’abbigliamento e reparti ospedalieri, una valutazione che sa di amara sentenza senza appello: chi è… anzi, cos’è Pianista Indie? L’ennesimo, irritante prodotto della società delle apparenze, costruito con mattoni di sensazionalismo e parole centellinate ad arte? Il cantautore di nicchia che gioca sulla tenebra perché nel buio non si nota il vuoto di talento e concetti? No, e basta dare una lettura e un ascolto attenti ai suoi testi per capirlo: Pianista Indie è un fine e spietatamente sincero analista dell’anima che non ignora il corpo, e dosa con (ormai tristemente) desueta sapienza gli ingredienti del sarcasmo e di un vocabolario senza alibi realizzando un ritratto del nostro viaggiare comune che, attraverso ombre e polvere, inciampi e piccole bassezze, ritrovata dolcezza e fragile nostalgia, mette in piena luce la nitida bellezza della normalità, e la sua forza dirompente in un’epoca di tanto esaltata, quanto innaturale perfezione.

Abbiamo intervistato telefonicamente l’artista, e la franchezza con la quale si è raccontato fuga ogni dubbio in merito al suo aver fatto del datemi una maschera e vi dirò la verità di wilde-iana memoria la propria bussola. Una maschera che non è l’armatura che copre le cicatrici per intimorire il nemico, ma quella che le svela per reclutare alleati nella battaglia quotidiana contro la plastificazione dell’essenzialità e il raddrizzamento artificiale di quello sbilenco procedere che ci rende vivi.

LA NOSTRA INTERVISTA

Nella tua biografia si legge che solo da poco hai ripreso a far musica dopo esserti allontanato da essa per molti anni. Quando e come hai sentito per la prima volta il desiderio di scrivere in note?
In realtà, sono stati tanti i contatti con il mondo della musica: tante volte ho prodotto cose, le ho fatte girare per case discografiche, negli anni ho conosciuto addetti ai lavori, però mi sono sempre sentito come il brutto anatroccolo, come quello che non doveva essere accettato e che sarebbe stato più fortunato la prossima volta. E così a un certo punto mi son detto “vabbè, basta”, come tutti quelli che si avvicinano a una cosa così bella come la musica, ma poi si rendono conto che non ti viene data la possibilità di accedere a quel sistema, e mi son messo a fare una vita normale, a  lavorare normalmente. Come ho scritto nella biografia, potevo diventare un barbone come un amministratore delegato di un’azienda, ma non è questo il punto: il punto è che, semplicemente, c’è stato un momento in cui mi sono reso conto che fare un lavoro normale mi rendeva triste. Ho avuto l’occasione di tornare a scrivere canzoni e di pubblicarle su Spotify, ed è così iniziata questa seconda vita.

Qual è stata la spinta che ti ha portato a iniziare a scrivere?
Più che una spinta, non credo sia mai esistita una alternativa, per me. Sai che adesso abbiamo l’iPhone che ti dice per quanti minuti al giorno l’hai utilizzato? Ecco, io mi ricordo che da adolescente prima iniziai a pensare alla musica per un quarto d’ora al giorno, poi per un’ora, poi per sei ore, per otto… nel giro di un anno — ne avrò avuti sedici, al tempo — mi sono reso conto che l’80% della mia giornata, sogni notturni compresi, era occupato dalla musica. Quindi non potevo che fare questo, il che vuol dire che anche se non lo facessi professionalmente, lo farei comunque in altre forme. Fare musica è il mio ossigeno.

E quali ascolti alimentavano questo tuo fuoco sacro?
Sono onnivoro, soprattutto da quando è arrivata la musica digitale; io lo chiamo “effetto Via Zamboni”, come la strada di Bologna: ricordo che quando andai all’università per la prima volta, entrai proprio in Via Zamboni e ai muri c’erano tantissimi avvisi, e io non riuscivo a camminare perché dovevo leggerli tutti anche se non mi interessavano, e sentivo il bisogno di essere informato. Da quando la musica è arrivata sul digitale, per me l’effetto Via Zamboni è diventato globalizzante: devo ascoltare tutto perché mi piace tutto. Da un punto di vista compositivo, poi, i miei padri sono i Police, i Queen, i Beatles e i Clash, sicuramente. In Italia, Lucio Battisti, Rino Gaetano e Vasco Rossi.

