Anastasio: «C’ho 21 anni e posso ancora permettermi di incazzarmi»

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Anastasio

Parlando con Anastasio, ogni tanto ti domandi se questo ragazzo dalla faccia pulita e dalle idee chiare ha davvero soltanto 22 anni. Diversamente da molti suoi colleghi emersi da un talent (lui ha vinto X Factor 2018, anche grazie ai consigli di Mara Maionchi), non ama fare lo sbruffone e spararle grosse. Fondamentalmente è un timido e risponde dosando le parole. Ma al tempo stesso non rinuncia ad esporre la propria opinione quando richiesto.

Per presentarsi al pubblico ha scelto il cognome (Anastasio, appunto: il nome di battesimo è Marco). Al prossimo Festival di Sanremo sarà in gara con un pezzo che già dal titolo dice molto, Rosso di rabbia: il testo è potente, uno dei migliori. Musicalmente non aspettatevi il classico rap, è un brano rock blues con un’impronta chitarristica notevole: il finale è tutto incentrato sulle chitarre, come si faceva molti anni prima che Anastasio venisse al mondo.

Nella serata delle cover, il giovedì, canterà una sua reinterpretazione di Spalle al muro di Renato Zero, accompagnato dalla Premiata Forneria Marconi. I quali hanno dichiarato: «Siamo felici di essere ospiti di Anastasio a Sanremo. È un artista speciale che scrive testi profondi, in grado di arrivare alle persone, con messaggi che fanno riflettere». E lui, di riamando: «Quasi non mi sembra vero di duettare con un gruppo che ha fatto la storia della musica italiana e non solo.È un privilegio incredibile, posso solo esserne grato».

Tu in realtà a Sanremo sei già andato l’anno scorso come ospite di un ospite, Claudio Bisio. Ma tornarci in gara è altra cosa. Cosa ti aspetti?
«Cosa deve succedere? Penso che farò il mio pezzo e spero di farlo bene. So che molti si spaventano sul palco, su quello in particolare. Io mi spavento prima, divento tutto bianco, ma poi quando entro in scena passa tutto, parte la prima nota della canzone e mi rilasso, mi diverto».

Qual è la prima cosa che diresti a chi ti chiede di descriverti?
«Direi che il mio obiettivo è stimolare l’ascoltatore con molta cura sia del testo, sia della tecnica. Sulle sonorità non posso dirti niente perché variano talmente tanto che è impossibile definirmi con un solo genere».

La prima strofa di Rosso di rabbia dice: “E voi volete sapere dei miei fantasmi?”. Quali sono questi fantasmi?
«Nessuno in particolare, questa frase è una provocazione. In realtà questa l’ho scritta due anni e mezzo fa. Quindi non era nemmeno riferita al pubblico che mi segue ora, in quel momento ero un perfetto sconosciuto. La frase significa semplicemente “ma voi siete incuriositi dalle mie scissioni, dai miei problemi personali, volete sapere perché sono così incazzato? Sappiate soltanto che posso farlo perché ho 21 anni”».

C’è qualcosa in particolare che ti fa incazzare?
«Mi va il sangue alla testa quando vedo le bugie e la disonestà intellettuale. E purtroppo succede spesso».

Poi dici: “Le parole sono le mie sole armi”: quando e come hai imparato ad usarle? Quando hai scritto i primi versi?
«Mi è sempre piaciuto scrivere, ma sugli argomenti che sceglievo io, non i temi che davano a scuola: quelli li trovavo noiosi. Ho iniziato a fare rap a 16 anni. La prima canzone era uno sfogo contro una ragazza che mi aveva ferito, insomma una cosa molto intima. Ho sempre ascoltato molto rap, mi piaceva il momento in cui mi arrivava il brivido, in cui capivo quello che mi stavano raccontando, il momento poetico. Avrei sempre voluto replicarlo. E ho iniziato a farlo appunto intorno ai 16 anni, quando ho scritto alcuni brani che poi ho racchiuso in un LP che si intitola Disciplina sperimentale, del quale ancora oggi faccio alcune canzoni live».

La tecnica come l’hai affinata?
«In realtà non ho studiato molto. Ho fatto il classico, ho leggicchiato. Ma non saprei dire da cosa nasce questo mio interesse verso il linguaggio, è una cosa che mi ha sempre affascinato. Mi piace parlare, esprimermi, fare ricerche. Sono un curioso».

