Non vi foste ancora imbattuti in questo, sento il bisogno di indicare come fosse un dovere intimo, qualcosa che si deve a se stessi, la visione di “la ragazza d’autunno” (Dylda) di Kantemir Balagov. Fatelo. Non sottraetevi. Vi servirà. Poi starete meglio, respirerete meglio. Il cielo vi apparirà più azzurro, bere un bicchiere d’acqua, fare l’amore, sedervi, sorridere, correre, sarà più intenso. Ci sono cose che ci dobbiamo, come prendere coscienza di chi siamo, specie se ciò deve passare, come è naturale che accada, dal dolore.

 Per questo ti dico, se tu avessi la forza di confrontarti con te stesso: ci si lasci travolgere dalla recente pellicola del cineasta nato in Russia nel vicino 1991, la cui visione mette a dura prova la propria potenza di empatia.

 Lo spettatore qui smette la funzione di colui che assiste, per divenire colui che soffre in risonanza con quanto viene sciorinato, di sequenza in sequenza, di stilla in stilla, ognuna delle quali va lievemente, lentamente, a corrodere il tessuto interiore del quale crediamo di avere certezza. Non vi è invece alcuna certezza di essere forti a sufficienza per tollerare, sopportare, reggere la portata della pena che muove verso se stessi l’intima visione di ciò che siamo, il noi-stessi che desideriamo imbellettare con programmi di rigenerazione, affollando scuole, fiere dello sconto e corsi di qualunque natura e tipologia, solo per evitare di vedere noi pure, noi per primi, far parte gloriosa della stessa genie di impotenti.

 Ma fatelo, non sottraetevi. O sottrarsi vi farà male.

La poesia del “la ragazza d’autunno” è affidata all’altissima drammaturgia dell’inquadratura, diretta, insistente, della luce che diventa colore per via pittorica intrinseca, per sospensione in un liquido nel quale si è costretti al galleggiamento mentre ci si dissolve. Il liquido amniotico che pareva proteggerci, ci annienta sin dalle fondamenta. E tutto questo a sostenere un narrato che spezza in due: da una parte io, dall’altra il mio riflesso umano, giacché l’opera funge da specchio.

 Così vediamo come siamo: poveri e derelitti eccelsi, così siamo affamati e disperati, così ingiusti sopraffattori sopraffatti, siamo medici pietosi dal passato oscuro, infermiere che concedono la morte ad infelici come atto d’amore, aspiranti madri per amore di un futuro che è soltanto coltre di fumo delle macerie dell’ultima guerra verso chissà quale nuova guerra, amanti amati senza direzione, sposi sospinti al baratro dell’esistenza, malati rinnovati e  apparenti sani, intaccati da qualche parte come frutti che marciranno presto.

Bambini con destini infami.

La vita.

 Questa disillusione radicale che sfocia nella bellezza dell’opera d’arte e la mantiene per tutto il tempo in cui la proiezione riesce a inchiodare alla visione, questa eredità tarkovskijana sopportabile solo da chi ha deciso di capire e non teme di rispecchiarsi nel nulla, e non crede nella fuga ma nel fronteggiamento della vita, questo fardello immane di poesia, più naturale che voluta o cercata, è un profondo memento per la nostra contemporaneità, così pericolosamente sporta di nuovo verso l’abisso.

 Guardatelo, o non saprete che cosa è cinema.

E non sapendolo, non potrete sapere dove ci troviamo ora.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onorato Musicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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