Veniamo alle fonti d’ispirazione: cosa cattura il tuo sguardo, e come quel qualcosa finisce sul foglio? Da cosa parti?
Mi piace scrivere canzoni per chiazze di colori. Prendiamo “Maria Callas”: ecco, per me queste due parole contengono già una canzone. Non devo scrivere della vita di Maria Callas: è la chiazza di colore che il nome mi ispira a contenere in sé un ipertesto di immagini, di odori e di sapori che guidano la composizione. Vedo un film di Kubrick? Mi metto al piano e scrivo una canzone che si chiama “Kubrick”: non parlerà né del film, né della vita del regista, ma delle emozioni che in quel momento sto vivendo e che magari il film ha acceso. Non saprei spiegarlo meglio… o forse è la mia follia che mi porta a pensare queste cose! (ride, n.d.r.)

Come costruisci il ponte tra questi colori che ti colpiscono all’improvviso e il tuo mondo interiore?
Con le mani sul pianoforte: in qualsiasi momento un nome, anche il tuo, potrebbe suggerirmi un’idea per un testo, ma se non avessi lo strumento a disposizione, scriverei solo una poesia sterile, banale. Lo strumento mi permette di creare qualcosa non di poetico, ché quello spetta ad altri stabilirlo, ma di stimolante per me. Il punto di contatto tra l’immaginario e la realtà sono le dita sui tasti bianchi.

Un flusso di puro istinto…
Tutte le canzoni che ho scritto sono venute fuori in un minuto e mezzo o in tre. Certo, poi ritocchi la parolina, metti a posto l’accordo, armonizzi diversamente, ma il flusso è immediato, altrimenti verrebbe fuori qualcosa di artefatto. Nel momento in cui nasce, l’idea viene vomitata fuori. Infatti ultimamente ho qualche problema, perché ho tante cose da fare al di là della musica, ma ogni volta che mi metto al piano nasce qualcosa. E così nasce anche la sofferenza, perché vorresti occuparti degli altri impegni, ma quando la canzone ti chiama, devi restare lì e portarla fino in fondo.

Tra i singoli che hai incluso in questo EP e i quattro precedenti cosa è cambiato, se è cambiato, nel tuo modo di creare?
La formula compositiva è assolutamente identica: io davanti a un pianoforte, chiuso in una stanza con tanto riverbero, un foglio e una penna. Quello che è cambiato è l’approccio produttivo, perché mentre nella prima fase ero soltanto io che registravo le canzoni con due microfoni di fortuna e poi le pubblicavo su Spotify così come le avevo incise — parliamo proprio di “Urologia”, “Zara”, “Fabio” e “Riviera” —, in questa seconda fase, essendo intervenuta una casa discografica (la Mescal, n.d.r.), le canzoni sono state prodotte in studio e c’è un lavoro ulteriore che non compete a me. Nel momento in cui mi sono trovato a esser contattato da tre o quattro etichette indipendenti, ho deciso di firmare proprio con questa etichetta perché conosco la sua storia, conosco chi la dirige e le persone che ci lavorano, e sono professionisti veri perché sanno rispettare gli artisti con i quali collaborano, dunque mi fidavo e mi fido molto di loro e fino ad ora riscontro ciò che speravo. 