Hai riscritto canzoni di grandi come De Gregori, De André, Pink Floyd. Come scegli il brano su cui lavorare e come ti ci approcci?
«Per prima cosa cerco di trovare uno spunto. Non è che ci vado coi piedi di piombo, mi viene naturale farlo alla mia maniera, reinterpretando la canzone. Poi chiaramente ogni storia è diversa. Di norma cerco non di stravolgere ma di trovare quello che io chiamo il punto cieco di quella canzone, un’altra prospettiva. In generale mi attraggono i pezzi che criticano la guerra, ed è facile, perché purtroppo il tema è molto ampio. Pur non avendola vissuta, ci hanno talmente bombardato di immagini che potrei farci 50 canzoni al giorno… Prendiamo La guerra di Piero.  Mi sembrava un pezzo su cui non si poteva dire niente di più, invece il punto cieco a cui nessuno aveva ancora pensato era la prospettiva opposta, quindi ho raccontato la stessa storia da un altro punto di vista».

Anastasio

Il 7 febbraio uscirà il tuo nuovo album, Atto zero. Parliamo di alcune canzoni che vi sono incluse. Iniziamo da Straniero.
«È nata da una basa fatta da Chakra (al secolo Luca Ferraresi, n.d.r.), che è un ragazzetto fortissimo. Poi mi sono lasciato guidare dall’ispirazione. Il protagonista non è un cosmopolita, è un apolide che non si è mai sentito a casa in nessun posto del mondo. Il mondo è la sua “non casa”. Lui è errante, non ha una casa: se ne è andato, e quando è tornato quella non era più casa sua. Ma non lo era nemmeno la casa dove è arrivato. Insomma, è sempre in cammino. Però vive la vita e può permettersi di dire: “tu sei stato sotto il tuo tetto e tutto quello che sai te l’hanno raccontato. Io l’ho vissuto”».

Cronache di gioventù metese è molto autobiografico.
«Racconto la mia pre adolescenza. Dico spesso che quello a cavallo tra le medie e le superiori è stato il periodo più bello della mia vita. Eravamo sfrenati, erano gli anni in cui ti sentivi davvero padrone del mondo. Meta, il posto dove sono nato, era il nostro territorio. Eravamo 4 strambi, non eravamo considerati fighi da nessuno, però ci divertivamo da matti. Meta è un paesino di 7.000 abitanti nella penisola sorrentina, in pratica la penisola è tutto un blocco urbano ed è spaccata da tre crepacci. Ma Meta era nostra, andavamo a fare le marachelle, noi le chiamavamo “rammagi”, ci sentivamo intoccabili. Siamo cresciuti in strada, sbucciandoci le ginocchia. Per me la strada erano le partite a pallone, scavalcando il muto della scuola media per entrare in campo; oppure le cosiddette “guerre dei portualli” (“portuallo” è l’arancia). A Meta c’è il giardino degli agrumi, che era chiuso e abbandonato, noi entravamo, formavamo due squadre e ci tiravamo le arance. Era molto bello, eravamo affiatati come se fossimo in un film. Quando poi arrivammo fino a Piano, qualche chilometro più in là, ci sembrava essere diventanti uomini di mondo».

In questa canzone dici che allora eri molto attratto dalle parolacce nei testi rap. Questo è diventato un tema molto attuale…
«Io la parolaccia la uso soltanto quando serve davvero, ma il rap è anche questo. A me piaceva perché era un nuovo linguaggio molto spontaneo e non affettato. L’abbinamento rap-parolaccia è una considerazione molto superficiale. Il rap utilizza un linguaggio spesso colorito per raccontarsi. Riguardo la faccenda Junior Cally, mi viene da dire: voi credete che lui non sia adatto al Festival di Sanremo? Il problema non è suo, ma vostro. Io non mi sento di accusarlo personalmente, anche perché interpretava il personaggio dello psicopatico. Al massimo potrei accusarlo di essere banale, non certo un criminale… Da ragazzino mi piaceva la parolaccia nella canzone, per me rappresentava un momento di ribellione. Cantavo Pino Daniele, je so’ pazzo nun nce scassate ‘o cazzo! Per me quello era l’apice della canzone. E mio padre mi aveva autorizzato, diceva sempre: le parolacce si possono dire solo in questa canzone. E io gli chiedevo di metterla in continuazione».

Chi erano i rapper che ascoltavi?
«Ovviamente quelli italiani, in particolare Fabri Fibra, Mondo Marcio e Caparezza, anche se lui è sempre stato un mondo a parte».

