Un pomeriggio della scorsa estate, fui chiamato al mio compito di partecipare alla storia. Come? Semplicemente prendendo l’automobile e recandomi a Brescia, dove si teneva un convegno di filosofia. Tutto normale? No. Non era normale. Il convegno era dedicato a Emanuele Severino, massimo esponente della filosofia a cavallo tra il novecento ed il nuovo avvio di millennio.

 Non era una giornata particolarmente calda, l’estate appena annunciata, e arrivai alla sala dove si tenevano gli studi sul maestro attraverso una passeggiata nel centro della città. Brescia è una città che sa non essere metropoli, non vi si respira un eccessivo agglomerato, non vi si asfissia per costrizione di vite compresse in poco spazio, non conferisce dunque quella mortale sensazione di compressione che città pure bellissime ma tronfie e vanitose, come Milano, posseggono nel proprio Dna. Quando sei a Milano, senti due cose nettamente: la prima, è quella di trovarti in uno dei luoghi più vitali e di tendenza che ci possano essere, e la seconda è che tutta questa importanza, una volta venuto a contatto con essa, in definitiva, è ben poca cosa. Non amo abbastanza Milano, come non amo abbastanza le metropoli. Non ci riesco. Non mi riesce. Quanto amo invece città che sanno essere importanti per avvenimento intimo. Brescia una di quelle.

 Camminavo per le vie del suo centro, e tutto aveva una mollezza e una sospensione, una distanza da ogni urgenza, che è esattamente ciò che fa di una città una città importante. Puoi trovarci di tutto, ma nessuna pressione ti fa sentire obbligato a fruirne ad ogni costo.

 Giunto nelle vicinanze del Convegno, la via più stretta ma necessaria che avevo da attraversare fu affollata di colpo da un corteo festoso e rombante. Si trattava del Gay Pride, che attraversava buona parte della città facendo piena esposizione della propria gaiezza. Costretto ad arrestarmi per il suo passaggio, colsi l’occasione per vedere ad altezza di naso le creature che lo popolavano, e la cosa che più mi piacque fu subito il fatto che la maggioranza dei festanti era composta da ragazzi, ragazzini, adolescenti, molti e variopinti, strombazzanti, saltellanti, contagiosi ragazzetti e ragazze, ragazzi-donna e donne-maschio, e stangoni nerboruti in abiti succinti, e creature minute che scomparivano sotto a cappelli esagerati, canti, slogan, fischietti e tamburi, e cantati al megafono, e poi a seguire tutta la scorta dei camminatori convinti, silenziosi, i solenni che fanno da seguito come a sottolineare che dietro alla festa vi è il funerale della libertà di essere ciò che si vuole.

Ad un certo punto feci il passo gioioso di immettermi nel corteo. Così, di slancio, e perché non aveva alcun senso che io restassi a guardare, giacché in fondo a tutto me stesso io altro non sono se non un manifestante incamminato, un inviato alla guerra perenne, un lottatore dell’aria. Uno di coloro che gioiscono persino della propria estraneità a  tutto. Purché siano sempre disposti a dichiarare che il mondo va cambiato, e allora sì ha senso gioire anche di una sventura così grande come l’ingiustizia del mondo. Dentro alla sfilata di casi umani, che io guardassi a destra o a sinistra ero accompagnato da persone che, bene o male, fosse o no la circostanza o la semplice euforia che contagia chi fa le cose con gli altri, ovunque posassi uno sguardo, erano sorrisi. Ho sempre trovato ridicoli i cortei, li ho sempre pensati manifestazioni grossolane, retoriche, pretestuose, inutili. Nel flusso che mi portava quel pomeriggio mi riusciva tuttavia di trovare un senso persino in quel gesto inutile. E il senso era il sorriso.

 Ma dove mi trovavo? Ci pensai un po’ camminando contento, e poi mi venne: mi trovavo esattamente nel centro danzante di una canzone. La canzone memorabile era “La Banda” di Chico Buarque. Sapete, con quei versi, tradotti così semplicemente in un italiano televisivo, da carosello delle nove di sera:

Una tristezza così
non la sentivo da mai
ma poi la banda arrivò
e allora tutto passò
volevo dire di no
quando la banda passò
ma il mio ragazzo era lì
e allora dissi di sì.

E ancora, sentivo suonare questo, nella mente:

E un uomo serio
il suo cappello per aria lanciò
fermò una donna che passava
e poi la baciò
dalle finestre
quanta gente spuntò
quando la banda passò
cantando cose d’amor“.

 Bene, dissi, sto andando ad un convegno di filosofia, ma le mie risposte a tutte le domande le ho già trovate qui, per caso, unendomi mio malgrado ad un corteo gay, che incidentalmente viaggia nella stessa direzione in cui io debbo andare. E fu così: una gaiezza bella e stupida, o bella perché stupida, stupidamente bella, bellamente inutile, inutilmente bella. Un presente, il mio presente,  trasportato da altri, molti sconosciuti con sentimenti diversi dai miei, verso sentimenti che non credi tuoi ma poi se scavi vedi che lo sono eccome.