Entriamo nello specifico dei tuoi testi. Lucio Dalla è stato il cantautore che forse più di ogni altro ha puntato lo sguardo sul futuro, e in questo omonimo pezzo tu hai portato lui proprio nel futuro, che è il nostro presente. E sembri suggerire che quando tutto cambia, solo l’amore e la musica restano se stessi. Come lo immagini il futuro?
Una bella domanda: il futuro lo immagino uguale al passato, ma più veloce. Ti ricordi quando c’erano le MC, le cassette che, quando le riavvolgevi, facevano quel “vrrrrrrrr” velocissimo? Ecco, così mi immagino il futuro, cioè i famosi corsi e ricorsi storici dei quali parlava Giambattista Vico: le stesse cose accadute nel passato, ma con un bpm molto maggiore. Ecco perché è nata “Lucio Dalla”, hai colto perfettamente il senso della canzone, che dice “se Lucio Dalla scrivesse oggi una canzone sui tuoi occhi, la troveresti in fondo al mare”, perché la sua bellissima “Com’è profondo il mare” è stata una delle prime a ottenere un grande riscontro di pubblico… e se Vasco scrivesse oggi “Albachiara”, la troveresti su Indie Italia, questa playlist di Spotify sulla quale vanno a finire le robe più innovative: Vasco secondo me è stato uno dei più grandi artisti indie che la storia italiana ha visto. Una canzone come “Colpa d’Alfredo” è il perfetto manifesto dell’indie di oggi: dire esattamente ciò che ti passa per la testa senza paura d’essere giudicato.

La scelta del tuo nome d’arte è dovuta proprio a questo, all’idea che l’indie garantisca la massima libertà espressiva e creativa?
Assolutamente sì: io credo che l’indie sia una finestra di libertà che negli ultimi anni ha dato la possibilità alla nuova musica di emergere, nuova musica che non avrebbe mai avuto la possibilità di emergere all’interno dei meccanismi fritti, rifritti e incancreniti che il novecento si portava dietro. In fin dei conti, i meccanismi di sviluppo della musica in Italia provenivano dalle radio libere poi diventate network, quindi quei cinque o sei direttori decidevano quale dovesse essere il futuro degli artisti, e se in quei circuiti non ti era permesso di entrare, non avevi alcuna speranza di raggiungere il successo. L’indie — o meglio, il Web che nell’indie si è incanalato — ha dato la possibilità ad artisti che mai sarebbero stati accettati da determinati network di diventare poi ascoltatissimi dai ragazzi semplicemente perché scrivono belle canzoni. Il paradosso è che adesso sono proprio i network a rincorrerli: un affascinante capovolgimento del gioco.

Tornando ai tuoi testi, nel caso di Caravaggio hai trasformato in canzone la sua caratteristica peculiare: il mettere in luce le nostre imperfezioni, che però son proprio quelle che ci rendono vivi.
È proprio così: l’ho scritta dopo aver visitato una mostra su Caravaggio a Milano nell’inverno di quest’anno che parlava proprio delle tinte oscure, della luce che c’è all’interno dell’oscurità,ma anche del suo passaggio a Roma e delle difficoltà che ha dovuto affrontare nella sua vita. Questa mostra l’ho vista alle sette di sera e alle otto e mezza ho scritto il pezzo con una tastiera a casa di mia sorella, quindi ne sono stati assolutamente condizionato. Ecco l’esempio di ciò che ti dicevo prima: “Caravaggio” si chiama così ma non parla di lui; parla di me, e per qualche strano motivo è però collegata ai suoi toni di colore. Tra i pezzi dell’EP è forse quello più difficile, che emerge con minore immediatezza.

Maria Callas, invece, parla di una storia al capolinea, e di un amore non vissuto dai due protagonisti con la medesima intensità. Esattamente come è accaduto all’eponima. Mi appare il più cinematografico dei tuoi brani: qual è il tuo rapporto con le arti visive?
Guarda, io credo che l’uomo abbia bisogno di mangiare per nutrire il proprio corpo, e ancora di più ne abbia di nutrirsi delle arti. Per quanto mi riguarda, sento davvero la necessità di guardare film, di leggere libri, di ammirare fotografie meravigliose per alimentare il mio spirito. È essenziale. Sono convinto che l’unico modo per sconfiggere la decadenza dell’epoca che stiamo vivendo, l’imbruttimento di questo secolo e delle abitudini che ci coinvolgono quotidianamente sia la bellezza, e la bellezza la trovi solo all’interno dell’Arte. Sono discorsi vecchi e già sentiti, ma ora che ho l’occasione di dirlo, lo dico anch’io.