In Il sabotatore canti: “Io non vendo luce ma solo bagliori”.
«Quello è il sabotatore, non sono io. Il sabotatore è un concetto molto arzigogolato. Non è una persona fisica, è qualcuno che ti invasa nel momento dell’ispirazione, dell’abbandono. Come quando uno si tuffa da 15 metri e non lo ha mai fatto. Tutte le cellule del suo corpo gli dicono di non farlo. Per riuscire a saltare devi abbandonarti totalmente, devi spegnere il cervello. Lì interviene il sabotatore, è quello che ti fa agire. Ecco perché non vende luce ma solo bagliori, e dice “sono il mercante d’illusioni coi prezzi migliori”. Appare a sprazzi ed è un’illusione, proprio come l’arte… Quando ho scritto questo pezzo pensavo che fosse una specie di folletto dispettoso, in realtà ho capito chi era veramente solo in un secondo momento. Questo è il brano centrale nel vero senso della parola, non a caso è la traccia 6 di 11. Questa canzone è il frutto di una ricerca durata due anni: la prima versione venne fuori in preda a un raptus di ispirazione, nel senso che sono stato rapito, ero invasato, era come se fosse un oracolo a scrivere quel pezzo. Infatti per molto tempo non lo capivo, non ne capivo il senso compiuto. Poi ho capito che era figlio dell’inconscio. Da allora ho cercato continuamente questo sabotatore, perché mi sembrava che mi avesse liberato».

In questa canzone citi Baglioni, in quella successiva, Il giro di do, Battisti: sono punti di riferimento o citazioni polemiche?
«È soltanto una coincidenza che siano una dopo l’altra. La citazione di Battisti è dovuta al fatto che il chitarrista da spiaggia nel suo repertorio ha tutti i brani di Battisti. Riguardo Baglioni, dico “lo volevate facile il ritornello?”. Non è certo un attacco a Baglioni, semmai a un certo tipo di pubblico».

In Castelli di carte dici: “Ne ho fatte tante figure di merda”. Per esempio?
«Sì, ne ho fatte davvero tante, soprattutto con me stesso. È un po’ come dire “quante volte sono caduto con il culo per terra”. Capita a tutti sentirsi più forti di quello che effettivamente si è, peccare di “hybris” mi viene da dire, e finire col culo per terra. Alla fine sei anche umiliato. Ma la cosa importante è sapersi rialzare, almeno fino alla prossima caduta».

Ci sono due momenti in cui mi viene in mente Jovanotti. Il primo è in Rosso di rabbia, quando dici “Come ti senti? Disinnescato”. Il secondo è ascoltando Va bene: ci sento persino un po’ di “esse”…
«In effetti ora che me lo fai notare è vero, anche se finora non ci avevo fatto caso. Chiaramente quella di Rosso di rabbia è una citazione assolutamente inconscia, ma potrebbe richiamare “A cosa pensi? Al deserto”, che per me è una frase bellissima. Evidentemente mi è rimasta dentro. Invece in Va bene non credo ci siano riferimenti diretti. Anche se questa tua osservazione non mi dispiace affatto, perché io stimo Jovanotti».

Sorprende che un ragazzo di 22 anni metta in musica Er fattaccio, uno scritto del 1911 di un poeta romanesco, Americo Giuliani, facendolo diventare Il fattaccio del vicolo del muro.
«La genesi è identica a quella che mi portò a scrivere Rosso malpelo (una novella di Giovanni Verga, n.d.r.): lo lessi e dissi è perfetto, è già una canzone. Idem per Er fattaccio: sentii Poietti farlo a Cavalli di battaglia, trasmissione meravigliosa, mi venne il magone e dissi a me stesso prima o poi ci farò una canzone».

Cosa ascolti?
«Mi è piaciuto moltissimo l’album di Tutti Fenomeni. Una ventata di freschezza, finalmente qualcuno che rivoluziona il modo di scrivere. Un modo di scrivere che sembra demenziale, ma in realtà è pregno di cultura, è sferzante. Un aforisma dopo l’altro. Uno stile davvero originale… Poi ascolto molta musica elettronica».

Cosa leggi?
«Non leggo moltissimo. Vado a periodi. Adesso sto leggendo Vita di Carmelo Bene (che è uno spasso) e La moneta vivente di Pierre Klossowski… In generale, quando un libro mi piace lo rileggo tante volte, per esempio Opinioni di un clown di Heinrich Böll l’avrò letto cinque volte, e ogni volta mi diverte. È il mio libro preferito. Poi sto leggendo molte graphic novel. Per ritrovare il senso della lettura, che avevo perso completamente, mi sono affidato all’immagine e ho letto una caterva di graphic novel, soprattutto di Gipi. Per me è un genio assoluto».

(Mi viene da dire: per fortuna ha esordito dicendo «non leggo moltissimo». Credo di non sbagliare se dico che Anastasio tra quelli dell’ultima ondata è uno dei personaggi più interessanti).

Anastasio

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino) e "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi". Ultimo libro uscito: "Massimo Riva vive!", scritto con Claudia Riva.

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