Perché mai dovrebbe essere interessante andare ad ascoltare qualcuno che pesta accordi a caso su una chitarra blaterando le proprie idiozie ad un microfono?

Perché mai dovrebbe importare a qualcuno delle tua schiena nuda, immortalata in un’istantanea e affidata per sempre alla rete in un’accurata dimensione del “non si vede abbastanza ma quel che si vede potrebbe piacere ed io potrò illudermi di essere bella perché è la mia schiena ad essere desiderabile”?

Perché mai si dovrebbe in libreria scegliere di acquistare un volume inutile già sin dalla copertina in cui un editore venduto ha voluto ad ogni costo stampare le cazzate ennesime di un cantante con l’unico merito di avere raggiunto un numero elevato di idioti disposti ad ascoltarlo?

Perché si dovrebbe considerare opera qualunque porcata vomitata a caso, in pochi minuti, dal primo cretino che ha deciso di immettere il proprio sputo nel mare magnum in cui tutti possano proseguire serenamente ad annegare? 

Perché fare questo e poi lamentarsi del caro della bolletta, del caro del carburante, dell’autostrada, dei raggiri politici, dei delitti di stato e proseguire lo stesso a fare le cose che tutti immancabilmente sentono la pulsione irresistibile di fare, come pubblicare sull’applicazione di grido la tua istantanea mentre ti fingi interessato a studiare per l’esame di scienze politiche e non sai più neppure cosa sia un quotidiano.

Perché fare cose come queste, non ascoltare mai più neppure tre brani di fila di uno stesso disco e poi lamentarsi ufficialmente del fatto che non si vendano dischi, avere una collezione fessa di volumi che non apri da lustri e recitare la parte di chi si lamenta del fatto che non si acquistino libri, non finiscano le guerre, non smetta la pubblicità, non smettano di lanciare telefoni e auto e dentifrici e creme di giovinezza?

 Se non sei interessato a ciò che che ti sta accadendo mentre amabilmente muori di minuto in minuto, come potresti avere qualcosa da dire, come pretendere che altri trovino significativo venire a vedere proprio e immancabilmente te masturbarti al microfono di un impianto di fortuna il venerdì sera, mentre centinaia di altri imbecilli fanno la stessa identica tua cosa, esattamente come la fai tu, con gli stessi accordi e gli identici arrangiamenti, le pose e le parole pure, i vestiti e labbra come la tua, e gli occhiali e il telefono come il tuo, e credendosi esattamente come te quando credi di fare delle cose mentre non fai altro che adeguarti, adeguandoti all’adeguamento, agli aggiornamenti degli aggiornamenti, alle progressive sistemazioni della morte che avanza ovunque e ha nomi lucenti, sguardi attraenti, culi ben fatti, schiene finto-desiderabili, sguardi melliflui in camera, souflè e lasagne eletti a opere d’arte, bimbi esibiti come trofei, penosi messaggi lanciati al babbo appena morto da parte di chi non gli ha probabilmente mai parlato quando era in vita e semmai lo ha più volte criticato, attaccato, e persino insultato, oppure è stato a sua volta da lui attaccato, criticato e insultato.

Sei una donna come ve ne sono milioni semplicemente perché credi di pensare ma ti adegui e ragioni come milioni di altre. Tu sei le altre, ma credi di essere te stessa. Nel tuo illuderti di essere unica, l’unica ad esser unica, imperdibile, inevitabile velluto che avanza come quella che vedi nella pubblicità, e beandoti così della forma dritta abbastanza, liscia abbastanza, magra abbastanza delle tue gambe, o della forma del tuo culo, ti consoli, tutto ciò bastandoti a navigare nel nulla di una esistenza comandata, sino alla nuova irresistibile tentazione di mettere maldestramente in mostra una nuova volta le tue forme, mentre non mancherai di scandalizzarti del maschilismo imperante, o di aderire alla campagna “me too” contro qualcuno accusato di aver toccato il culo di un’attrice quando quella era in piena gavetta.