Credi che siamo ancora capaci di riconoscerla, la bellezza, in questo mare magnum di brutte distrazioni?
Domanda complicatissima. Secondo me, passa tutto per l’educazione: un ragazzo reputa bello ciò che magari per un altro può essere brutto semplicemente perché è stato educato al brutto. Ecco perché credo sia impossibile rispondere a questa domanda in modo lineare, logico. Quello che posso dirti, però, è che se veniamo educati al bello, inevitabilmente il bello lo cerchiamo e di esso ci nutriamo. Il problema, ancora una volta, risiede nell’epoca che stiamo vivendo: Manuel Agnelli in una canzone diceva “come può la mia musica essere bella se la realtà che vivo è mediocre”, o qualcosa di simile, non ricordo le parole esatte. Ma è vero: se viviamo in un periodo mediocre, la nostra morale sarà mediocre e la nostra arte sarà mediocre.

“Prendiamoci per mano e un po’ meno per il culo” mi sembra racchiuda in sé l’essenza del tuo sguardo sulla vita: niente formalità, torniamo alla sostanza. È così?
Assolutamente sì: le due chiazze di colore che possono meglio descrivermi sono il cammino di Santiago e San Francisco, in California. Il primo perché con un pantaloncino, una borraccia e uno zaino sulle spalle non esistono più distinzioni tra l’operaio e il megadirettore aziendale: siamo tutti uguali e stiamo tutti camminando verso un unico punto, e questa è la rappresentazione della vita. San Francisco, invece, è una città dove si respira il respiro del mondo: da quella baia nascono le nuove idee non da oggi con la Silicon Valley, ma da sempre, dalla rivoluzione sessuale alla grande musica e ai Festival degli anni ’60 e ’70. Lì, in quel posto, hai la sensazione che l’homeless sia uguale all’amministratore delegato di Twitter: ha il suo posto in mezzo alla strada. Io cerco di essere il più spontaneo possibile non soltanto quando scrivo, ma anche nella mia quotidianità. La frase che hai citato vuol dire proprio “ragazzi, diciamoci le cose così come stanno, basta con le finzioni e coi tre milioni di like come metro di valutazione di chi sia più figo di un altro”.

Ti amo ma mi ha colpito per il divertente gioco di antitesi tra i canonici punti di vista maschili e femminili, antitesi anche melodica. Come è nata la tua collaborazione con le due ragazze di “Quello che le donne non dicono”?
Sono appassionato delle cose originali  che ci sono in rete, e ce ne sono tantissime, così come c’è tanta umanità, oltre alla tanta disumanità che fa più rumore. E tra questa umanità, mi sono imbattuto in queste due ragazze che definire influencer o webstar sarebbe assolutamente riduttivo: sono due creative, due artiste davvero super originali. Ho avuto modo di incontrarle durante l’estate in occasione di un aperitivo, e ho detto loro «perché non facciamo un brano insieme?» . Avevo appena scritto la mia parte di “Ti amo ma”, e l’avrei pubblicata in quel modo, solo un minuto e venti, anche perché non sapevo come concluderla. Loro mi hanno risposto «la canzone è davvero bella, però — e io quando sento “però”, impazzisco, perché odio chi acconsente sempre — c’è soltanto il punto di vista maschile: perché non aggiungiamo quello femminile? In fondo, “ti amo ma” può dirlo anche una donna». Ho dato loro carta bianca sia per quanto riguarda il testo, che per la melodia, che poi ho completato al piano. Ed ecco com’è nato quel gioco: due mondi assolutamente lontani che ancora una volta trovano il proprio punto di contatto in un pianoforte.