 Giunti alla piazzetta dove si affacciava l’Auditorium nel quale avrei finalmente raggiunto i lavori di filosofia, il corteo declinò da una parte, e io mi sfilai avanzando verso il deserto lustro di antichità architettoniche che lo caratterizzava. Entrai, e oltre i vetri, da dove si vedeva un chiostro ordinato e nobilmente appartato, l’atmosfera era divenuta di colpo zittissima e lucida. Le vetrate date ad un tono caramellato del luogo, mutavano la percezione e di conseguenza la valutazione della realtà.

 Affrontai il corridoio luminoso, vetrato da una parte verso il chiostro, e quindi infilai l’accesso all’aula magna in cui si parlava.

 Fossi entrato in una chiesa l’effetto non sarebbe stato meno solenne e raccolto, meno sacrale e bisbigliato, meno ampolloso, debbo riconoscerlo. Non fosse stato per il maestro che ero venuto a cercare, io riconosco che ne sarei uscito subito e sarei andato di nuovo a unirmi al corteo di ignoranti festosi che niente sanno di nichilismo, di egemonia della tecnica, della colorazione unica e votata al principio di nascita e morte dell’occidente. Niente di tutto questo, solo una festa ignorante per dire: ci siamo anche noi, e per dirlo crediamo fessamente che sia il caso di andarcene in giro a dirlo e basta, solo perché si fa così, solo perché tutti fanno così, solo perché è bello fare così, solo perché così posso provare a dire anche a me stesso che è bello anche essere così. Ma il corteo era una cosa del mondo vissuto, colto nel suo pieno e sbagliato divenire, ed io invece mi trovavo ad un convegno in cui si voleva magnificare, giustamente, la grande personalità mentale e interiore del maestro Emanuele Severino.

Da una parte l’inferiorità del divenire, dall’altra la grandezza di chi ha voluto indicare solo e precisamente in quel divenire il senso profondo delle cose. Mentre la dimensione superiore dell’atmosfera esclusiva mi suggeriva il bisogno di fuga, il senso dell’opera del maestro erano in verità là fuori, in mezzo ai festanti ignoranti.

 Severino fu omaggiato a livelli alterni, qualcuno blaterando concetti volti a dimostrare la propria erudizione, altri più mirati e asciutti, alcuni troppo miseramente riverenti, altri meno, ma in sostanza il fatto che che si facesse una lavoro di riflessione sul maestro, era davvero cosa sensata. Era giusto. Ripresomi dalla festa da cui venivo e adattandomi rapidamente alla dimensione interiore del convegno, cominciai ad accorgermi che un altro dato opposto come uno specchio al caos dal quale provenivo era il numero davvero irrisorio di partecipanti al convegno. L’aula era, per meglio dire, semivuota. Si vedevano teste calve sparute, teste bianche, barbe grigie, sparpagliate alla meglio nella platea di poltroncine comode. Una gigantografia del bel viso ammiccante di Severino stava da una parte, proiettata su un grande schermo laterale. Alla fine durò poco, poiché si trattava dell’ultima parte di un convegno durato alcuni giorni, e dalla platea si mise in piedi l’illustre scrittore che è stato tra i suoi numerosi allievi, per invitare il maestro a raggiungerlo.

Così si nota la figura nobile di Emanuele Severino che, dopo diverse riluttanze, si decide ad alzarsi e a recarsi accanto all’omone in camicia che lo abbraccia con affetto e gli consegna una targa di fine lavori. Si fanno delle fotografie, e siccome siamo davvero in pochi, per idea della giovane fotografa atletica, ci si mette tutti, tutti i partecipanti, in una sorta di serpente lungo il corridoio centrale dell’Auditorio, con in cima al cordone umano lo stesso maestro, e a seguire tutti gli altri astanti.

 Mentre i diversi scatti avevano luogo, nel pensarmi in una posa di uno scatto insieme al maestro acquisito, con l’uomo che per tutta la vita ha affermato che la morte è un’invenzione dell’occidente, e che non si può morire così come noi intendiamo il morire, ma si può solo entrare in un flusso più pieno delle cose, io pensavo all’altro cordone umano al quale avevo da poco mio malgrado partecipato, così come mio malgrado ora, mentre ci fotografavano, mi trovavo a prendere parte a questo. La stessa giornata mi aveva baciato due volte e in poco tempo in due modi apparentemente opposti, ma in verità uguali. Due baci che sono uno solo, lo stesso, quello della vita che non vuole né può essere fermata. Neppure la tecnica più avanzata potrà restituirci alcunché del vissuto andato, come quella fotografia col maestro potrà mai più restituirci la sua figura umana e la sua voce calda e umida.

 Emanuele Severino è morto venerdì 17 gennaio, ma per sua volontà si è saputo solo ora, solo oggi, a cerimonia funebre avvenuta.

A noi tocca solo capacitarsi del fatto che sì, non si muore davvero soltanto morendo.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Facebook Like social plugin abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

1 COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome