Quello che vi dirò non è nostalgia, ma solo constatazione.

Non mi importa dire con malinconia di un bel tempo che non c’è più, non guardo mai indietro, mi preme invece, poiché mi pare più urgente, la cronaca di un tempo che è alquanto sbagliato. Eccola.

Se c’è un posto davvero deprimente per uno scrittore vero, quello è una libreria. Qualunque grande libreria. Esistono ormai solo quelle. Avete presente? Uno di quei posti in cui i libri sono ammassati o anche posizionati con cura ma secondo ordini sempre e comunque riduttivi per un testo. Sempre marginali. Sempre trascurabili. Quei posti in cui qualunque opera diviene dozzinale, quasi superflua, e sembra essere stata fatta così, tanto per farla.

I libri sono talmente tanti che, malgrado le dimensioni del grande magazzino, occorre ve ne siano non più di due, al massimo tre copie per titolo. Tranne per quei pochi eletti che invece troneggiano riempendo la vetrina, o formano originali costruzioni totemiche accanto o davanti ad alti cartonati a colori che replicano grafica di copertina e titolo delle opere annunciando la conseguente inevitabilità del loro acquisto. Sono pari ai cartonati dei film di grido, solo che qui lo strillo in genere fa leva sul numero di copie già vendute, risultando ovvio che se un libro ha già venduto molte copie diviene, per questa sola ragione, imperdibile.

Il trionfo tronfio: il best-seller.

Che poi tradotto vuol dire il vincitore, il campione di vendita, quello che cioè ha sbancato nella gara di chi fa più incasso. Merce eletta.

Gli altri, sia chiaro, non contano, si tengono per tenerli, giusto per contratto a scadenza, quasi per cortesia, o per provare a vedere come va. Affollano dunque miseramente, spesso gli uni sugli altri, i vari banchi, e ogni singola voce si disperde nell’indistinto chiassare di migliaia di copertine. Tra questi, il colmo di tristezza lo raggiungono le fascette: da quelle si deduce che tutti sono titoli imperdibili, opere di autori che hanno già fatto strazio di premi e di critica. Da quelle si vanta trattarsi del miglior esordio, del più straripante successo in Norvegia, o che sono terze, quarte e quinte ristampe, che ne sono stati tratti film e serie televisive ovviamente di largo successo, e così via.

Lo scrittore vero, di fronte a queste manifestazioni del nulla, a questi buchi neri che divorano il senso della vita, soffre con adeguata dignità.

Amico, si fa un gran parlare della difesa ad oltranza della cultura e della necessità di incremento dei luoghi di vendita dei libri, ma è pura retorica fine a se stessa. Diciamo spesso che vorremmo difendere gli spazi librari dall’avanzare delle catene d’abbigliamento, delle banche e dei venditori di sigarette digitali, ma lo si dice a vanvera. Sono frasi vuote. Come dire “vogliamoci bene” e poi desiderare la morte del vicino di casa perché non paga le spese di condominio. Sono argomenti privi di autenticità. Cose che si dicono per il puro piacere di essere sempre e comunque raggiunti in una qualche misura dal consenso. Discorsi televisivi, fatti apposta per strappare la lacrima o l’applauso del pubblico ebete e di quello a comando, pagato per sedere un’ora sulla finta platea. Cose così.

Dì una cosa banale e stai certo che tutti, non avendo scampo, ammetteranno che è giusta, mentre quelli disposti a scavare e denunciare che è una banalità sono sempre troppo pochi. Il banale, occorre ammetterlo, guadagna terreno. Come in politicaIn politica  dire cose scontate è pari all’esibizione dell’oroscopo di Maga Peppina: si enunciano sapendo che c’è sempre un’orda di imbecilli disposti, portati, o costretti a crederci, quindi tanto vale. Per un aspirante al consenso, prodigarsi in leccate di culo a destra e a manca è uno sport al quale ci si allena sin da piccoli.

Ecco, esattamente come è banale e retorico, ovvio e insignificante ma utile per uno che finge di fare della politica dire cose come: “per il bene degli Italiani” oppure “me lo chiede la gente per strada” e frasi simili, allo stesso modo è una posa priva di senso autentico dire a vanvera del necessario e auspicabile proliferare di librerie, senza sapere neppure cosa mai potrebbe e dovrebbe essere una libreria e senza i doverosi distinguo.