I due cardini sui quali ruota il tuo racconto sembrano essere identità e sincerità. Partiamo dal primo: hai sempre detto che la maschera hai deciso di indossarla perché il pubblico si concentrasse sui tuoi pezzi e non su di te, ma si dice che l’essenza di un artista risieda nel suo sguardo, nelle sue espressioni. Non temi mai che si tratti di una scelta controproducente, in tal senso?
Sì, ogni giorno. E infatti è uno degli argomenti che più discutiamo con la casa discografica. Nei primi live mi mancava il contatto carnale col pubblico: se una frase la dici sorridendo, assume un valore, ma se le stesse parole le pronunci con un’espressione triste, il valore si modifica radicalmente. Con una maschera diventa, ovviamente, tutto più complicato: è sì vero che voglio mettere la musica in primo piano, ma nello stesso tempo mi  piacerebbe coinvolgere maggiormente chi viene ad ascoltarmi dal vivo mostrando l’espressività del mio volto. Questo però è un problema relativo, al momento: non sto facendo un vero e proprio tour da chissà quante date, ma solo qualche ospitata. E poi, nessuno ci vieta di togliere la maschera nel momento in cui il messaggio della canzone supererà il peso del personaggio, ammesso che il personaggio possa essere considerato un peso. Quando la canzone si è affermata in quanto tale, la maschera si può tirar via: la gente continuerà a prestare attenzione solo a ciò che conta, cioè alla musica e alle parole.

Faccio un passo indietro: nel momento nel quale hai deciso di tornare a far musica, ti sei fin da subito immaginato così, maschera e piano?
No, la maschera assolutamente no. Devo essere sincero: non pensavo nemmeno di trovare una casa discografica e di andare in giro a suonare. Quando ho pubblicato “Urologia”, il primo singolo, ad agosto 2018, l’ho pubblicato perché questa canzone è bella: registrata così, con mezzi di fortuna, pianoforte e voce, e tra l’altro i microfoni panoramici mi hanno anche ripreso grilli e cicale, e non avrei potuto escluderli nemmeno volendo. Messa su Spotify, non mi sono proprio posto il problema di come presentarla live. Dopo due mesi, mi sono ritrovato nelle playlist, e solo a quel punto ho pensato di aprirmi un canale Instagram. Già, ma con quale immagine? Boh: non sapevo se sarei andato avanti, se avrei scritto altro…  ho iniziato a mettere immagini che richiamassero le mie canzoni, o strofe tratte da esse, ma mai il mio volto, perché volevo che fossero proprio le canzoni a parlare, non il volto di uno sconosciuto. E ho fatto lo stesso anche dopo la pubblicazione degli altri pezzi. E poi è arrivata la casa discografica, che mi ha detto “perché non continuiamo con questo gioco? Le canzoni sono belle, lasciamo parlare la musica”. Ok, ma quando poi andremo in giro a suonarle? Mettiamoci una maschera, dai. E così è nata l’idea.

Torniamo ai testi, e veniamo alla sincerità: che tu faccia ricorso all’espediente della sbornia per dire fino in fondo ciò che pensi, o che esterni con estrema nitidezza il tuo sentire, è evidente che non hai timore di lasciar trasparire una evidente fragilità. Questo metterti così a nudo ti ha mai generato timori?
Guarda, io credo che dovrebbero sentirsi molto più intimoriti quelli che parlano di tutte quelle stronzate volgari o violente all’interno dei pezzi. Loro dovrebbero vergognarsi. Io parlo d’amore e dei sentimenti che tutti noi proviamo quotidianamente… poi, se dico “ah, com’è bello scopare”, penso si tratto di un’opinione condivisa da tutto il mondo (ride, n.d.r.), ma che molti non esprimono perché pensano sia inopportuno, ma poi nei pezzi si parla di cose ben più inopportune. E allora davvero prendiamoci un po’ meno per il culo e più per mano, guardiamo in faccia la verità. “Ah, com’è bello scopare” è un “fate l’amore, non fate la guerra” versione 2020, quindi posso permettermi di dire ciò che penso senza che nessuno gridi allo scandalo. No, non mi sento per niente intimorito, anzi: alcune canzoni sono quasi una seduta psicoterapeutica, perché se tieni sempre tutto dentro stai male, torni a casa la sera e sei depresso. Invece se in un pezzo puoi scrivere “Maradona che balla con Belén, crollano le mie ultime, fottutissime convinzioni” — perché Maradona è un mito e se finisce a ballare con Belén vuol dire che non c’è più religione — ti senti davvero bene. E che il pezzo venga ascoltato da due o da duemila persone non mi importa, perché ho già vinto. La libertà di pensiero è tutto, e se riesco a dire quello che penso piacendo anche alla gente, ne sono felicissimo.