Sei un povero tracannatore di birre rigorosamente artigianali che non sa mettere in fila due frasi sensate ma è stato liquidato a pieni voti dall’università-supermercato, e per questo ti senti il divo del momento. I tuoi trent’anni suonati ti fanno presumere di essere il più desiderabile scopatore che si sia mai visto, sebbene dichiari di essere a favore dei diritti irrinunciabili della donna e poi confessi in pizzeria agli amici il tuo segreto desiderio di scoparti l’attrice più quotata, ma hai già un figlio nato per pura distrazione e l’appartamento te lo ha comprato tuo padre, mentre all’ora dell’aperitivo puoi bearti del taglio di capelli, del bicipite tatuato, ingigantito dall’angolazione scelta con cura per la foto che ti potrà rappresentare, mentre ti dedichi un autoscatto sulla Milano-Roma, in corsia di sorpasso, e col bambino che dorme sul sedile posteriore.

È inutile dire e recitare in coro cose decise per te da chi credi di contestare, se poi usi lo stesso operatore telefonico di tutti, che ti ruba, come fa con tutti, giorni di fatturazione ogni mese perché tu possa andare a fare raduni di piazza contro gli sfruttatori e inneggiare contro politici cattivi, andare alle manifestazioni in piazza col nome collettivo di svariate tipologie di pesci, di contestatori che una volta raggiunti in due raduni numeri di adesione epocali risolvono di non essere un partito ma di doverselo dire al più presto in un congresso, per cui raccoglieranno migliaia e migliaia di like, piogge e diluvi di adesioni, e lanceranno campagne per ricerca-fondi per finanziare in quello tesso congresso il concerto degli Afterhours, sentendosi per questo degli autentici innovatori, che accorreranno in folle oceaniche a scattarsi foto nell’atto di fingere di essere contestatori, e nel rito di recitare slogan scritti su Istagram per cambiare finalmente il mondo.

È inutile, non c’è niente da cambiare intorno. Il mondo è finito dentro di te. Finita la contestazione, la rivoluzione. Gli operai fanno cortei per il diritto di proseguire a partecipare alla produzione di milioni di lavatrici che andranno ad insozzare il mondo in cui dichiarano di voler vivere liberi, fare famiglia e avere un futuro. Un futuro di lavatrici sempre più efficienti, di visi levigati, di acquisti on line, auto che si guidano da sole e sistemi di domotica per ottenere sempre più isolamento dal mondo, un clima ideale in casa, il deserto dentro, inverni sempre più caldi fuori, e in cui si accoppano a distanza di sicurezza personaggi in vista di Paesi prima usati e poi mollati alla bisogna grazie ad un comodo drone, e poi andare a spiegare in mondovisione con discorsi commoventi rivolti al Paese appena attaccato che lo si è fatto per il bene del Paese. Il bene del mondo.

È inutile, sei morto, morto, è la storia che si è fermata, si è inchiodata dentro di te. Quando avresti dovuto fare la tua parte, hai preferito lo shampoo antiforfora e la laurea breve, bei voti a scuola che ti assicurassero un posto sicuro, l’investimento in titoli vantaggiosi e la rispettabilità pur di andarti a collocare prima possibile sul mercato, e quando il mercato del lavoro è morto hai aperto una palestra, o un Tattoo Centre o un ristorante vegano, hai fatto il cantautore che canta le canzoni dei lavoratori perché così non avresti dovuto cercarti un lavoro, hai voluto fare la mamma a tutti i costi entro i quaranta anche se il tuo lui non lo avrebbe mai voluto, ma mentre non scordi di fare il tuo post sensuale su Instagram, facilmente dimentichi il bimbo in auto mentre vai preoccupata in ufficio.

Ma il puzzo di morte che emani nella tua decomposizione non è registrabile dal tuo dispositivo mobile. Non ancora, almeno.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onorato Musicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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