Per prima cosa lo è per via del fatto che una grande e luminosa, sfavillante libreria è sempre più simile ad un cimitero di idee. Un cimitero di anime vive, già avviate però alla decomposizione. Poi lo è perché, essendo così ammassato il tutto data l’enorme mole di uscite, nel suo essere anticamera al cimitero, è una sorta di momentaneo magazzino di stoccaggio per decine di migliaia di volumi, tra i quali forse, a volte, prima o poi, qualcuno, uno su migliaia, raggiunge l’incredibile meta di essere venduto.

Ve ne sono parecchie altre di ragioni per cui dire bene a priori di una libreria è una cretinata, ma tra tutte va detto che per chi scrive davvero, – per chi lo fa infischiandosene ad esempio del mercato, e non per snobismo ma perché scrivere non è un mestiere ma una predisposizione a creare futuro, chi lo fa come un duro e lungo lavoro di distillazione di talune idee, le misura col resto del mondo sensibile e una volta scelte le fa decantare, le vede gocciolare purissime da un alambicco interiore e cadere una ad una nell’ampolla lucentissima della propria poetica, e quindi le setaccia e manipola con cura ma anche con una certa spietatezza verso ciò che non avrebbe ragione di arrivare ad essere letto, – per chi fa dello scrivere una operazione come questa, entrare in una libreria è una pena.

Fonte di ansia indescrivibile.

Lasciate perdere le fantasie romantiche del mestiere nobile, del mestiere affascinante. Quelle dell’individuo eccentrico che si aggira nel mondo con fare estatico e distacco zen. Sono balle. Scrivere per davvero è sofferenza, ed è setaccio e scontro con il mondo che complessivamente viaggia sempre in una direzione sbagliata. Scrivere è una semina dolorosa, un’emissione insieme necessaria e pudica, spregiudicata e umile. 

Per chi ha come dimensione interiore lo scrivere inteso come scolpire il tempo, credete, vedere i libri in una libreria è uno strazio che si regge a malapena.

Se invece siete di quelli che si aggirano trasognati tra gli scaffali e i banchi di una di quelle catene editoriali, sorta di ipermercati del libro che pretendono di avere di tutto e che puntualmente non tengono opere necessarie ma abbondano di cazzate invereconde, e voi siete fessamente alla ricerca di “qualcosa di bello” che vi faccia compagnia nel fine settimana, allora non potrete capire. La varietà e l’abbondanza vi parranno una manna come potrebbe sembrarlo una corsia di supermercato che proponga eserciti di marmellate delle più fantasiose combinazioni, o di cosmetici, o detersivi, e dove solo “l’imbarazzo della scelta” è ciò che riempirà adeguatamente il vostro vuoto.

Non vi sfiorerà minimamente l’idea che tutta quella abbondanza non è affatto sintomo di ricchezza ideativa, ma colpevole protervia di un mercato disperatamente in declino, costretto a puntare tutto sull’enormità della proposta, segnale semmai di mancanza di rispetto fondamentale verso una delle più alte attività umane. 

C’è stato un tempo in cui qualcuno faceva qualcosa di utile e molti altri ne fruivano e giudicavano.

Ad esempio, un tempo in cui qualcuno scriveva e quando, dopo lunghe ricerche, spesso anni di lavoro estenuante, di prove, montaggi e smontaggi, sistemazioni, limature, un editore non completamente cannibale pubblicava quel testo, e questo usciva in librerie qualificate, qualcuno si assumeva l’onere di recensirlo e qualcun altro il rischio di acquistarlo per il piacere della scoperta che portava persino all’avventura di leggerlo. Assimilarlo. Assumerlo.

Se quel tempo è un ricordo non dobbiamo stupirci di molti altri passi falsi fatti nel quotidiano. L’assurdo guadagna ampi spazi, come il deserto. E l’aridità ci riguarda sempre più intimamente, anche se (o proprio perché) non sappiamo più leggerlo nella realtà.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

1 COMMENTO

  1. Pur non scrivendo, non più x ora, ma avendo lavorato in una ” vera ” libreria, gestita da due persone interessate e competenti, posso sottoscrivere tutto o quasi ciò che hai detto. Come dicevano i ” grandi” cccp ” producete, consumate e crepate”. Omm.

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