Trovo che tu sia riuscito a unire con una certa armonia l’elemento di corrosiva autoironia e quello di un malinconico romanticismo. Auspichi che questo connubio rappresenti il tuo tratto distintivo?
Se è questo ciò che emerge dalle mie parole, io ne sono molto felice. Ovviamente, quando scrivo non mi pongo il problema di come apparire, perché se lo facessi, finirei per scrivere le hit di plastica che poi vanno a finire in radio. Il bello di fare musica in modo indipendente sta proprio nel sedersi a uno strumento e poter essere se stessi. Questo è il vero valore dell’indie, al di là delle definizioni e di tutte le menate che si dicono in merito. Mi auguro che non verrà a sporcarsi negli anni, ma penso di no: il Web dà davvero a tutti la possibilità di proporre una propria canzone, Tutto sta nel trovare il coraggio di esprimersi esattamente per ciò che si è. Poi, chiaramente, chi analizza la tua musica dall’esterno legge in essa delle cose, e come ti dicevo all’inizio, se tu leggi ciò che mi stai dicendo, io sono super contento e continuerò a essere me stesso, continuando così a lasciar passare questo messaggio.

Sei un appassionato dei film di Kubrick, che in una inquadratura o in un oggetto celano spesso ricchi sottotesti. Anche tra le pieghe della tua ironia e di una apparente, quasi sfrontata leggerezza si celano delle ombre: ti auguri che ti ascolta vada a cercarle?
Mi auguro che quelle ombre, che ovviamente ci sono, suscitino nell’ascoltatore emozioni non necessariamente corrispondenti tra loro. Quello che ho sempre cercato nelle canzoni è che ispirassero in ciascuno qualcosa di diverso: i pezzi didascalici li odio. È molto importante che ognuno possa sviluppare il proprio viaggio all’interno dei colori e delle immagini di una canzone, perché la canzone è uno “stargate” per farti stare meglio e farti viaggiare con la mente, a mio modo di vedere: se in un pezzo che scrivo ti dico “le cose stanno così e basta”, ti chiudo all’interno di un recinto, tra quattro mura, e non può essere arte ciò che ti impedisce di spostarti altrove coi pensieri e le sensazioni. Perché leggere è così bello? Perché un libro ti allontana dal divano sul quale sei seduto e ti porta in un’altra dimensione. La canzone dovrebbe fare la stessa cosa: prima ci riusciva, oggi molto meno. E l’unico modo per riuscirci è suscitarti delle emozioni che devono arrivarti anche senza parole. Mi auguro quindi che in quelle ombre che tu citavi ognuno possa trovare il suo stargate per un personalissimo viaggio.

