Brunori Sas: «Con Cip! provo a demolire il mio ego»

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Brunori Sas
@Leandro Emede

Dario Brunori, in arte Brunori Sas, è un personaggio spiazzante. Le sue parole sono sempre intrise di autoironia, e potrebbe fulminarti con una frase tipo «Certi giorni sono il peggiore dei coglioni» (come canta in Il mondo si divide, brano d’apertura di Cip!, il nuovo album che esce oggi).

Del resto uno che quando ha iniziato a muoversi nel magico mondo dello spettacolo ha voluto inserire nel nome d’arte la sigla Sas (Società in accomandita semplice: Brunori Sas è la ditta di famiglia, legata al mattone e ai materiali da costruzione) o è uno sciocchino o una persona davvero estrosa. E nel suo caso propendo per la seconda ipotesi.

Anche quando esprime concetti profondi, Brunori ha un perenne accenno di sorriso sulle labbra. Butta là sempre qualche frase che un po’ disorienta l’interlocutore. «Purtroppo non ho ancora scritto la mia Despacito», dice nel bel mezzo di un ragionamento sulle canzoni da mettere in scaletta nel prossimo tour. E subito dopo, parlando del suo ego che tanto piccolo non è, scherza: «La prossima fase diventerò un profeta».

Del resto un po’ “fuori” lo è sempre stato: basti pensare che la prima canzone la scrisse quando aveva 7 anni, «era un tango tautologico». Mentre riguardo il significato di Cip! le ipotesi sono molte. Un fan ha ipotizzato che potrebbe essere l’acronimo di Come Imparare a Pensare. Brunori dice che potrebbe anche essere Canzoni Italiane Poetiche: «Magari organizzo un concorso, così ognuno può dire la sua e alla fine mi impossesso dell’idea migliore dicendo che l’ho avuta io».

Dell’album parleremo in modo approfondito con un articolo a parte.  Questo post invece voglio chiuderlo andando fuori tema, con un accenno al fenomeno delle “sardine”: «Sono andato alla manifestazione di Cosenza per curiosità. Ho visto un movimento sicuramente spontaneo, che fa storcere il naso alla vecchia guardia. Comunque ritengo che in questo momento storico partecipare sia fondamentale».

Qui di seguito la videointervista con Brunori realizzata in esclusiva per Spettakolo. Sotto pubblichiamo alcune note scritte di suo pugno da Brunori in cui parla del suo nuovo lavoro.

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di Dario Brunori

Il mio precedente lavoro, A casa tutto bene, è stato un album importante per tanti motivi, umani e professionali, come si dice nei colloqui di lavoro. Non vi nego che il pensiero di doverne replicare i fasti mi ronzava in testa, seppur senza particolari ansie, sin da quando ho iniziato a pensare ad un nuovo disco. Per questo motivo, prima di mettermi a scrivere nuove canzoni (onde non cadere nel tranello di ripetermi), da buon commercialista maniaco dei fogli excel quale io sono, ho stabilito alcune premesse di fondo, che vado ad elencarvi:

  • Avrei cercato di scrivere in modo più poetico e meno prosaico, prediligendo argomenti di ordine etico e filosofico. Si tratta di territori ambigui e spinosi, ne sono cosciente, in cui è facile cadere nel pedante, nel moralismo spiccio o peggio nella banalità. Per questo motivo ho cercato di non lanciarmi in voli inadatti alla mia apertura alare, troppo complessi, intellettuali o semplicemente, per la mia indole, noiosi. Per questo li ho affrontati, al limite, solo col guizzo del poeta, non di certo con la preparazione e la cura dell’accademico, dello studioso o dell’erudito.
  • Non avrei parlato in modo diretto di stretta attualità o di argomenti sociali, se non collocando le vicende umane all’interno di un contesto più ampio, quasi a volerne ridimensionare l’importanza rispetto all’insieme in cui sono calate. Volevo riconsiderare, in una sorta di Gestalt forma calabra, il rapporto fra ciò che ho sempre considerato centrale (la vita degli uomini) e ciò che ho da sempre considerato periferico (l’universo che ci ospita).
  • Avrei cercato di descrivere un sentire più che un pensare. Con particolare attenzione al canto, al suono della voce, al come più che al cosa.
  • Avrei cercato di parlare del nostro essere a tempo determinato, della morte come spavento, ma anche come consolazione e addirittura come stimolo alla vitalità.
  • Avrei sottolineato l’importanza di osservare l’armonia negli attriti, la necessità, per la vita stessa di una costante lotta fra gli opposti. (Un po’ new age da autogrill, ne convengo, ma sono andato dritto comunque, con una rustichella in mano.)
  • Avrei cercato di esprimere la mia naturale e costante tensione verso la spiritualità, cercando di cantare una sorta di religiosità laica. L’etica di chi non crede in Dio, ma si comporta come se ci fosse.
  • Avrei vestito le nuove canzoni in modo adatto ai contesti in cui sarei andato ad eseguirle, optando per una forma canzone che prediligesse la cantabilità, il ritmo, gli arrangiamenti sostenuti e ricchi di vitalità (nei limiti della vitalità massima che può esprimere un calabrese ozioso come me, ovviamente). Canzoni corali. Pop.
  • Sarei passato dal parlare di paura al parlare d’amore, tenendo fede alla celebre massima di John Lennon (che ho citato così tante volte che ormai dico che è mia):
    Ci sono due forze motivanti fondamentali: la paura e l’amore. Quando abbiamo paura, ci tiriamo indietro dalla vita. Quando siamo innamorati, ci apriamo a tutto ciò che ci offre la vita con passione, eccitazione e accettazione”. Canzoni d’amore dunque, nelle sue diverse declinazioni, da quello di coppia, a quello familiare, sino all’amore ideale, forse utopistico, indubbiamente figlio di un cristianesimo bambino a la “Marcellino pane e vino”, che per quanto possa averne preso le distanze, ha formato la mia visione del mondo. Canzoni di buona volontà, di tenerezza, ma anche di difficoltà, di pazienza, di denti stretti per tenere in piedi le cose. Della fatica, in fin dei conti, di essere “buoni” senza sentirsi al contempo dei coglioni.
  • Avrei scritto infine, canzoni per il mio “fanciullino”. Forse, oso dirmi, per i figli che non ho. Qualcosa che mi desse un respiro dal mondo adulto, dalle sue complicazioni, i suoi nervosismi, le sue ansie, le sue preoccupazioni, spesso e volentieri inutili. Per questo ho voluto che in copertina ci fosse un pettirosso, realizzato da uno degli artisti italiani che amo di più, Robert Figlia. Un uccelletto realistico, quasi da vecchia enciclopedia, privo di connotazioni sentimentali stucchevoli, intimamente combattivo e fiero. Una creatura semplice che ama intonare i suoi canti solitari sulla neve, rendendo forse un po’ meno gelidi questi nostri lunghi inverni.

Queste erano le premesse. Ora avete il disco in mano, si fa per dire. Sta a voi giudicare se ho tenuto fede al mio decalogo o mi sono perso per strada.
Cip!

Brunori Sas

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino) e "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi". Ultimo libro uscito: "Massimo Riva vive!", scritto con Claudia Riva.

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