Il jazz italiano continua a macinare ottima musica. Sia quando ci fa ascoltare un repertorio attuale e costruttivo, sia quando va a ripescare chicche di pregio negli archivi. Vi sottoponiamo l’analisi di una manciata di cd apparsi da poche settimane sul mercato sia fisico che digitale, grazie al lavoro solerte di etichette, come la Auand e l’Alfa Records, lungimiranti e propositive.

Satoyama

Satoyama
Magic Forest
(Auand/Goodfellas)
voto: 8+

Sono di Ivrea, in provincia di Torino, ma sembrano venire dal deserto oppure dal ghiaccio polare, dalle steppe oppure proprio da una “magica foresta” come quella del titolo. Il loro jazz di stampo quasi scandinavo, benché il nome sia giapponese e indichi i diversi paesaggi agricoli pedemontani, è volubile come un refolo di primavera e chiaro come la luna piena. Sa cogliere infinite sfumature da altri generi, soprattutto dalle sonorità da soundtrack (non per nulla hanno inciso musica per cortometraggi e web series) e da certa classica attenta ai profumi popolari (alla Béla Bartók per intenderci), ma senza fermarsi di fronte a connubi anche più arditi. Luca Benedetto alla tromba, Christian Russano alla chitarra, Marco Bellafiore al contrabbasso e Gabriele Luttino alla batteria sono giunti al terzo album in sette anni di attività e sono fieri della definizione che ha dato del loro stile un arguto collega: Radiohead e Bill Frisell discutono di ecologia in una tenda tuareg.

Gianfranco Menzella

Gianfranco Menzella Quartet
Double Face
(Alfa Projects/Egea)
Voto: 7/8

Si chiama Gianfranco Menzella Quartet, ma in realtà deve leggersi quintet poiché l’aggiunta del trombettista newyorchese Joe Magnarelli, dalla lunga e articolata carriera, sviluppatasi soprattutto in ambito orchestrale e a fianco di big del calibro di Lionel Hampton e Jack McDuff, Aretha Franklin e Rosemary Clooney, Jon Hendricks e Jimmy Cobb, è spesso determinante allo sviluppo del suono. Gli abituali tre compagni del sassofonista lucano, giunto al quinto album da solista, sono una squadra solida, in cui il pianista Bruno Montrone ha succose atout da spendere e i ritmi Luca Fattorini e Adam Pache sanno il fatto loro senza se e senza ma. Così, mentre i due fiati modellano sinuose linee che disegnano un hard bop elegante e quasi paradigmatico (non per nulla i brani sono firmati da Cedar Walton, Horace Silver, Benny Golson e Joe Henderson, oltre a due inediti del leader che fanno la loro “sporca figura”), tutto scorre come un Placido Don con le sponde piene di cosacchi in corsa fra di loro (l’esplosiva Bolivia in apertura) e di lussureggiante fauna al pascolo (la swingante conclusiva Serenity).

Ragotago

Ragotago
-ismo
(Jasm)
Voto: 8-

Si tratta del debutto di un quartetto formato dai fatelli Ragonese, il trombettista Pepe e il tastierista Pancho, argentini naturalizzati milanesi, già perno dei Thrust e della Mighty Groovin’ Stuff, spesso vicini alla fusion e all’happy jazz, accompagnati dai ritmi Ares Tavolazzi, che raggiunse la notorietà ai tempi degli Area, e Alfredo Golino, batterista per mille stagioni. Il leader è indubbiamente Pepe, che compone gli otto brani e si scopre cantante nella conclusiva Che belli noi, ballad intrigante. Il suo suono è lucido e tirato come l’argenteria della regina d’Inghilterra, cui la dichiarata passione per Miles Davis offre il planare sempre lineare, limpido, arrotondato, non le bizzose traiettorie dell’ultima stagione. Inutile dire che gli accompagnatori svolgono egregiamente il loro compito, con una cavata sempre preziosa Ares, un drumming tendente all’anticipo Alfredo e il piano-tappabuchi, spesso elettrico, del fratello. Sempre piacevolmente articolati i temi variano e intrigano, rivelando la naturale capacità di Pepe di inventare spazi e tappeti mobilissimi in cui insinuare la sua voce strumentale.

L’Enrico Pieranunzi Quartet del 1978

Enrico Pieranunzi
From Always To Now
(Alfa Music/Egea)
Voto: 8/9

1978. Il pianista romano ha 28 anni, non ha ancora vinto premi prestigiosi, neppure ha suonato in alcun grande festival internazionale né negli States, e nemmeno ha ancora inciso standard destinati a essere ripresi da musicisti di mezzo mondo. Eppure Pieranunzi, accompagnato da un terzetto che già allora stava dando linfa propulsiva a tutto il jazz italiano (la ritmica Bruno Tommaso/Roberto Gatto e il sassofonista Maurizio Giammarco, ospite in cinque brani su sette), giustifica nel suo sesto lavoro da titolare — cui andrebbero aggiunti i due relativi alle co-firmate colonne sonore di La ragazza alla pari e Liberi armati pericolosi — quello che scriverà il grande critico Nat Hentoff nel 1990: «Pieranunzi è un pianista di intenso lirismo, in grado di swingare con energia e freschezza e, nello stesso tempo, di non perdere mai la sua capacità poetica. La sua musica canta». Riascoltare oggi l’LP From Always… To Now! datato 1978 ci fa toccare con mano quanto fosse vibrante e vitale quel sound, quanto ricco ed espressivo, quanto di rara compattezza e di intense pulsioni, quanto pieno di domande sospese e di tranquillo narrare. La bonus track offerta è un’inedita versione del brano di apertura Night Bird, diventato poi un evergreen grazie a Chet Baker, proposto in un intenso dialogo con il contralto di Rosario Giuliani.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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