Leggendo i tuoi testi e soffermandosi su titoli come Vita di merda, di primo acchito si sarebbe portati a pensare a te come a un disincantato pessimista. Ma io trovo che proprio negli errori e nella carnalità che ci rendono uomini, che racconti senza veli, risieda il tuo grande amore per la vita stessa…
È assolutamente così: “Vita di merda” non è affatto una canzone pessimistica e decadente, e infatti ho voluto sottolineare questo contrasto tra titolo e significato  con un ritmo “up” tutt’altro che decadente e pessimistico. “Vita di merda” va detto col sorriso sulle labbra: è una merda? Ok, allora cerchiamo nei piccoli piaceri la spinta ad andare avanti, e ci accorgeremo che in realtà è bellissima. Torno a ribadire: soltanto l’arte e la bellezza — che troviamo anche nel sesso, nell’amicizia, nel confrontarci con gli altri, nel prenderci per mano — possono salvarci dal marcio e dal brutto. Ci salveremo tornando a essere noi stessi e a dare importanza alle cose che contano. Tutt’altro che un messaggio pessimistico.

Dal punto di vista delle sonorità, hai cercato ancora l’essenza, lasciando che fosse quasi sempre il solo piano ad accompagnare le tue parole. Un altro modo per concentrare su di esse l’attenzione?
Certo: tutte le volte che andavamo in produzione sui brani, mi sentivo con Marco, che è la persona che in Mescal ha preso a cuore più di ogni altra il mio progetto, e ci dicevamo “rimaniamo minimal, rimaniamo minimal”, perché oggi si tende a overprodurre tutto perdendo spesso il messaggio, o si cerca di artefare un messaggio che non c’è amplificandolo con suoni ed effetti speciali, che rendono luccicante qualcosa che manca di sostanza. Noi credevamo che le canzoni avessero qualcosa da dire, e perciò abbiamo deciso di mantenere la melodia pulita, essenziale. Come ti dicevo, le prime canzoni le ho pubblicate pianoforte e voce: dieci anni fa sarebbero state considerate dei provini, perché dieci anni fa si proponeva ogni pezzo in versione piano e voce e poi subentravano il megastudio e la squadra di musicisti e arrangiatori con otto diplomi che ti mettevano da parte e ricostruivano la canzone, riducendo la tua voce a un insignificante puntino all’interno di un grande lavoro fatto da altri. Oggi mi sono reso conto che anche un brano inciso piano e voce viene apprezzato, e allora è cambiato tutto, è cambiato il modo di ascoltare la musica. Se un artista capisce che in questo nuovo modo di fruire la musica può ritagliarsi il proprio spazio, quell’artista riesce forse non a vivere di musica, ma a essere contento di ciò che crea.

In virtù di questo grande cambiamento, qual è a tuo modo di vedere lo stato di salute del cantautorato italiano attuale? Sta vivendo un momento di down rispetto ai fasti del passato?
Non reputo che ci sia un down: anzi, credo che tutta questa superbolla dell’it-pop e dell’indie abbia creato un nuovo cantautorato. Poi, tra qualche anno, tutta questa produzione verrà passata al setaccio e vedremo chi rimarrà e chi potrà essere eletto come vero rappresentante del nuovo cantautorato. C’è sicuramente una grande diversità rispetto al mondo di Dalla, De Gregori, Venditti, De André, ma è normale: mai si potranno avere di nuovo artisti del genere perché quegli artisti hanno scritto in un determinato periodo storico in cui la musica veniva ascoltata in un determinato modo. Però la vitalità e la creatività che ci sono oggi nel cantautorato non hanno nulla da invidiare a quelle degli anni migliori della musica italiana. Poi bisognerebbe aprire un capitolo a parte per rap e trap, ma secondo me si tratta di un altro sport, che attrae tanto i ragazzi perché va a toccare le loro corde: un ragazzo delle scuole medie che vive un’epoca così veloce, violenta, distratta come lo scrolling dei contenuti su un social, non può che essere affascinato dalla trap. Con questo non sto dicendo che la trap è brutta, ma solo che è lo specchio della realtà che stiamo vivendo.

Da musicista, come valuti il rapporto parole/musica in un pezzo cantautorale e uno trap?
Nel mio caso, parole e musica nascono assolutamente insieme in quel flusso di tre minuti del quale ti parlavo prima: quando le mani mettono a fuoco le note e le parole si allineano alle sensazioni che sto provando, viene fuori la magia. Trovo che ci siano artisti trap che hanno una proprietà di linguaggio e una capacità di scrittura impressionanti, e i più bravi riescono ad amalgamare il testo con la musica in modo stupefacente, al punto che si ha l’impressione di aver premuto il piede sull’acceleratore e di essere entrati in un’altra dimensione: ascoltavo di recente l’ultimo disco di Tha Supreme e secondo me è stratosferico, seppur trovi difficoltà ad avvicinarmi a quel tipo di musica. Siamo davvero nel futuro, in una nuova fase.

Che aspetto vorresti che avesse il tuo spazio nella musica italiana, e quali passi immagini di compiere nel prossimo futuro?
Voglio continuare a sentirmi a mio agio in quello che faccio così come è successo nell’ultimo anno, e ho le idee abbastanza chiare su come raggiungere questo obiettivo: devo poter continuare a scrivere ciò che sento senza la paura che qualcuno mi dica di cambiare ritornello o di modificare parole che non sono politically correct. Sembra banale dirlo, ma in realtà nel momento in cui hai la possibilità di scrivere e pubblicare ciò che vuoi e come vuoi, più della metà dell’opera è già compiuta. Se poi si incontra anche il favore del pubblico, tanto di guadagnato. Dove andrò in futuro è da vedere, perché vai a scontrarti con meccanismi più grandi di te e con la forza mediatica di radio e TV: non so se mi daranno la possibilità di accedere a canali più grandi di quelli nei quali mi muovo adesso, ma so per certo che manterrò questa identità, semplicemente perché è la mia, e non mi richiede nessuno sforzo mostrarla. Da ragazzini tutti volevamo costruirci un personaggio per conquistare chi ci piaceva, ma la verità è che dopo un po’ nemmeno tu riesci più a star dietro alle tue bugie e molli… e allora, meglio essere assolutamente se stessi, sperando d’incontrare sulla propria strada qualcuno a cui si piace proprio così.

Ci sarà presto l’opportunità di ascoltarti live?
Stiamo lavorando per costruire un tour in club intimi, perché voglio arrivare alle persone con le canzoni e non con i fuochi d’artificio: ci sono già alcune date, ma sono ancora in fase di lavorazione. Posso solo dire che durante l’inverno mi vedrete sicuramente in giro.

IL VIDEO DI LUCIO DALLA

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Venerdì 29 novembre è stato pubblicato su YouTube il video ufficiale di Lucio Dalla, il pezzo che Pianista Indie ha realizzato con il featuring dei Legno, online dal 22 dello stesso mese: onirico, essenziale e delicato come un un cartoon d’altri tempi, è stato scritto e illustrato da Carlotta Scalabrini, animato da Nicolò Davoli e prodotto da Comò Lab, studio d’animazione e illustrazione di Reggio Emilia. A proposito di Lucio Dalla, Pianista Indie ne ha raccontato la genesi così: «La notte del primo maggio, dopo il Concertone di Piazza San Giovanni che mi ero goduto dal divano di casa, ho scritto un messaggio su Instagram ai Legno e loro mi hanno risposto. Da quel momento abbiamo iniziato a sentirci più o meno regolarmente e alla fine, a colpi di “vocali” su WhatsApp è nata “Lucio Dalla”. Ognuno ha messo qualcosa di suo, non c’è stata alcuna forzatura, il processo creativo è stato naturale e divertente. Tornavo la sera dal mare e ricevevo un messaggio dai Legno che in vacanza dalla Sardegna avevano scritto parte del ritornello. La sera andavo a suonare e a fine concerto mentre tornavo a casa di notte, buttavo giù una parte di strofa e la postavo sul nostro gruppo WhatsApp. La mattina al risveglio loro continuavano, poi a pranzo io, poi di nuovo loro e così fino a quando la canzone ha preso una forma e ci ha definitivamente convinti. È bello fare musica così, in modo decisamente spontaneo e insieme ad Artisti che viaggiano sulla tua stessa lunghezza d’onda».

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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